Una sera come tante (1)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Questo racconto è stato scritto ormai qualche anno fa ed è frutto di una riflessione dolente e amara  sulla condizione umana; l’io (tu) narrante che espone i fatti non corrisponde all’io(tu) biografico dell’autore, ma è solamente  un congegno narrativo usato dal sottoscritto,  per tentare di rendere la diegesi  più verosimile e d’impatto; tutti i personaggi e  gli avvenimenti in esso narrati, conseguentemente, sono scaturiti dalla mia fantasia; dico questo, per fugare ogni dubbio sulla corrispondenza tra finzione narrativa e vita reale, e per rassicurare chi già potrebbe immaginarmi sull’orlo di un cornicione; ovviamente è impossibile evitare che la realtà filtri all’interno di una narrazione, anzi la funzione della letteratura, della buona letteratura, dovrebbe  essere, a mio parere,  quella di riuscire a ricreare, ridefinire e  rimodellare  la realtà, dando vita ad una nuova e originale visione delle cose; ma questa è un’altra questione, ed eviterei di avventurarmi in  discorsi da critici letterari,  ché in questo campo fondamentalmente sono poco  preparato…  Spero,quindi, che quello che ho scritto vi piaccia, e vi auguro buona lettura.  Anticipo, inoltre, che, per ragioni di spazio, il suddetto racconto verrà suddiviso in quattro parti. Un saluto, Fabrizio.

A tutti quelli che se ne sono andati, ovunque essi siano.
A Isabella, lei sa perché.

Una sera come tante ( quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza(…);
(Giovanni Giudici, Una sera come tante)

 

Metti che una sera come tante ti sentissi più vuoto, più insulso e più stanco del solito; una sera di quelle in cui ti sei ripromesso – sto tranquillo, libero la testa, la smetto con le consuete paranoie del cazzo e mi diverto e basta-, ma dietro l’angolo c’è sempre qualcosa a bloccarti, a sabotare i tuoi progetti e a farti ripiombare nell’angoscia di sempre; metti che una sera come tante, invitato a una tavolata tra amici, ti accorgessi quanto le stronzate che si dicono sulle tipe che ti vorresti fare, su quelle che ti sei fatto, sul tempo, le sbronze, le sbronze di un tempo, amarcord vari ed eventuali siano ormai un rituale abusato, qualcosa di così formale da lasciarti privo di fiato; metti che tra tutti ci fosse anche una tipa che è bastato uno sguardo, o solamente sentirla parlare, per capire che ci sa fare, che non si comporta, non si atteggia, che è fottutamente interessante; metti che sì e no le avessi rivolto la parola una decina di volte, e in tutti questi frangenti ti fossi comportato, per colpa della tua dannata insicurezza, come un idiota patentato, sparando pessime battute a raffica, risultando più superficiale e coglione di quanto tu sia in realtà, mostrando un’immagine di te che non è quella reale … Metti che una sera come tante con i tuoi stramaledettissimi viaggi mentali potresti essere arrivato in Canada, che in realtà è probabile solamente che non le piaci, perché tra le persone piacersi è una questione di chimica, e qualcosa non è scattato e amen. Metti che comunque non sarebbe un problema, se non fosse che a un certo punto, tra le risate scroscianti e i bicchieri vuoti, tutto attorno a te iniziasse a deformarsi e a roteare vertiginosamente; metti che una fitta lancinante improvvisa colpisse una parte imprecisata del tuo organismo, che sentissi la bocca impastarsi, la salivazione azzerarsi; che un’ennesima crisi di panico, un confuso e atroce fondersi di sentimenti indefinibili a metà strada tra la rassegnazione, la tristezza e il torpore ti immobilizzassero. Metti che una sera come tante ti accorgessi che ne hai le palle piene di stare così, che in fondo stare così non ha senso, che è inutile fare finta di niente, non darci peso. Perché è una cosa fotuttamente grave a ventisette anni non avere un lavoro, programmi per il futuro, ambizioni, progetti, che tutto ti scivoli addosso senza lasciare traccia. Metti che una sera come tante, allora, non ti sentissi più disperato, che la disperazione è un sentimento labile che ti divora, ti immobilizza improvvisamente, e ancora più improvvisamente ti abbandona, lasciandosi dentro quella sorta di senso di onnipotenza di chi è sopravvissuto a qualche tragedia o malattia che pensava incurabile; metti che una sera come tante, invece, diventassi più freddo, razionale e risoluto e tutto si mostrasse con maggiore chiarezza: otto anni di università buttati nel cesso, una laurea che nella più rosea delle prospettive ti servirà per pulirti il culo; otto anni di esami, ad arrancare dietro segreterie, provveditorati agli studi, chilometri di burocrazia, domande perse nel vuoto; otto anni di disillusione e nausea, manifestazioni, collettivi e sit-in in piazza; otto anni a credere fermamente che questo servisse, che impegnarsi era giusto; otto anni con il fiato mozzato, di dipendenza e rancore, di biblioteca e panini mangiati in solitudine; otto anni da nerd auto-commiserevole e baretti, birrette sorseggiate ed aperitivi innocui in cui affogare l’inutilità; otto anni sprofondati in un vuoto pneumatico, centrifugati in un secondo. Continua a leggere

Una sera come tante (2)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Metti che una sera come tante ti rendessi conto che vedere troppi film sentimentali ti ha completamente mandato in pappa il cervello, che in effetti tutte quelle storie su due che s’incontrano e s’innamorano, che è bastato sfiorarsi o solo guardarsi per capirlo, per entrare in sintonia ad un livello superiore sono giustappunto delle stronzate colossali, perché nella realtà tutto questo non basta, non c’è abbastanza disponibilità a conoscere l’altro, si è sempre troppo occupati a farsi i fatti propri, trascinati nella frenesia della vita contemporanea… Metti che, comunque, ritornando alla questione tipa, alla fine ti congedassi da lei con un tristissimo bacio sulla guancia, sussurrando con malcelata delusione un –Ci si becca in giro- e lei rispondesse con un laconico –Dai mi farebbe piacere-, che sfumasse nel caotico rumoreggiare degli avventori del bar, per poi perdersi e affievolirsi nel nulla…Metti che nel frattempo, terminati i formali convenevoli, lei ritornasse a sedersi al tavolo e ricominciasse nuovamente a inserirsi nel discorso appena interrotto con non comune abilità, quasi non si fosse assentata nemmeno un secondo. Metti che tu la fissassi ancora un attimo, la vedessi ridere, inclinare il capo, muovere le mani sinuose e pensassi -Che gran troia, cioè, come ha fatto a non capire? Come può rimanere seduta come se niente fosse? Eppure mi sembrava che a un certo punto i nostri sguardi si fossero incrociati, che lei mi avesse supplicato di portarla via da quell’insulsa tavolata di pseudo intellettualoidi, boriosi e noiosi, che stanno lì a vantarsi dei loro stage nella filiale di una qualche banca di Hong Kong, dei loro dannatissimi viaggi in Patagonia alla riscoperta delle radici dell’esistenza umana e del proprio Io … -Metti che lei invece apprezzasse tutti quei discorsi che a te  risultano così poco credibili, così vani, continuando  a intervallare ogni affermazione con un –Che figata! Ma veramente?…-Metti che una sera come le altre ti accorgessi che ti sta così dannatamente sulle palle non essere una di quelle persone con tutte ‘ste esperienze da raccontare, che effettivamente loro sono più interessanti di te, che il massimo dell’entusiasmo lo hai raggiunto  visitando  il museo della guerra del tuo paese, o sbronzandoti alla sagra della salsiccia; metti che a un certo punto ti chiedessi: -Ma perché  non le ho fatte anch’io tutte quelle cose? Perché me ne sto tutto il giorno a rimuginare e  a recriminare?- ma alla fine ti dicessi che adesso come adesso chiedersi tutto questo non ha senso. Continua a leggere

Una sera come tante (3)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Una sera come tante rimani lì e capisci che ancora una volta qualcosa ti sta fregando. Stai pensando troppo, stai cadendo ancora nello squallido tranello della commiserazione, e quando questo ti succede sai benissimo come andrà a finire: salirai le scale, aprirai la porta del tuo appartamento, percorrerai quei tre metri di corridoio che separano l’entrata dalla tua stanza, ti sdraierai sul letto, rimarrai per qualche minuto inerte a guardare il soffitto; poi, colto da un raptus incontrollato, di scatto ti alzerai in piedi, ti siederai alla scrivania, prenderai la tua moleskine e con furore inizierai a vergare parole senza senso sulle sue pagine bianche e vergini, quasi a volere stuprare quel candore con segni tangibili del tuo disagio; poi senza fiato, come dopo un orgasmo, ti ritroverai privo di forze, svuotato, con quel peso ingombrante sullo stomaco, legato a quell’inestricabile groviglio di malessere, con una pagina orribilmente deturpata dal non-sense del tuo sfogo … Una sera come tante rivivi mentalmente questa scenetta a te ben nota, e ti accorgi di quanto possa essere squallida e posticcia, di quanto possa essere insincera e riciclata; non sei il giovane Werther, non sei Jacopo Ortis, non sei Kurdt Kobain, e sinceramente non vorresti essere come loro, gravato dal fardello di esprimere un malessere generale e generazionale, una malattia comune; sei solo uno tra i  tanti a cui la vita sta andando di merda,  che ha perso la capacità di lottare, di capire se stesso e gli altri, che non riesce ad accettarlo! Una sera come tante ,allora, decidi che devi abbandonarti totalmente all’istinto e all’improvvisazione, ogni concessione alla razionalità e alla premeditazione potrebbe bloccarti, farti tornare suoi tuoi passi … Con uno scatto felino raggiungi la porta d’entrata del condominio, la apri meccanicamente, senza nemmeno farci caso, poi divori in pochi secondi le scale che dividono l’androne dalla porta del tuo appartamento; inserisci la chiave nella toppa, la giri velocemente e in un momento vieni avvolto dal tepore rassicurante , da quell’odore indefinibile e morboso di casa tua; accendi la luce nel corridoio, lo specchio riflette la tua immagine e ne rimani impressionato: vedi un volto corrucciato, deformato, mutato, sconvolto; porta i segni tangibili del malessere che stai vivendo, quasi il tuo dolore, la tua sofferenza  avessero avuto una manifestazione fisica in questa trasfigurazione di lineamenti; sei diventato il tuo stesso disagio, sei diventato la tua stessa malattia. Continua a leggere

Una sera come tante (4)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Una sera come tante, allora, capisci che ti stai comportando come un personaggio di quelle squallide commedie americane, uno di quelli che se la mena per ore sul senso della vita, che se la tira per quanto è sensibile e incompreso,  che a un certo punto incontra la sua anima gemella, e da allora tutto inizia a girare per il verso giusto; si sposa, si costruisce una casa con staccionata e giardino annessi, si compra una macchina familiare, sforna due marmocchi tendenzialmente lobotomizzati e perennemente sorridenti, e vissero tutti felici e contenti … Con la piccola differenza che, considerati i maldestri tentativi di cui sopra, l’anima gemella non la troverai molto presto, e ora come ora una casa tutta tua nemmeno puoi permetterti di sognarla … Una sera come tante cerchi di fare tabula rasa di tutte queste cazzate melense, e di focalizzarti solo su quello che succederà: prenderai una lunga rincorsa, tratterai il fiato, poi salirai sul parapetto, e, senza guardare, in un unico ed essenziale istante ti abbandonerai al vuoto, ad un precipitare senza coordinate, finché non ti schianterai al suolo e le tue budella si spargeranno sulle aiuole e sul marciapiede, tanti piccoli brandelli di te senza vita … Una sera come tante te la stai facendo sotto dalla paura, colto da palpitazioni sempre più invadenti, con la gola secca te ne stai impalato, marmorizzato … Alla fine però decidi, tiri un lungo ed estenuante respiro …  Con uno scatto fulmineo arrivi a qualche centimetro dal parapetto, ma ti blocchi … Come se un invisibile mano avesse fermato i tuoi movimenti … Non si tratta di nessuna fottuta entità superiore, né della consapevolezza che in fondo la vita è bella e va vissuta fino alla fine … Il panorama rimane lo stesso pallosissimo e atonale susseguirsi di alberi, case, montagne, alberi, case, montagne, senza nessun sussulto, nessun imprevisto … Il buio rende la vista ancora più angosciante, ancora più avvilente … Una sensazione di lugubre sconfitta inizia a pervaderti, poi però torni a sentirti meglio, ti sdrai sul ciottolato e rifletti … Alla fine esistere è sempre meglio che non esistere … Anche se la tua non è la migliore vita possibile, la più emozionante … Anche se non sei il più attraente e affermato dei ragazzi, se ti senti costantemente tagliato fuori, a volte senza prospettive, a volte solamente sottostimato e sottovalutato, fondamentalmente sempre sotto; che cosa ci puoi fare? Non migliorerai certo la situazione gettandoti da un palazzo, e comunque qualche piccola soddisfazione potrai sempre togliertela. Sei consapevole che la vita non diventerà tutta rose e fiori, solo perché adesso ti senti più forte, perché hai superato la crisi … Le case probabilmente rimarranno le solite case, le tipe fondamentalmente le solite stronze, gli amici continueranno a parlare di calcio e di figa, tu continuerai ad arrancare dietro un lavoro precario, ti farai il culo per qualcosa che non ti soddisfa. Continua a leggere

In Memoria di F.F.

Posted in Detriti in versi with tags on 27 aprile 2014 by lostkid84

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera. (…)

F. Fortini, Foglio di via

Dunque nulla  di nuovo da questa bassezza,
da questo suono che perpetua se stesso,
da queste trite parole che tutti hanno osato,
da queste serate irrorate di finzione e plastica,
da questo qualunquismo di provincia,
dal questo viso corrucciato d’ignavo,
da vent’anni che si vota democristiano,
si vive democristiano e si muore democristiano,
da questi discorsi da bar, polemiche sterili,
vili scommesse, respiri affannosi, aguzze disillusioni,
sezioni vuote, domeniche in chiesa, coscienze sporche,
lavori precari, amori precari, calvari infiniti, epistassi esistenziali,
amicizie logore, tipe che non ci stanno, discoteche anonime,
famiglie modello, padri alcolizzati, figli lobotomizzati.
Nulla di nuovo dalle solite montagne, dal sole che sorge spento,
dagli occhi assenti di anziani avvinazzati, di giovani spiantati,
derelitti, matti di paese. Nulla di nuovo, nessun foglio di via,
nessuna attesa, nessuna prospettiva, nessuna missione.
Solo l’eterno riciclo del tempo, del vento, dei sogni, dei bisogni.
Sospeso tra militanza e accettazione, rivedo spettri calare al tramonto;
un sussulto scuote il costato; nel pianto rimbomba acre il presagio.
Ancora niente di nuovo da questa bassezza.

La mia generazione

Posted in Detriti in versi on 15 aprile 2014 by lostkid84

Gas venefico assunto in quantità massicce,
lenti gesti di misurata menzogna,
lugubri pose da lobotomia totale,
secchi rami di ineguagliata crudeltà,
propaggini estreme d’ignavia,
indici di sterile vanità,
giovani macerie crude e corrose,
lapidarie osservazioni, umili tamerici,
agavi e sterpaglie invadono di nostalgia
il mio ricordo d’infanzia violata.
Senza un punto di riferimento, una radice salda,
ancorato al terreno, miro all’essenza,
fradicio di aspirazioni, inviso al concreto,
mi nutro di iperuranio e miti ancestrali.
Lento e cosciente della mia esclusione
stupro la mia dignità con versetti satanici,
innalzo cori di giubilo al falso messia.

 

Blasfemo e incoerente mi creo un alter ego
più bello e misurato, sicuro e saccente
e vado, vago scarno e impettito
in un folto di follia e gelosa paura,
sento di non sentire, i sensi vengono meno.
Percezioni alterate e cullare di onde in risacca,
sciabordio di fru fru tra le fratte,
mugugnare di vati e poeti ormai lisi,
vestiti indossati e ingombranti.
Ho sognato il mio funerale nel mio paese inventato,
né un padre né una madre a piangere il figlio,
soltanto uno stuolo di mute colombe
in un burrone sprofondato nel vuoto.

 

Mentre taglio il paesaggio

Posted in Detriti in versi on 11 aprile 2014 by lostkid84

Mentre taglio il paesaggio su questa strada,
grigia ferita inferta alla valle impotente,
mentre nervi, muscoli si tendono in un preciso,
meccanico gesto, piede sul pedale, mano sul cambio,
ripenso a quello che c’era, prima che io fossi questo punto,
parte minima di una retta intricata e spezzata;
la storia mi risveglia, mentre distratto ascolto la radio,
quanta violenza nell’idea che quello che c’è sia così da sempre,
immutabile, ad uso e consumo del presente.
Prima dei cantieri, delle trivelle, degli scavatori,
sotto l’asfalto rovente questa strada era un bosco
e un uomo, indossando pelle di orso e di capra,
con arco e faretra lo attraversava, scrutando l’orizzonte.
E superando l’ultima curva, tristemente mi accorgo
che questo mio fragile corpo non potrà mai sapere
quale mistero grandioso si celava dentro il suo immobile sguardo.

Voltarsi indietro

Posted in Detriti in versi with tags , , , on 10 aprile 2014 by lostkid84

Non c’è più tempo per voltarsi indietro,
il tuo volto ritorna sfuocato, distante un poco,
nulla si è depositato, nulla ha messo radici,
dove prima c’era l’albero, l’unico che avessi mai piantato,
rimane un solco profondo, un sospiro nella terra umida.
Mentre fuori la vita scorre veloce, i ricordi sono alibi,
assassini che accettano immobili il proprio destino.
Il tempo lo puoi misurare solo dentro di te -dicono-
è questo che mi spaventa, i giorni diventano anni,
e adesso mi sento solo più vecchio e stanco.
Tutto è finito troppo presto, le parole, i sorrisi, gli sguardi,
tu che sussurravi non sarà per sempre, io che già lo sapevo
e piano ti dicevo addio. Questo è quello che ricordo di noi,
una panchina, un prato, le nuvole alte e poco altro.
Tu mi parlavi e io assorto guardavo le macchine passare,
la felicità bastava a se stessa e non faceva rumore.

Neve che profumi di silenzio

Posted in Scorie di pensieri with tags , on 13 dicembre 2012 by gioverre

Mi rimane attonita e mi affascina. Ha sepolto l’interezza di un candore sepolcrale, ha ghiacciato l’onda tortuosa del tempo, è entrata alla festa chiassosa del mondo senza chiamare, senza battere.

Chi sei?

Mi chiedo e forse è già troppo violento chiedere intimamente che tutto si sconquassa in me e tutto fuori di me.
Sei una visione che velando svela l’ignota eternità e mi piacerebbe che le mie lettere del tuo medesimo colore, che purtroppo gracchiano irrompendo con così tanto rumore, fossero innocue, immacolate e saggiamente mute come la tua natura che ammanta lievemente.
Tu copri ciò che manca, concludi quello che è stato fatto, come il punto alla fine di una frase. Il tuo è un inno alla fine: cali piamente in una cerchia di punti bianchi che adagiandosi coprono tutta questa materia e il pensiero che fa tutto bello e brutto e tutto ciò che è stato abbandonato dalla vita nel buio di queste notti lunghe .         .         .
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Quanto sarebbe bello riposare sepolti nella quiete della coltre di neve  che profuma di silenzio

Nel frattempo mi fissi incantandomi e forse turbi la mia debole e volubile facoltà d’arbitrio che deve strutturarmi nella società dove vivo, perché con serena voluttà, a volte lievemente vorticosa, tu scendi divisa e ti ricompatti a terra e ammirandoti mi confondi e mi dividi nella mia unità d’essere (c o s a f a r e ?)

                         muoversi                             guardare

      lasciar                  tracce                                restar              fermi

 agire           ispirato               dimenticare          di       lavorare

                             vivere                        morire

                          giocare                      contemplare

Rise

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , on 2 dicembre 2012 by gioverre

Questa mattina mi sono svegliato prima dell’alba e ho fatto ordine nelle stanze dei miei pensieri.

Mi sono accorto di aver considerato la mia vita come un fallimento (concetto che cammina sgherlo, mia ossessione, con le stampelle) all’interno della società, ma, senza l’influenza di alcun rumore, ho fatto fare un nuovo giro al mio punto di vista e l’ho tradotto in un’altra maniera: as a repulsion towards society.

Al buio di questa notte non finita adagio parole nel silenzio di questo spazio familiare. Finalmente mi accolgo dentro la mia casa, dentro il mio corpo, dentro di me. Attendo con una lieve gioia primigenia il sorgere del sole…

(noncurante della morsa del tempo)

Io scrivo aspettando l’aurora sulla cresta di un cratere. Sotto c’è tutto un mal-essere, un magma dell’essere, che ribolle, s’infuoca, cola, s’alza, s’allarga scuotendo. Non è il momento di spaventarsi. Ora posso quiescere con la percezione salda alle cose e libera di sentire fuori e dentro me, con la mente momentaneamente esautorata dai compiti del giorno. Ora posso rivolgere lo sguardo alla prima luce dell’intimità…

 

sunrise
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una laurea che non vale un cazzo. il servizio sanitario italiano che non funziona. rubinetto che spande. M13 odiato. bocconi avvelenati nei boschi. il giro quotidiano di Spugna. freddo. crampi nel scendere le scale. mancano biscotti e fette biscottate. promemoria per il resoconto meteorologico della Valle. articolo sul Vecchio Monastero. pranzo con i collaboratori de Il Bernina. preoccupazione: Spugna si gratta le orecchie in maniera selvaggia. entrano gli inquilini. manca il contratto d’affitto. firmare delega per assemblea condominio panorama. Imu costosissima. permesso di soggiorno non rilasciato. fame. denti cariati. acquisto tufi. sempre aggiornati sull’attualità. telefonare agli atleti SponsorPool. cellulare vecchio con auricolare malfunzionante. imparare il tedesco. spedire curriculum per supplenze. prepararsi per la serata: concerto a Brusio. cambiarsi. Spugna si lamenta. stipendi miseri. pensieri poco confortanti sul vivere questa vita

Il fantoccio come rimedio al successo

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , on 20 marzo 2012 by gioverre

Ringrazio Nic per il bell’articolo sulla serata della mia nomina. Ma, leggendolo, ho avuto un effetto di straniamento. All’inizio ho pensato che non sono abituato a leggere il mio nome in un testo. Poi, riflettendoci, ho considerato che non era possibile questa supposizione, poiché in altri articoli giornalistici o su carte burocratiche compare il mio nome e non ho mai avuto una reazione come questa. “Non si può ripetere ad alta voce il proprio nome per 3 volte!” diceva il Poeta, se non ricordo male. Mi sembrava una cavolata, invece forse non lo era. Se al punto di vista riflessivo sostituiamo la terza persona, le cose probabilmente non cambiano. Il mio nome in quell’articolo si trova più volte ed è lì che, a mio modo di vedere, si è verificata la frattura. Superata la soglia limite, il mio nome è diventato intollerabile a me stesso. Questo perché? Ragioniamo! Se io sono da solo non ci sono problemi; quiete, un po’ di disagio per la solitudine, ma niente più. Se io dialogo con l’Altro Me, ossia con un Lui in me, siamo in due ed è normale. Ed è chiaro che nello stesso istante non possono esserci dialoghi con più parti di Me. C’è dialogo solo in due e quindi la relazione a tre elementi risulterebbe complicata. Certamente il terzo può esserci nel caso in cui sono io che mi osservo. Ovvero io osservo me, ma siamo comunque in due e forse per questo motivo diventa insopportabile e impossibile sentire il proprio nome tre volte di fila. Ma, contorcendo ancor di più il ragionamento, l’Io che osserva potrebbe vedere due Me o almeno capire dai gesti o dall’aria meditabonda che io sono impegnato in un discorso con un Altro me. Fin qua, siamo al limite. Non si può andare oltre e uscire da questo circuito della mente se non si vuole perdere la propria identità. Non può esserci un quarto! Un altro osservatore, no! Ma, forse, non è proprio così; se c’è una quarta parete, possono esserci altri osservatori. Ma, tengo presente, si compromette la propria identità, perché a quel punto io divento personaggio all’interno del mondo. Di certo non sono più me stesso, sono una finzione da teatrino. Così si può reggere lo sguardo altrui solo se non sono me stesso. Così, all’interno di questa intricata e tortuosa riflessione, ho assaggiato per la prima volta il delirio del successo leggendo quell’articolo. Quello stesso nome ripetuto 4-5 volte è stranamente diventato insopportabile per Me. Non faceva parte di questo Me. Ho dovuto trovare una soluzione alternativa a questo delirio ed è stata quella di creare un personaggio da controllare, e che assolvesse il compito di mettersi davanti ai mille e più sguardi provenienti dal mondo, come un bersaglio che attende di essere perforato da mille e più frecce.  E in questa maniera  si tenta di non essere colti dal collasso, poiché quello che si chiama con il mio nome non sono realmente Io, ma un fantoccio che io ho intessuto e che io ho lasciato andare a ballare davanti agli archi tesi del successo.

Quando guido mi addormento

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , , on 27 febbraio 2012 by gioverre

Quando guido mi addormento. Di notte, percorrendo la Valcamonica, smarrisco il senso del controllo e chiudo gli occhi, non so per quanto, so che tutto va, la macchina per la sua strada, io per la mia. Vedo le luci delle stelle tutt’attorno, lucenti nella materia oscura, incrocio bagliori di comete che passano sfiorandomi, penetro galassie luminosissime che in un attimo svaniscono dietro il mio passaggio.
Chi è che guida? Non lo so. So che sono assopito sul sedile e mirando lande interstellari giungo comunque a destinazione, sano e salvo.
Ho pensato a tre opzioni plausibili per spiegare questo strano fenomeno:

1. continuo a fare incidenti mortali, però, invece di spegnermi sul colpo, passo in un’altra dimensione parallela ma affine, di modo che continuo a vivere come se niente fosse accaduto;

2. sopra la mia macchina si posa la mano dorata di Dio che mi muove secondo il suo piano e mi aiuta a stare in carreggiata;

3. sento sempre accanto a me la presenza di mia madre e, quando mi assopisco, è lei che prende il controllo dei miei arti e sterza, ingrana le marce, schiaccia i pedali. So che non mi ha mai abbandonato. Continua a leggere

Non mi resta che stare

Posted in Scorie di pensieri with tags , , on 14 febbraio 2012 by gioverre

Resto perché c’è l’amore ma non rimarrei perché non c’è vita. Non sono più tentato poiché non esistono più speranze e i desideri è giusto tenerli assopiti, altrimenti è una tribuna di lamenti. Sarà l’età? Quest’età che tutto sembra una perdita di tempo e manca il tempo per vivere con se stessi e con gli altri.

Si sta!

Incerta la vita di colui che brama ed è meglio farsi assistere dalla stabilità del letto, coricarsi presto e alzarsi mai, rigettarsi nelle acque tranquille del sogno quando si può. Possibilmente morire così. Affogando e sul fondo

stare

Caro Franco, io non sopporto più quest’occhio interiore spalancato che illumina e controlla. Ma cosa posso fare? Questa linea verticale mi ha annullato sulla linea orizzontale. Questo spirito è impotente nel mondo della materialità. È ridicolo resistere, comunque

sto

Nel mentire c’è il gusto della vita ma oggi vorrei che la professione sulla mia carta d’identità non fosse falsa. E domani riconoscermi per quel che sono, senza controfigure che fanno il lavoro sporco, senza ciarlatani che mi dicono “potresti essere…” Di questi tempi girano troppe mosche in queste stanze e non mi resta che

stare

              come

                                                                   le              parole

               appiccicato

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Ferro 3 di Kim Ki Duk

Posted in ReACcensioni with tags , , , on 9 gennaio 2012 by gioverre

Ferro 3 è un film del 2004, del regista coreano Kim Ki Duk, che per questo film ha vinto il premio speciale come miglior regia al festival di Venezia (2004).

 

Il titolo Ferro 3 si riferisce alla mazza da golf che si vede all’interno del film. Questa mazza ha una particolarità. È la più insolita da utilizzare per i giocatori di golf. Si usa in situazioni eccezionali, uniche. E, non a caso, la storia d’amore fra i due giovani protagonisti è anch’essa unica, veramente eccezionale.

Bravo il regista che ci offre una visione sulla clandestinità in maniera originale e profonda. Il protagonista di questo film entra nelle case lasciate vuote per motivi di lavoro o di vacanze e lì prende dimora finché i proprietari non tornano. In queste case approfitta del tempo disponibile per aggiustare oggetti, fare il bucato e altre faccende domestiche. Già questo è di per sé un elemento straniante, mai visto nei film comuni.

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Il sistema 2012

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , , on 6 gennaio 2012 by gioverre

Io m’aggrappo a tutto in mancanza di forma di quest’era mutile e scontornata, proiezione spregiudicata d’infingardi speculatori che ci tolgono le nostre speranze di geometria esistenziale.

Così nel sorriso della Vergine Maria mi sono commosso, nel bue e nell’asinello appacificati dagli sforzi quotidiani, nel fuoco vitreo di tungsteno che monda le impurità delle tenebre e nella vita di un bambino che si ripete una volta, e una volta ancora nelle nostre vite. Scruto quella scena familiare in quella capanna, senza pareti, senza protezioni di cemento, quest’amore vasto e virtuoso, trasparente come l’acqua purificatrice, allegro come la fiamma che li riscalda, sincero come l’aria fresca che respirano, eterno come la terra su cui sono inginocchiati. Io non resisto alla penetrante verità e mentre mi aggiro per le strade m’attornia il mistero di questi muri alti, possenti, disciplinati a stare muti, e quando cammino faccio passi per capire, ma c’è un abisso che non riesco a osservare. Tutto mi è nascosto. Strano come la notte tetra si confida più delle anime sguainate nelle loro tane sporche. E allora perché una finestra illuminata di calore non mi riscalda, ma raggela!

Mi sembra di essere un mostro reietto che non fa altro che camminare, che scrivere quello che incute incanto e che dona orrore. Continua a leggere