Archivio per 8 aprile 2010

Quel che resta da fare ai cantautori

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , on 8 aprile 2010 by lostkid84

Uno spettro si aggira per il mondo della critica musicale contemporanea: lo spettro dell’etichetta; sembra che da un po’ di tempo a questa parte i critici musicali siano stati colpiti da una malattia infettiva molto contagiosa e pericolosa: ovvero la tendenza a volere classificare, ordinare, ridurre il molteplice, il vario, il diverso, l’eterogeneo a costante, a categoria, a omogeneità indifferenziata. I sintomi che gli affetti da tale patologia presentano sono abbastanza riconoscibili: ogni volta che una voce cantautorale apparentemente forte e irriducibile a schemi preesistenti si affaccia sul panorama musicale, vengono colti da una smania inarrestabile di ritrovare in essa  degli echi di  cantautori del passato e di tendenze musicali e espressive ormai anacronistiche. Il nuovo cantautore si trasforma immediatamente nel Guccini dei nostri tempi, in un De Andrè dimesso e intimista, nel Rino Gaetano provocatorio e anarchico, e via in una profusione di etichette e derivazioni infinite. La diagnosi è ormai evidente: spesso al critico musicale odierno non importa molto evidenziare e sottolineare l’unicità, la singolarità della proposta musicale, quanto la sua appartenenza vera o presunta a questo o a quel filone musicale. Gli interessa maggiormente poterlo catalogare, per poi successivamente inserirlo in un ripiano ben preciso del proprio scaffale di cd e sentirsi così soddisfatto e appagato; diciamo che riuscire a ubicare, a trovare l’ubi consistam dell’artista, è diventato molto più importante che analizzare la reale portata del suo messaggio .
Questo atteggiamento, già di per sé molto riduttivo, mi appare ancora più miope se rapportato a un periodo come quello di questo inizio millennio, nel quale la precarietà, la provvisorietà, la mancanza di un baricentro stabile sono la vera essenza dell’esperienza umana; forse è proprio questo lo spirito del nostro tempo, ovvero l’impossibilità di comprendere in maniera netta quello che succede attorno a noi, se non in impressioni, in fugaci bagliori, che illuminano come fari intermittenti il mare del contemporaneo. Come è possibile infatti descrivere con certezza un’epoca che per sua costituzione intrinseca è portata a rompere con il concetto stesso di definizione? Che stabilità può avere l’uomo contemporaneo? Che certezze può trovare? Continua a leggere