Quel che resta da fare ai cantautori

Uno spettro si aggira per il mondo della critica musicale contemporanea: lo spettro dell’etichetta; sembra che da un po’ di tempo a questa parte i critici musicali siano stati colpiti da una malattia infettiva molto contagiosa e pericolosa: ovvero la tendenza a volere classificare, ordinare, ridurre il molteplice, il vario, il diverso, l’eterogeneo a costante, a categoria, a omogeneità indifferenziata. I sintomi che gli affetti da tale patologia presentano sono abbastanza riconoscibili: ogni volta che una voce cantautorale apparentemente forte e irriducibile a schemi preesistenti si affaccia sul panorama musicale, vengono colti da una smania inarrestabile di ritrovare in essa  degli echi di  cantautori del passato e di tendenze musicali e espressive ormai anacronistiche. Il nuovo cantautore si trasforma immediatamente nel Guccini dei nostri tempi, in un De Andrè dimesso e intimista, nel Rino Gaetano provocatorio e anarchico, e via in una profusione di etichette e derivazioni infinite. La diagnosi è ormai evidente: spesso al critico musicale odierno non importa molto evidenziare e sottolineare l’unicità, la singolarità della proposta musicale, quanto la sua appartenenza vera o presunta a questo o a quel filone musicale. Gli interessa maggiormente poterlo catalogare, per poi successivamente inserirlo in un ripiano ben preciso del proprio scaffale di cd e sentirsi così soddisfatto e appagato; diciamo che riuscire a ubicare, a trovare l’ubi consistam dell’artista, è diventato molto più importante che analizzare la reale portata del suo messaggio .
Questo atteggiamento, già di per sé molto riduttivo, mi appare ancora più miope se rapportato a un periodo come quello di questo inizio millennio, nel quale la precarietà, la provvisorietà, la mancanza di un baricentro stabile sono la vera essenza dell’esperienza umana; forse è proprio questo lo spirito del nostro tempo, ovvero l’impossibilità di comprendere in maniera netta quello che succede attorno a noi, se non in impressioni, in fugaci bagliori, che illuminano come fari intermittenti il mare del contemporaneo. Come è possibile infatti descrivere con certezza un’epoca che per sua costituzione intrinseca è portata a rompere con il concetto stesso di definizione? Che stabilità può avere l’uomo contemporaneo? Che certezze può trovare?
A volte mi sembra che l’umanità, colta dall’angoscia del naufrago perso nel mare in tempesta, non riesca più a trovare la via del ritorno perché ha smarrito la bussola e non è più in grado di orientarsi con le stelle.  Perdiamo contatto dalla realtà, perché veramente non sappiamo più come leggerla; gli strumenti non mancano, anzi ne abbiamo in eccesso; viviamo ormai nella tanto decantata civiltà tecnologica, possiamo entrare in contatto con l’altra parte del mondo schiacciando un semplice pulsante sul nostro computer, riceviamo infinite informazioni, milioni di immagini si addensano sugli schermi delle nostre televisioni al plasma. Eppure non ci siamo mai sentiti così smarriti e disorientati… Ci manca la capacità di interpretare quello che vediamo, perché tutto viene recepito, interiorizzato e consumato in maniera superficiale e velocissima, e perciò non ha il tempo materiale di sedimentarsi in noi e fare sbocciare il Senso profondo, l’essenza della cosa. E’ come se tutto ciò che viviamo rimanesse impresso sulla nostra retina a un livello visivo e il cervello non riuscisse più a codificare e dare un’immagine compiuta a tutti i singoli impulsi ottici. Si ripresenta il solito vecchio dualismo tra forma e contenuto, tra superficie e profondità, e ad uscirne vincitori sono sempre i primi.
A proposito di questa considerazione mi viene in mente quanto dichiarava Vittorio Sereni riguardo alla sua esperienza di poeta immerso nella realtà del boom economico dell’ Italia degli anni ‘60, nella poesia I Versi :

Se ne scrivono ancora.
Si pensa a essi mentendo
ai trepidi occhi che fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non era più facile l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

Sereni descrive in maniera illuminante quale, secondo lui, può essere il ruolo del poeta nella società contemporanea; egli dovrà partire da una situazione negativa, non sperando più di avere verità assolute da conquistare, o rivelazioni illuminanti da trasferire su carta; dovrà essere sempre disposto a ricominciare la ricerca, instancabilmente, intraprendendo un tragitto umile e dimesso, tra verità parziali e risultati sempre provvisori; la poesia si prospetta come confronto con la realtà, e proprio perché la realtà attorno a lui si fa sempre più magmatica, precaria, indefinibile l’esercizio poetico non si rivelerà liberatorio e catartico, ma si farà faticoso, periglioso, irto di difficoltà. Da un peso il poeta dovrà passare a uno successivo, in una ciclicità ripetitiva e senza tregua, quasi a scontare una pena ancestrale; ma egli sa che il suo compito è questo: sobbarcarsi il peso della contraddittorietà del contemporaneo, affrontare la mancanza di un perno stabile attorno al quale ruoti l’esperienza umana e riuscire a convertire questo senso di assenza, questo vuoto pneumatico in poesia. È quello che, a mio modo di vedere, anche Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica, ha fatto nel suo cd Canzoni da spiaggia deturpata; egli è partito da una situazione negativa, complessa, intricata come quella del nostro vivere contemporaneo, e non ha voluto semplificare , unificare le immagini, le suggestioni , le impressioni che la realtà gli offriva, ma le ha registrate così come le percepiva, perché ha intuito, come Sereni, che essa va colta nella sua mancanza di definitezza e stabilità, nella sua cangiante e volubile essenza. Entrambi hanno descritto la nostra epoca per quello che essa non è, per i valori che ha perso, nella sua frammentarietà e nella sua irriducibilità.
In Vasco Brondi la rabbia non si concentra sul messaggio, sullo slogan, non è rivolta all’uditorio, all’esterno, ma è interiorizzata a tal punto da diventare quasi incomunicabile; sono le parole stesse a permearsi di un forte senso di disillusione, di sconfitta; Vasco Brondi non può farsi portavoce di una generazione, innanzitutto perché questa cazzo di generazione x, di cui hanno parlato porci e cani, non è qualcosa di definibile, di etichettabile; in secondo luogo perché lui sembra sempre parlare da una zona di sé stesso talmente intima e privata, da risultare inaccessibile a qualsiasi altra persona. Non è uno che crea una storia, che si fa parte attiva di una situazione, ma piuttosto decostruisce, ovvero smantella la realtà, la sminuzza in tanti piccoli frammenti, e ce la porge dicendoci: questo è quello che resta; detriti, oggetti degradati, paesaggi industriali, spiagge deturpate invadono gli scenari apocalittici delle sue canzoni; essi però non assurgono ad emblema della decadenza del nostro mondo, non diventano quindi trita allegoria, ma sono la reale essenza, la vera natura del contemporaneo; sono correlativo oggettivo dei suoi sentimenti e diventano qualcosa di vitale, anche se inanimato, qualcosa di puro anche se degradato. Quella che potrebbe, a prima vista, sembrare un’ antinomia diventa connubio inestricabile e poetico.
A mio modo di vedere Brondi incarna in pieno lo spirito del nostro tempo; lui fa della sconnessione, della sospensione, dello smarrimento, del frammento, i cardini della sua poetica; non riesce a fermare le immagini, a definire quello che gli accade intorno, ma registra in uno stato di allucinazione costante quello che vede, che sente, che prova, in maniera anarchica, senza gerarchizzare. Sembra che tutto davanti a lui scorra, ma non riesca a incidere veramente sulla sua coscienza, che la realtà sia più veloce e rapida della sua capacità di capirla.
Non è forse quello che accade anche all’uomo contemporaneo?

Questa vorrebbe essere solo un’introduzione, o forse una divagazione dall’introduzione, a una serie di articoli nei quali cercheremo di analizzare i lati della poetica del progetto Le luci della centrale elettrica che più ci hanno colpito.
A presto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: