Sbuffa imperterrita una ciminiera,
nel clangore di rottami, lo sguardo di lei scolora,
trafigge in un raggio artificiale di luce.
– A cosa è servito amare?
Intrecciare parole come filo spinato,
barricarsi dietro grate troppo spesse
dietro inferriate troppo alte aspettare.
Lasciare tutto fuori è un po’ come portarsi il vuoto dentro
e portarsi il vuoto dentro è un po’ come morire,
io l’ho attraversata la solitudine,
in ogni strada in ogni anfratto l’ho incontrata
e non ho potuto evitarla, non ho potuto, capisci?-
– Bisogna avere il coraggio di rimanere sul ciglio,
guardare a fondo il mare del nulla
e dire: questo è quello che resta.
Amare l’odore di copertoni bruciati,
di tubi di scappamento, di polveri sottili,
di scarichi industriali, di cementifici dimessi.
Il residuo è spiraglio che apre un mondo, capisci?
È il fiore che nasce sul dorso dell’arido monte
e sussurra: è ancora possibile esistere,
è ancora possibile esserci.-
Non una parola superflua, non una di troppo,
ma solo la Parola definitiva, il Gesto necessario,
adesso ho deciso: questo è quello che sono,
perché questo è quello che resta.

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