Otto e mezzo di Federico Fellini


Si viaggia ancora. Si solcano i mari, si arriva sulla spiaggia di Otto e mezzo di Fellini. I giornalisti stanno andando via, spariscono dal set, rimane un paesaggio spoglio e sullo sfondo uno scheletro fatto di ponteggi per una pomposa rampa di lancio aerospaziale. Sentiamo il discorso dell’intellettuale al regista, quest’ultimo fallito, senza idee per disegnare il film richiesto dal produttore, solo, senza amori e senza prospettive artistiche: “Educarsi al silenzio”, “creare le cose necessarie”, “ siamo soffocati dalle parole, dalle immagini, dai suoni che non hanno ragione di vita, che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto”. Nel frattempo tutto si spoglia delle sovrastrutture, al vento che porta via il superfluo e anche le parole del critico; è proprio il vento che suona il filo della vita del regista e dà linfa nuova ai suoi sentimenti, distrugge l’impalcatura delle sue finzioni professionali per riscoprire l’essenzialità della vita, le figure amate, risorte dal vuoto. Tra le parole sussurrate al vento dal regista possiamo sentirne altre, se ascoltiamo bene, ancor più sommessamente scandite: “Non una parola superflua … non una di troppo … ma solo la Parola definitiva … il Gesto necessario … adesso ho deciso … questo è quello che sono … perché questo è quello che resta”

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