L’ultimo verso #1

In questi giorni pubblico due articoli, e specificatamente uno studio, in seguito alla accensione, avvenuta a fine marzo, del LHC (Large Hadron Collider) al CERN di Ginevra. Questa macchina, tecnologicamente la più avanzata al mondo, è un acceleratore di particelle che permetterà agli scienziati di comprendere alcuni processi fisici, ancora oscuri, dell’universo, attraverso l’analisi minuziosa dello scontro di due fasce di protoni lanciati quasi alla velocità della luce. Mediante tale operazione si spera di riuscire ad individuare il bosone di Higgs, definito anche “la particella di Dio”, l’atomo da cui si è generato il nostro cosmo, o meglio il punto nel quale la concentrazione d’energia, esplodendo, ha creato la massa.

Nonostante il differente ambito d’indagine, propongo in questo blog un’analisi letteraria di un fenomeno affascinante come la creazione dell’universo, concentrandomi sull’ultimo verso di Alla cometa di Halley di Pascoli (postata due giorni fa), e presentando al lettore di oggi la particolare, seppur passata, visione scientifica del cosmo tra Ottocento e inizio Novecento, ancora legata in minima parte a una concezione teogenetica.

Nel componimento la cometa di Halley compare a Dante (a cavallo tra il 1301 e 1302), nel periodo della cacciata da Firenze, e simboleggia la minaccia della precarietà delle cose e il male che pervade il cosmo. Secondo la visione pascoliana l’universo ha la profondità e l’incomprensibilità della morte e l’unico che può affrontare la morte del Tutto è Dante, unico essere umano ad aver visitato e aver trasmesso all’umanità quello che c’è dopo la vita.

 Il titolo è stato scelto in riferimento all’ultimo verso del poemetto, ma è particolarmente adeguato per la sua sfumatura apocalittica in quanto “Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno” può essere ritenuto il verso esemplare del nostro estremo limite esistenziale, della nostra situazione quando ci sarà la fine dei tempi.

 

Prima di iniziare, due parole sulla cometa:

La cometa di Halley segue un’orbita ellittica e si avvicina alla Terra tanto da essere vista nel cielo dall’occhio umano ogni 76 anni. Il nome dell’astro è stato dato in onore del suo scopritore Sir Edmond Halley (1656-1742) che, grazie alle documentazioni astronomiche dei secoli precedenti, per primo capì trattarsi dello stesso oggetto che periodicamente compariva in prossimità del nostro pianeta. Con il suo passaggio nel 1986 si è osservato, tramite una sonda spaziale, che ha diametro di alcuni chilometri, è formata da roccia, composti di carbonio e ghiaccio e si è calcolato che non avrà vita eterna perché ogni volta che si avvicina al sole i raggi contribuiscono a far evaporare il ghiaccio sgretolando e polverizzando l’ammasso vagante, fino a che non sarà del tutto consumato tra circa 170 mila anni. All’epoca Pascoli poteva leggere su Astronomia popolare di Camille Flammarion che le comete «non appartengono originariamente al sistema solare» ma che «viaggiano attraverso l’immensità » e «possono trasportarsi da un sole all’altro».[1]

La figura principale dell’intera vicenda è Dante ed è colto, come ho riferito precedentemente, mentre compie i suoi primi passi da esiliato. Si trova in cammino da solo come accade nei primi versi della Divina Commedia[2] e con uno stato d’animo di smarrimento e di paura.[3] C’è la stessa misera condizione esistenziale: se il personaggio della Commedia è ostacolato e disturbato nel suo tragitto da tre fiere e, più avanti, da altre terribili creature infernali, il Dante pascoliano è turbato dalla cometa che gli fa sentire la precaria condizione dell’uomo.

Se nell’intero corso del poemetto la cometa è relegata all’apparizione e quindi alla produzione di pensieri infausti nell’animo umano, nella sesta parte l’idea della catastrofe diventa realtà concreta; è verseggiata la distruzione in atto dell’universo. Da idea a fatto, negli ultimi versi Dante è rappresentato come l’essere in grado di ascendere nella materia cosmica in quanto aveva già passato queste vie universali attraverso il percorso testimoniato nella Commedia.

Ora, qui, all’apice del climax, Pascoli annienta ogni soggettività umana e ogni residuo di umanità dando campo a una visione oggettiva del fenomeno e consegnando infine un verso puramente spersonalizzato:

Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno. (VI, 13)

Il Tutto e il Nulla sono nella filosofia di Pascal i due estremi che l’uomo terreno non riesce a cogliere. L’essere umano è destinato a una «posizione mediana», dato che si trova a «una via di mezzo tra il nulla e il tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, la fine delle cose e il loro principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile, egualmente incapace di cogliere il nulla da cui è tratto e l’infinito in cui è inghiottito».[4] Pascoli sembra riferirci che solo Dante può tentare l’impresa, ma, purtroppo, il Sommo Poeta e il suo pensiero non sono immortali e verrebbero annientati con il collasso dell’universo.

Gli ultimi versi della Cometa di Halley raccontano l’apocalisse dell’Essere. Nulla è rimasto nell’immensità dell’universo. Eppure Pascoli sembra riaprire la morte assoluta delle cose ad un atomo d’esistenza. Sebbene egli sia cosciente delle potenzialità della scienza e dei dubbi che essa crea sull’esistenza di Dio, si può invece supporre, dato il tema principale nell’intero componimento, che l’ultimo verso sia ispirato direttamente dalla visione dantesca del Paradiso e esattamente da questi versi:

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.

Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

[…]

Non perché più ch’un semplice sembiante
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer `poco’.
[5]

 Lo sguardo di Dante viene attratto dalla luce di Dio, ma ben precisamente dal «vivo raggio». Dentro, in un «punto» di tempo, ossia in un istante di completa estasi e ammirazione, può vedere l’Unità di tutto quello che è caotico nell’universo, e che in assenza di spazio e di tempo si può considerare un punto. Seguendo la via del Sommo Poeta, Pascoli sembra rivelarci che l’universo nella sua situazione estrema rimane con tre elementi, con una trinità divina.[6] Triplice ma assimilabile a una sola Unità: «l’Uno». Dio. Il bosone di Higgs. Il primo atomo della creazione e allo stesso tempo l’ultimo. L’atomo fondamentale, quello che ha in sé la potenza di generare.

Prosegue nella prossima puntata.


[1] Camille Flammarion, L’astronomia popolare, Sonzogno, 1887.

[2] Inf. I, 1-3.

[3] Inf. I, 4-6.

[4] Blaise Pascal, Pensieri (a cura di Luciano Orlandini), Pagus Edizioni, Treviso, 1992.

[5] Par. XXXIII, vv. 67-123.

[6] Par. XXXIII, 115-120. Nel Paradiso, come si legge, la trinità è rappresentata con tre cerchi di diversi colori, riferibili al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

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