L’ultimo verso #2

Nelle lezioni su “La Ginestra” – sicuramente il poema leopardiano è uno dei punti di riferimento per la sua poesia astrale – Pascoli celebra tra le «espressioni più efficaci» a rappresentare l’universo «il poema cosmogonico in prosa»[1] di Edgar Allan Poe intitolato Eureka.[2] La visione scientifica, e allo stesso tempo divina, dell’universo è tipicamente ottocentesca. Poe scrive che Dio creò la Materia primaria dal nulla grazie alla sua Volontà e con la «Particella primordiale ha completato l’atto (…) della Creazione». Continua asserendo che l’Universo nasce dalla scissione di questa Unità in una Molteplicità di atomi «finché l’energia diffondente» emanata in questo Atto divino «smettendo di essere esercitata, lascerà questa tendenza libera di cercare il proprio compimento», in previsione di «una reazione subitanea (…) degli atomi divisi a tornare Uno». Lungo il suo poema in prosa Poe associa le leggi fisiche dell’Attrazione e della Repulsione rispettivamente ai concetti di materialità e spiritualità dimostrando attraverso alcuni fenomeni inerenti al cosmo che «il Corpo e l’Anima camminano mano nella mano». Infine scrive:

 

(…) avverrà a un tratto una precipitazione caotica, o apparentemente caotica dei satelliti sui pianeti, dei pianeti sui soli e dei soli sui nuclei; e il risultato generale di questa precipitazione sarà l’assembramento delle miriadi di stelle attualmente esistenti nel firmamento (…) Mentre si compirà la consolidazione, gli ammassi stessi con una velocità prodigiosamente crescente si saranno slanciati verso il loro vero centro generale, e ora con una forza elettrica mille volte maggiore, proporzionata solo alla loro grandezza materiale e alla spirituale passione per l’unità, i maestosi avanzi della tribù delle Stelle sfolgoreranno infine in un comune amplesso.

 (…) la Materia espellendo finalmente l’Etere ritornerà nell’Unità assoluta; sarà allora Materia senza Attrazione e senza Repulsione, in altri termini Materia senza Materia, in altri termini ancora, non più Materia. Sprofondando nell’Unità, sprofonderà contemporaneamente in quel Nulla che per ogni percezione finita deve essere identico all’Unità

(…) Ma dobbiamo fermarci qui? No. Nell’assembramento e dissoluzione universale noi possiamo facilmente immaginare che da una serie di condizioni nuove e forse del tutto differenti possa derivare – un’altra creazione e irradiazione ritornando in se stessa – un’altra azione o reazione della Volontà Divina.[3]

 

 Il finale del poemetto è dunque possibile ritenerlo come una rappresentazione in versi della contrazione cosmica narrata in Eureka. Pascoli la descrive seguendo un crescendo iniziante con la minaccia della cometa, proseguendo con la disgregazione della materia fino all’annullamento di ogni cosa, dove il cosmo ritorna a essere un Punto.

Seppur nella sua produzione Pascoli sembra avvicinarsi a un’idea positivistica della genesi cosmica, come si può intravvedere nella sua poesia astrale e nel pensiero che la regge, l’ultimo verso pare risolversi in una sintesi dell’idea teocentrica dell’universo. Se, in questa teoria, Poe avesse ispirato Pascoli, sarebbe intuibile che per l’italiano ci sia spazio per credere in un’altra genesi e in un altro processo di creazione ed espansione dell’universo. L’Uno dell’ultimo verso potrebbe quindi nascondere in sé la speranza di vita oltre l’estrema situazione critica dell’annullamento dell’universo e il presentimento dell’esistenza di una Volontà divina.

 


[1] Giovanni Pascoli, Lezioni bolognesi per i maestri 1907-1908 (La ginestra), in Id. (a cura di Cesare Garboli), Poesie e prose scelte, Mondadori, Milano, 2002, p. 1285.

[2] Edgar Allan Poe, Eureka. Saggio sull’universo materiale e spirituale, L’Unità/Theoria, 1994, p. 34.

[3] Ibidem, pp. 136-139.

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