Stabat Mater

Sebbene Tiziano Scarpa è meritevolmente uno degli scrittori italiani più affermati nella letteratura contemporanea, il suo volume di pensieri e impressioni, Stabat Mater, vincitore del premio Strega, ha diviso il giudizio dei suoi estimatori e della critica. Si potrebbe asserire che per ogni artista è sempre stato così. E concordo. C’è chi dice che l’opera non è riuscita e questa considerazione critica, a mio avviso, nasce dal fatto che una così raffinata cura della caratterizzazione del personaggio principale, una così profonda immedesimazione dell’uomo-scrittore nel personaggio femminile, una così attenta e minuziosa gestione dei pensieri e delle sensazioni che si susseguono come in una collezione di gemme, ha sopperito alla naturalezza discorsiva della narrazione e quindi lo si sente come risultato di un abuso d’artificio. Quasi inchiodato nel meravigliare, si libera dai limiti della bellezza e del pensiero ben congeniato in alcuni rari casi e soprattutto nei momenti dove la passione musicale pervade la prosa di vivacità ritmica e rende più arioso e svagato il mood dell’opera, lasciando da parte la ridda di ragionamenti inquietanti con la Morte e dei sentimenti malinconici verso una madre mai incontrata. Sì, è bello e profondo, a volte illuminante, ma sembra noioso e lento, forse perché, sotto l’apparenza delle scenette e delle impressioni, si cela il vischio del ragionamento esistenziale e di quello filosofico-allegorico (vedi la Morte raffigurata da bambina) che impedisce la fluidità narrativa.

Questo mio scritto però non vuole essere una critica solamente negativa alla creatura di Scarpa, ma, anzi, vorrebbe rendere chiaro, in alcuni punti – a parere mio i più interessanti – il disegno di Stabat Mater. Se consideriamo la sua intera produzione, vengono alla ribalta due temi fondamentali: il corpo e il liquido (vedi Corpo, 2004 e Occhi sulla graticola, 1996). Con il termine “corpo” non si deve intendere solamente quello umano, ma anche quello di realtà più oggettive, comunque sempre colte nel suo essere “organismo” come, per esempio, la città di Venezia (Venezia è un pesce, 2003). Con la sua città natale Scarpa ha un legame viscerale ed è per questo che lo scrittore veneziano ha un particolare rapporto con l’elemento che la caratterizza, ovvero l’acqua. La prosa di Scarpa è intrisa di scene e pensieri esilaranti riguardanti l’acqua e i suoi derivati corporali che rinfocolano costantemente la sua vena comica.

In grandi linee Scarpa si è spesso espresso sul registro comico fino a Stabat Mater, la sua opera più “seria”. In questa sua creatura però le costanti non mancano. Si nota Venezia, dove si trova l’orfanotrofio, e la sua immancabile acqua. Subito la protagonista Cecilia narra di un sogno dove lei è un pesce che soffoca nel mare avvelenato. Questo momento onirico è prefigurazione della vita della ragazza all’interno dell’istituto. Ci si muove con lentezza, in profondità, in una sorta di sospensione del Tempo e dello Spazio, dove lo spirito della narrazione si lega visceralmente con lo spirito dell’ambiente, rendendo quindi impensabile la consueta relazione tra Uomo e Spazio che stabilisce uno scontro critico e psicologico con l’Altro. Qui non esiste l’Altro, almeno fino all’avvenuta di Antonio Vivaldi, ma questo personaggio, estraneo perché virile, è da considerarsi un maestro spirituale in grado di elevare le anime delle musiciste alla gioia mistica dell’armonia musicale.

Cecilia è legata in maniera “vitale” alla struttura dell’orfanotrofio con la sua organizzazione e le abitudini quotidiane delle orfane e delle suore ed è talmente in fusione esistenziale con quel luogo che può spostarsi al buio o ad occhi chiusi lungo i corridoi e le stanze, può sognare e scrivere da lì dentro, crescere in quel corpo. Il sottile paradosso di Cecilia sta nel fatto che lei cerca sua madre ma è invece nutrita nel ventre-cosmo di quell’altro corpo materno, quello che realmente l’ha allevata tra le sue mura e che un giorno dovrà abbandonare per venire realmente al mondo, per rompere con quel sogno alimentato da quella vita che si genera prima della vita, e quindi di una vita nella pre-morte, prima della vita reale spesa con tutte le forze in autonomia esistenziale e prima della vera morte, ossia quella della mancanza di ogni funzione vitale nel proprio corpo.  

Non siamo lontani da quel capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi (non penso di esagerare, provate a leggerlo!) che è la prima parte degli Esordi di Antonio Moresco, e non credo sia sbagliato associare le due opere per la loro capacità espressiva pregna di intimità e per la loro natura esperienziale quasi mistica. Infatti il seminario di Moresco e l’orfanotrofio di Scarpa sono simili per molti elementi come la clausura, la devozione e il rispetto, ma soprattutto per la mancanza di Tempo che ci mostra l’esistenza – sempre che possa esistere senza il Tempo – nella dimensione dell’eternità. Ritengo pertinenti queste mie osservazioni dato che Scarpa è stato il primo a essere affascinato dalla scrittura degli Esordi e nel resoconto scritto per i vertici della Feltrinelli ha tratto con sorprendente capacità analitica le peculiarità di quella prosa; e credo di non allontanarmi molto dalla verità se dicessi che l’ha presa come modello, non raggiungendo però, secondo il mio modesto modo di vedere, la stessa intensità, la stessa percezione del contatto con le cose, la stessa pienezza dell’essere con l’ambiente.

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