L’isola che non c’è – Pacific Trash Vortex

Apro la rivista “Oasis”. Cosa leggono i miei occhi! Un’isola, nell’Oceano Pacifico, tra gli Stati Uniti e il Giappone, chiamata Pacific Trash Vortex, formata dai rifiuti degli ultimi 60 anni, in maggior parte di plastica, portati dalle forti correnti oceaniche e confluiti tutti in uno stesso punto. Incredibile a pensarlo, ma ancor di più se consideriamo che non sia un isolotto ma un ammasso di immondizia di diametro stimato attorno ai 2500 km e profondo 30 metri. Sarà una farsa? Rimango comunque stupito, non solo per una motivazione ambientale sull’enorme produzione di rifiuti della nostra società, ma anche per un motivo strettamente personale riguardante il paesaggio mentale e virtuale di questo blog. Leggetevi il Varo ufficiale o le poesie di lostkid, e capirete perché rimango sorpreso da questa notizia. Nel blog volevamo mettere in rilievo la funzione e la bellezza del detrito e da questo oggetto di scarto che trattiene in sé l’essenza dell’essere, cercare di comprendere e raffigurare il mondo. È ben chiaro che la nostra visione non va oltre al livello letterario – poetico – spirituale – esistenziale, e perciò ci sorprende dire che nella realtà esiste veramente un paesaggio come da noi descritto: in mezzo all’Oceano si trovano veramente questi conglomerati di detriti.

Mi chiedo come mai non si è mai sentito parlare di Pacific Trash Vortex. Quest’isola che non c’è sulle cartine, creata in maniera naturale dalle forze marine con materiale artificiale di produzione umana, quest’isola esiste e sta galleggiando sul mare. Ecco cosa ha fatto la fase anale della nostra società con la sua mentalità del “rifiuto”! La mente dell’uomo contemporaneo è talmente concentrata su se stesso, sui suoi affari e nel rinnovare lo stile della sua vita che tende a marginalizzare e dimenticare l’altro, quello che non lo rappresenta più. Così, per gli oggetti, si tende a dimenticarli nell’armadio e poi a gettarli via: un oggetto così da intimamente personale diventa altro e quindi rifiutato.
Su quest’isola che non c’è non si trova Peter Pan, non è l’isola inventata dove si sublima il mondo della fantasia. A entrambi le isole però calza a pennello il concetto poetico rimbaudiano dell’”altrove”: l’isola che non c’è è il luogo principe delle avventure fantasmagoriche che ti portano a evadere dalla pesantezza della realtà, mentre il Pacific Trash Vortex deve far riflettere sulla portata sentimentale esistenziale dei suoi detriti, correlativi oggettivi abbandonati al flusso del divenire, e convoglianti verso uno stesso punto nel quale si è composta quest’isola, quest’altrove.
Si dice che la letteratura debba raccontare gli interstizi oscuri della vita, o quell’ 1% che non è comprensibile secondo una disanima reale dell’esistenza e degli eventi che ci circondano. Ma qui affermo che il vero scrittore o poeta deve spingersi in un altrove, fuori dal conformismo, dalla quotidianità, dal ben pensare, dai consolidati vincoli dei rapporti sociali, dal bon-ton dello scrivere; deve cercare quell’isola che non c’è che la gente non vede e renderla visibile e percettibile attraverso le parola.
Questi sono i bagliori che possono rivelare i detriti.

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