Specchiarsi #1

Questo racconto è stato scritto un anno fa. La sua natura non è ben definibile. Rileggendolo dopo parecchi mesi direi che sembra di trovarsi in uno di quei film morbosi girati dai registi cinesi. Se vi può interessare, il testo ha un secondo titolo: Estasi. A dirla giusta, cronologicamente sarebbe il primo, e sarebbe il titolo del file che mi ha accompagnato lungo l’intero travaglio della sua stesura generandomi continue ispirazioni.
Assieme al comandante BiCefalo Giofab, che ringrazio per l’opportunità concessami, abbiamo deciso di pubblicarlo in 5 puntate e censurare alcune frasi troppo “hardite”. Buon proseguimento

Arrivò di corsa davanti alla porta d’entrata. Tentò d’inserire la chiave nella serratura, più e più volte, senza indovinarne la giusta posizione. Era rimasto cieco: tutta la smaltatura e la verniciatura che aveva messo in posa la mattina per correggere gli inestetismi del viso, gli si era sciolta sotto l’acquazzone. Colava lungo le fossette della sua faccia che pareva liquefarsi. La parte attorno agli occhi era stata restaurata con lo stucco e l’intero volto coperto dal fondotinta; ma la pioggia di quel giorno era stata così copiosa che aveva dapprima creato dei canali, e poi debordando aveva fatto franare gli argini di smalto che andarono a confluire nelle cavità oculari. Cercava ora di aprire la porta del proprio appartamento. Gocciolava e sul marmo si espandeva una macchia color terra. Riuscì a entrare e andò a tentoni verso il bagno. Si spogliò e si fece una doccia per disincrostarsi e spurgare le orbite degli occhi e i condotti lacrimali. Poi si appostò davanti alla superficie dello specchio e, premendo l’interruttore, iniziò a spegnere e ad accendere la luce per ore e ore.


“Come posso guardarmi allo specchio? Sembro un’oscenità. Come è possibile che nemmeno la chirurgia estetica sia riuscita a risolvermi questo problema? Sa fare miracoli! Sulle riviste ci sono articoli in cui è accertato che la mente può mutare i tratti somatici. Dunque ci proverò. Fisso la mia orrenda immagine dentro la mente e nell’oscurità tento di plasmarla tenendo ben presente il ricordo della figura di quand’ero fanciullo. Non sono un perfezionista tanto è vero che ammetto altre variabili e imperfezioni dovute a fattori esterni e a cause accidentali. Ho però la matrice di me ben fissa in testa, devo solo premere con le mani la mia pelle argillosa e comprimerla in modo che non ci siano vuoti d’aria. Ora riaccendo i faretti. Ma di fronte a me c’è sempre quell’immagine mostruosa: la mia immagine reale. Riprovo di nuovo, spengo e riaccendo provando ad immaginarmi. Per giornate intere continuerò finché non riuscirò a modellarmi come voglio. Mai mi era capitato nella vita un evento così capitale: non le prime effusioni d’amore, non il diploma, non il primo giorno di lavoro, non la morte dei miei genitori, bensì questo processo di marcescenza che mi sta decomponendo. Così danneggiato mi trovo a fare i conti con la natura matura della morte e le sue sibilline creazioni installate nelle mie cellule per deformarle. Quanto vorrei ripulirmi di queste lugubri pustole! E quanto vorrei rinfrescare gli occhi e i loro contorni ormai scuri e tetri! E quanto vorrei togliermi dal viso quest’insalubre tinta biancastra! E questa sofferenza che mi tocca contemporaneamente il fisico e l’aspetto! Quello che mi irrita tanto è il fatto che il male mi leghi a sé e alla bruttezza ed entrambi mi portino alla morte. Trancerei volentieri la corda che mi tiene avvinto a quei deprecabili sequestratori, ma se dovessi scegliere, preferirei rimanere con il dolore ed eliminare l’altro per poter curare l’immagine. Sento che sono destinato a deteriorarmi, ma sogno di vedermi nuovo. Malgrado tutto, per iniziare a lottare, dovrò darmi delle regole e per primo non dovrò più vedermi allo specchio, perché, se lo facessi, quei due malviventi mi stringerebbero ancor più forte e di conseguenza mi toglierebbero ancor più energie per vivere. Se proprio il mio narcisismo avesse voglia di uno specchio, ne dovrò cercare uno alternativo.”

Nei momenti di riposo si metteva ad ascoltare i rumori della cassa di risonanza che era il condominio. Quando stava coricato nel letto a sonnecchiare, lo teneva sveglio il battere martellante contro il muro del letto appartenente all’appartamento accanto. Sopra questo ritmo, a volte frenetico, a volte lento, si elevavano dei versi animali come singulti e suoni vocalici provenienti da bocche aperte; disegnò un bozzetto con fogli sovrapponibili della vicina d’appartamento che nuda si strofinava su e giù, e scorrendo carta dopo carta diventava un’anguilla che muovendosi scivolava via dalle mani di un pescatore.

Spesso spiava dallo spioncino della porta quando udiva aprirsi l’ascensore, o girare le chiavi nella toppa della serratura, o squillare il campanello della vicina, e vedeva muoversi delle ombre agitate nella fievole luce che passava dal lucernario. Solo quando entrava e usciva da sola accendeva la luce del giro scale. Allora la vedeva in tutta la sua snella e serpeggiante silhouette.


Un giorno, invece di sbirciare, aprì la porta e la bloccò. Le chiese di entrare e lei accettò. Le offrì da bere e lei bevve. Le parlò e lei annuì. Se ne andò ma poco dopo ritornò. Si tolse i vestiti che la coprivano e fece altrettanto con lui. Lo stese sul letto, lo baciò su ogni parte del corpo e lo accarezzò. A ogni contatto lui apriva la bocca e a ogni sospiro l’aria vibrava frantumata in piccole scosse
luminescenti.

La chiamava al telefonino. Articolava foni e parole e in giornata lei si presentava. Si accomodavano nella vasca riempita di latte, si facevano gocciolare il miele dorato sulle labbra, sui polsi, sui capezzoli e se lo leccavano; protendevano la lingua e si sondavano l’ombelico a vicenda lasciando, quando alzavano le teste, un ambrato filo in tensione tra le umide labbra e l’addome. Poi illuminati da due candele guizzavano avvinti e lucenti macchiando di gocce bianche le pareti.

Altre volte faceva stendere l’uomo sul pavimento, preparava in un pentolino la cioccolata fondente, la lasciava raffreddare e quando era tiepida al punto giusto la versava, (…) sul muscolo in tensione dell’uomo. Il denso liquido colava lungo la pelle, poi con il fohn acceso la donna cercava di solidificarlo rapidamente. Quando la cioccolata era completamente tornata allo stato solido, la toglieva dal punzone e insieme la guardavano nella sua nuova forma. Il calco oblungo poi veniva premurosamente depositato in frigo.

Dopo mezzanotte aspettava che finisse il tramestio sgangherato del letto, e attendeva di sentire aprirsi la porta con i passi allontanarsi, in quel momento la chiamava e lei veniva nel suo appartamento. Preparava della camomilla o del latte caldo. Seduto di fronte a lei che soffiava nella tazza, fissava la lucentezza dei suoi occhi dove si specchiava. Nella pupilla dilatata per la luce soffusa scorgeva quel che era. Vedeva muoversi una sagoma incolore che con gesti calmi e armoniosi porgeva dei biscottini all’altro lato della tavola.

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