Specchiarsi #2

“Mi vedo dentro quella pupilla e suppongo cosa posso diventare, poiché lì dentro è ancora tutto informe e perciò diventa il luogo ideale per fare un collage o per ridipingersi; così che possa aggiungere sopra la mia immagine presente altre pennellate di altri colori, magari più oleosi, più vividi. Attraverso di lei ritorno a piacermi nei tratti e nei colori. È per me una tela che si offre volontariamente alle mie nuove pennellate sopra la mia vecchia e smunta immagine. Anzi è di più, poiché mi cede la sua pelle in modo che io possa tatuare il ritratto di me. Quella cute che rispecchia la mia immagine interiore è il più grande sentimento che possa esserci. Ma aimè! Il tempo scioglie la bella cera e ne fu prova quando una sera a tavola la vidi inorridita nel guardarmi. Mi disse che era turbata perché perdevo sangue. Altre cose non mi ha mai detto per non farmi soffrire, anche se sono ben visibili, per esempio i lineamenti che mi si stanno conficcando sempre più nella pelle lasciando dei profondi solchi. Se prima era interessata, o almeno incuriosita dal mio aspetto, oggi mi accorgo delle sue impercettibili smorfie facciali, che attentamente cerca di nascondermi invano, perché uno specchio sincero non ha angoli opachi. Il tatuaggio ormai ha assunto un’espressione imbronciata e avvilita, da cui è stata tolta gran parte di virilità. Sconfitto me ne ritorno al solito specchio. Mi osservo. Sembro uscito fuori da un quadro espressionista, con la pelle sformata. Provo a strapparmi via con le unghie questa faccia orrenda affrontando il dolore. Ma il dolore rimane con il volto tinto di porpora. E se fosse la materia che si sta ribellando all’immagine spirituale? In effetti ciò che gli altri vedono è un’eruzione partita da uno squarcio che lo spirito non è più capace di suturare, e dal quale stanno uscendo incandescenti tutte le scorie di cui non mi sono mai curato. Ma cosa posso fare se sono debole e superficiale! Mi infervoro per vanità… Cosa farne allora di quell’immagine reale che non mi rappresenta, che è altra cosa. Giacché è così, mi sbarazzerò di quell’altra cosa. Prima devo dimenticarmi della mia immagine passata e poi di conseguenza bloccare ogni processo mentale che favorisca il desiderio di vedermi. Dopo di che devo disfarmi dello specchio. A questo punto, se tutto funzionasse per il meglio, annullerei ogni rapporto con quell’altro me e forse ritornerei a vivere.”

A notte fonda lei andava da lui, lo faceva stendere sul divano col capo sulle sue gambe e gli passava il cotone imbevuto di disinfettante sulle fistole. Alcune volte l’uomo si arrabbiava e corrucciava il muso prendendola con la forza tra le sue braccia. Spingendo con gli avambracci sul petto di lui, la donna cercava di liberarsi e di tenere lontano il suo viso da quella debordante escrescenza facciale. Alla fine la mollava e lei continuava con il trattamento.

Una sera, acceso il computer e collegatisi a internet, gli scaricò un programma. Era il gioco di una vita virtuale. Da quel momento i suoi occhi iniziarono a brillare di nuova luce. Fissava con interesse ogni passaggio. Poté scegliere quale nome e identità dare a una nuova vita. Poté costruire un’immagine di quella vita, l’avatar, e gli diede le sembianze di quand’era giovane. Sorrise. Vide la prima schermata: un paesaggio urbano con grattacieli e altra gente che camminava lungo il marciapiede. Con le freccette della tastiera mosse il suo avatar. Il suo osservare si fece più attento e intenso man mano che si spostava nello spazio virtuale. Nella prima piazza che incrociò, incontrò una ragazza, appena nata, da pochi istanti, come lui, e si parlarono entusiasti della nuova esperienza. Decisero di aiutarsi a vicenda e si incamminarono verso gli uffici abilitati a dare informazioni. Intanto, nella realtà, aveva sporto il busto in avanti fino quasi a toccare lo schermo con il naso. Era come se fosse attratto da una forza invisibile che aveva il suo campo magnetico dentro il monitor, e dentro lì lo stesse risucchiando.

Davanti allo schermo non si muoveva. Vegetava. Dentro quel nuovo mondo invece si spostava, viaggiava, faceva conoscenze con altri avatar, mangiava, dormiva, ragionava. Spese della valuta reale convertendola nella valuta virtuale. Acquistò un terreno in una sim e costruì una casetta con un giardino. Lì vicino edificò anche il primo avatar che aveva conosciuto. Poi comprò un locale in centro città e ne fece un negozio d’abbigliamento; ampliando i suoi contatti ebbe la licenza di vendere prototipi di capi firmati delle marche più famose.

Volava da casa al lavoro, e viceversa, e poi andava alle feste e in discoteca in compagnia della sua amica. Con lei trascorreva parecchio tempo dialogando. In una connessione si trovarono fra le pareti evanescenti della sua casa. Si misero a provare dei vestiti che aveva portato dal negozio e accadde che restarono completamente bruni rivelando la nudità tridimensionale delle loro immagini. Si avvicinarono lentamente e si scontrarono cercando senza successo di avvinghiarsi. Poco dopo volarono rapidamente dal venditore di genitali. Pagarono l’aggiunta, così ebbero a disposizione la nuova funzione sessuale. Nella trasparenza della casa ripresero il gioco malriuscito. Scelsero una posizione standard e si videro le due immagini collegarsi e muoversi. Giocarono con posizioni diverse in vari luoghi. Nel momento che maneggiava il mouse con le dita, (…).

Dopo molte connessioni, passate tra giochi erotici e incontri di scambi di parole, lei gli disse che non lo voleva più e se ne andò via accompagnato da un altro avatar. In quell’istante vide il riflesso di sé in una parte scura dello schermo e si accorse che la tastiera era bagnata di sangue. Si alzò di scatto dalla sedia iniziando a correre come un animale che fugge. Scappava dalla sua marcescente immagine che vedeva riflessa sui vetri dei quadri e sulla patina lucida delle porte. Sbattendole e muovendosi in modo disorientato e nevrotico, arrivò in camera dove coprì con il cuscino l’emorragia del suo capo.

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