Specchiarsi #3

“Come è possibile che la mia immagine, giovane e risanata, sia rifiutata! E che nel mondo dove si appagano tutti i desideri e tutte le volontà, l’ideale di bellezza, da me creata, ricevesse una tale bocciatura! Io, che ero determinato a scindermi dall’altro me corporeo, e che avevo trovato la soluzione in un’idonea raffigurazione grafica che fosse espressione di quello che sono, ho subito un’altra umiliazione. Avevo un sogno ma ho imparato che i sogni debbono fare i conti con la dura verità oggettiva che è la realtà… realtà dove interagiscono riflessi e opacità che sono insiti nelle cose ma anche nel pensare e nell’agire delle persone. Sebbene cercassi una dimensione dove la mia figura possa essere accettata dagli altri e dal mondo, sempre una parvenza di me rimarrebbe specchiata in questa realtà. Solo morendo non mi vedrei, ma così rinuncerei all’occhio e al corpo, alla finestra aperta e al muro intonacato, alla vista e allo specchio. La mia identità si è deformata a causa della malattia e ora il disegno del mio destino è affidato a lei. Resterò in attesa che finisca la sua matita e possa essere congedato nella forma ricordo di uno scarabocchio. Però non è giusto! è come se qualcuno, mentre scatta una foto, ti imponga una posa sgraziata per sbeffeggiarti. Non rimarrò inerme all’inesorabile processo di sfigurazione e non mi abbandonerò alla casualità delle forme senza memoria. Né dei colori senza identità. In fondo chi meglio di me sa ritrarmi?”

Si organizzò facendosi portare dalla vicina della segatura e della colla vinilica in polvere che sciolse mescolando in un secchiello d’acqua bollente. Poi con un rullo di spugna stirò la colla liquida sullo specchio e, prima che si asciugasse, a distanza ravvicinata soffiò la segatura in maniera che coprisse completamente quella patina biancastra. Di seguito nella tavolozza diluì i colori a tempera con dell’acqua e si mise a spennellare. Ne uscì un ritratto senza sfondo, poco naturale, fatto di segni colorati imprecisi, quasi infantile. Lo ammirò e spense la luce.

Con la vicina comunicavano continuamente scambiandosi messaggi. Si udivano le suonerie squillanti oltrepassare le pareti e ripetersi più e più volte per un buon lasso di tempo. Una sera però si sentiva nel condominio il solo cellulare di lei che suonava e suonava senza che rispondesse ai richiami di lui. Per questo motivo alle tre di notte l’uomo entrò nell’appartamento della vicina con le chiavi che gli aveva affidato. Accendendo la luce della camera la trovò in posizione supina con i polsi e le caviglie legate alle spalliere del letto e la bocca imbavagliata. Le sciolse i nodi e lei si gettò su di lui lacrimando. Da quell’evento non si udirono più passi pesanti e frettolosi sul pianerottolo, ma solo i loro passi felpati dopo brevi trilli di cellulare.

Un pomeriggio si erano seduti vicino alla finestra e la luce del sole aveva fatto luccicare sulle labbra paonazze di lui un brillantino color oro. Attirata da quel granello si avvicinò alla sua bocca e gliela baciò. Gli prese la mano e lo accompagnò a letto dove lo spogliò. Si contorcevano sotto le lenzuola come dei pitoni in un sacco. Con una mossa rapida la donna scivolò fuori e strisciò sulla sua schiena, sopra i suoi glutei, dove si mise a cavalcarlo afferrandogli la testa con le mani e schiacciandola contro il materasso. L’uomo ansimava dimenandosi e dopo aver tossito si arrestò, inanime. La ragazza accese la luce e lo girò. Era immobile, quasi in catarsi. Sulle bianche lenzuola era stampata un’impronta di sangue, quella del suo corpo, simile alla sacra sindone. Da quella volta, pur lavando le federe e il materasso, dopo ogni utilizzo del letto, ricompariva davanti agli occhi della coppia quella rossa sagoma corporea.

Quando l’uomo si risvegliò e vide distesa la sua immagine insanguinata, prese dal cassetto del ripostiglio una boccetta di china che andò a stendere con un pennello sul ritratto dello specchio.

“Questa sindone mi dimostra come sia impossibile scindere lo spirito dal corpo e come sia inutile tentare di fuggire dalla pesantezza della materia cercando specchi alternativi o vite virtuali. Quest’impronta è l’emanazione concreta di quello che sono e sono un essere vivente, e come tale devo convivere con la mia carne e il dolore di cui è insita. Ogni immagine che ho cercato di me era senza vita, senza potenza, era superficiale e comunicava solo a questo mondo; e per essere idonei a questo mondo bisogna saper aggiungere, saper progredire, mirare alla perfezione e alla soluzione, anche se magari la verità è altrove. Tutto questo tempo mi sono intestardito a migliorare la mia immagine nel mondo e facendo così mi sono imbastardito accumulando nuove e moderne idee di me, scaturite dalle possibilità della tecnologia, processore che mette in funzione innumerevoli utopie. Quindi dovrei seguire il processo opposto, cioè togliere il superfluo. In un pezzo di legno c’è già tutto il necessario, c’è la materia originale e c’è la forma nascosta sotto le schegge che lo scalpello leva. È un processo di sottrazione. Lo hanno sempre insegnato le dottrine religiose e anche qualche illuminato: il fine è arrivare all’essenza. E se questa essenza ha forma e colore per me sarebbe l’ideale.”

In bagno il vapore dell’acqua calda mischiato al sangue delle ferite aveva fatto screpolare la patina di china, sotto la quale comparivano di nuovo i colori del ritratto. Laddove non aveva passato la tempera rimaneva l’inchiostro. Per questo motivo il ritratto sembrava una faccia che tentava di fuoriuscire da quell’annichilente nerume, ma che alla fine non ne era capace: pareva invece che ci finisse dentro come ingoiata. Osservando questo fenomeno si mise con un punteruolo appuntito a graffiare il supporto di colla e segatura sul quale spiccava il ritratto. Si vedeva man mano che scorreva la punta la superficie chiara dello specchio che rispecchiava a graffito la lucida faccia dell’uomo.

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