La visione

Complimenti a SamsaCirce per il racconto visionario Specchiarsi, dal quale ho ricavato una personale riflessione sul fenomeno della visione.

Ai nostri giorni due sono le principali vie per fare quell’arte che sfonda la superficie del visibile, della materia, delle convenzioni e degli stereotipi, e chiamo semplicemente “Grande Arte”.
Una, che in Italia conosciamo bene, specialmente in letteratura, è quella del realismo psico-sociologico, quando lo scrittore s’infiltra dentro l’oscura e complessa rete della struttura sociale prevalente e mostra gli individui che ne fanno parte, sviscerando i problemi tra uomo e Potere, svelando le contraddizioni sentimentali, affettive, ma anche collettive, economiche, culturali, entrando come un hacker nei sistemi operativi della società e delle sue istituzioni evidenziandone le devianti dinamiche.
L’altra via è quella della visione e riguarda la globalità dell’arte. Oggi il potere della visione è in grado di sublimare la vita rinnovando l’arte e illuminando la profondità dell’essere, e allo stesso tempo mostrando di cosa siamo fatti e cos’è quello che ci circonda.
Ormai, nella nostra società imagologa, molti confondono la visione con la visibilità. Quest’ultima non va oltre la superficie delle cose che si osserva ad occhi aperti, anzi utilizzando strumenti sofisticati capaci di offrirci immagini ad alta definizione e virtuosistici effetti speciali, e catturare la bellezza, ma senza affondare e aprire uno spiraglio. 
Innanzitutto la visione avviene con gli occhi chiusi, in quegli stati di dormiveglia, di allontanamento della percezione della realtà, quando la nostra guida, la coscienza, s’intorbida nella dimensione del sogno e ci lascia soli con l’abisso dentro di noi. In questo limbo le nostre pulsioni latenti si risvegliano casualmente, emergendo dal caos interiore e mostrandosi al nostro essere. Attenzione! Non dico alla vista (o comunque al livello superficiale e basilare, come all’orecchio la melodia, o l’azione e i dialoghi per il cinema), ma all’essere e ai suoi cinque sensi (dalle ultime scoperte forse sono più di quaranta!). La visione quindi ingloba l’insieme dei sensi e l’arte visionaria riesce a farli risaltare. Inoltre, direi, che non ha nulla a che fare con i concettismi e gli intellettualismi, ossia le matasse “adorna-mentali” dell’artista e del letterato.
Per secondo, la visione nasce dal dolore ed è inaspettata; non è però un lungo processo correlato con la sofferenza dell’elaborazione e con la tecnica.
Per terzo, essa non è legata alla precisione e alla nitidezza, ma all’indeterminatezza e alla vaghezza. Trapassa il muro interiore, generandosi nelle zone più segrete della nostra mente, ma appare come fenomeno esteriore: si accende e si apre lentamente convogliando l’uso di più sensi, si genera su se stesso fino al culmine e alla sparizione improvvisa. Tutto in esso rimane vago, e forse senza senso, ed è per questo che è sfuggevole; infatti è composta della stessa materia astratta dei sogni.

Come mai nascono le visioni?

Perché esse sono innate nell’essere. L’universo è nato da una visione non ancora spenta e probabilmente anche noi viviamo in un’immensa illusione, come riferisce la sconvolgente affermazione del Leopardi: «pare un assurdo, eppure è assolutamente vero, che essendo tutto il reale un nulla non vi è nulla di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni». Se però l’illusione sta sotto il controllo di una parte, seppur minima, della coscienza ed è quindi strettamente correlata con la realtà esterna, visto il rapporto vitale di ogni essere con il mondo, e con il senso temporale dell’attesa e dell’aspettativa, la visione invece non è connessa con il senso del tempo che avanza, anzi sembra creare una sospensione spazio-temporale, e scaturisce, senza apparente motivo, da zone nascoste alla luce intellettiva, da zone talmente profonde che definirei “sepolte” dentro di noi nella millenaria, o meglio milionaria, storia genetica della nostra esistenza.

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