Intrattenersi con Holden

Per salutare Salinger, passato da poco a miglior vita, ho pensato di rileggere Il giovane Holden. L’avevo letto, per la prima volta, a sedici o diciassette anni; gran bel libro, pensavo. Mi era piaciuto soprattutto per le storie bislacche che raccontava il giovane protagonista. Tuttora, con altro piglio critico, lo ritengo degno della sua fama in quanto riesce a sollevare in me ancora molti quesiti. Uno in particolare si ripresenta continuamente: Holden Caufield, è buono o cattivo? Se fosse una persona per bene perché non si applica nelle materie scolastiche? Perché scappa dall’istituto? Perché tratta male la sua amata Sally pur volendole bene? Perché è menzognero? E se fosse un bullo perché aiuta le suore in stazione? Perché non vuole approfittare sessualmente della prostituta? Perché spera di rivedere sua sorella Phoebe per regalarle un disco? Certo, mi dico, se pensi in questo modo, devi proprio essere uno di quei lettori moralisti, di quelle cariatidi che il vecchio Holden proprio non poteva soffrire.
Mi impongo quindi di guardare con occhi diversi questo romanzo. Salinger con maestrìa novecentesca si allontana dal personaggio ottocentesco ben definito e narrato a tutto tondo, e, mediante una narrazione affidata alla prima persona, toglie il suo Holden dalle mani del master of puppets sbarazzandosi di ogni tipo di dicotomica e fossilizzata classificazione. Attraverso il narratore autodiegetico, l’adolescenza viene osservata nella sua forma in costante divenire e approfondita con una visione che scava all’interno all’esistenza di Holden seguendolo nel suo vagare fisico e memoriale.
Salinger riesce a dare a un’età così controversa le adeguate connotazioni esistenziali e comportamentali. Si pensi a quanto menefreghismo e pressapochismo ci sono nel linguaggio del Giovane. Basti vedere quanti ‘eccetera’ si spargono nel fabulare di Holden per evitare di dilungarsi in dettagliate descrizioni. Dell’adolescenza ritroviamo anche la tipica opposizione agli obblighi e alle regole imposti dal ‘mondo adulto’, come quando Holden fugge del collegio. Si rifletta anche sul mito del viaggio, compiuto eludendo i severi vincoli istituzionali o familiari. Si consideri inoltre la violenza esplicitata attraverso il corpo e le espressioni verbali, l’umorale attrazione verso l’altro sesso, la soffocante noia alternata alla volontà di agire, la voglia centrifuga di confrontarsi con gli Altri e la tendenza centripeta dell’immaginarsi come individuo nel mondo.
Da qui nasce la verve verbale di Holden nel raccontare e nel raccontarsi. Questo bisogno di affidarsi all’immaginazione per vedersi agire, è motivato dal fatto che, a quell’età, non si possiede ancora un’identità precisa e si cerca di trovare un posto nel mondo. Non avendo certezze né esperienze cardinali, l’immaginazione aiuta a costruirsi un’idea di mondo per poterci viaggiare dentro. Così nei locali newyorkesi Holden si comporta come il protagonista di un film noir: bevendo alcolici, si immagina di avere una ferita aperta alla pancia causata da un colpo di pistola.
Questo spunto dà la possibilità di soffermarsi su un’altra peculiarità psicologica dell’adolescenza, ovvero la costante presenza interiorizzata della morte. Se l’Eros non è ancora ben conosciuto, dato che per comprenderlo bisogna possedere una profonda conoscenza dell’Altro (e Holden è ancora vergine), Thanatos la si sente pienamente nello stomaco e nelle viscere come un forte blocco intestinale. La verità è che in Holden c’è molto Werther, come in quasi tutti gli adolescenti, e infatti il dolore può debordare oltre gli argini della ragione e della coscienza. Quelli di Holden sono turbamenti che si scaldano ai fuochi della Morte, ed ecco, quindi, l’aria calda e nera della malinconia, il fumo asfissiante degli stati depressivi, il crepitìo delle battute caustiche e delle imprecazioni, la bellezza delle fiamme ondeggianti verso le quali si prova continuamente stupore, e infine, oltre la sfera dell’infanzia, il senso del perduto calore che fa piangere e piangere. Pur mostrandosi sicuro di sé, quanto piange il giovane Holden!
Lacrime e sangue sono le esternazioni concrete del dolore, sono gli elementi simbolici per eccellenza dell’adolescenza, da qui in questo passaggio della vita che possiede solo l’essere umano, nasce l’esigenza del viaggio.
Vaga Holden, non si arresta di fronte alle regole, al ben pensare, compie il suo viaggio nella terra di mezzo verso la maturità, o la depravazione civile e morale, come un animale solitario e malinconico. Attraverso il suo andare entra nelle case borghesi, in quella della sua famiglia, in quella del professor Spencer e del professor Antolini, che lo ricevono in vestaglia e pantofole, elementi che indicano una situazione stabile, d’arrivo, d’apparente sicurezza esistenziale. Lo fa con disinvoltura, non restandovi, ma sognando sempre una vita altrove, ed è proprio l’instabilità di non avere Itache definitive, che lo spinge a muoversi, a rendersi attivo, a tenere vivo il legame con la strada, la libertà del viaggio e del sogno, fuggendo dalla clausura delle mura di una destinazione.

Suona il campanello. Vado ad aprire in pigiama e pantofole. «Ciao Holden! Come va!» Gli strinsi la mano. «Entra! Da quanto tempo che non ti sento! Cos’hai fatto in questi anni?»
«Ah, ne ho fatte di cose, ma in sintesi ho fatto il rappresentante di pneumatici. Ho dei figli ormai grandi, sono tristemente vedovo e ho sempre abitato in un suburbia nel Connecticut.»
Lo vedevo demoralizzato, ma gli dissi: « Ti vedo in forma! »
«Va’ che sono diventato vecchio e insignificante» mi rispose sconsolato. «Ieri mi hanno assalito dei giovani tirandomi le uova addosso. Mi hanno riempito di tuorlo e albume; io sostenevo che li avrei denunciati, ma loro, senza rimorsi, mi guardavano e mi sbeffeggiavano a forza di pernacchie. Così stamattina sono andato all’entrata di una scuola. Ho visto dei ragazzi stretti in gruppo e mi sono avvicinato per capire cosa pensano degli anziani e quali sono i loro pensieri. Avevano il viso truccatissimo e tempestato di anelli e spuntoni in metallo. Si presentarono come “emo”. Provai a parlare con loro, ma mi risposero: “Non vedi quanto siamo depressi. Abbiamo i nostri problemi. Non ne vogliamo altri.” Mi liquidarono così. Beh, c’è da dire che loro comunicano appieno con l’immagine del loro look, io usavo solo le parole. Cosa dire? La verità è che non ho più lacrime e sono felice tra le mie quattro mura avendo come unica amica una bella televisione al plasma.»

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