Macello di Ivano Ferrari

(con quattro poesie tratte dalla raccolta del poeta)

Chi non si troverebbe imbarazzato a presentare un volume di poesie come questo? Avrei fatto meglio a tenerlo giù in fondo all’oblio, nascosto, in seconda fila, nella parte interna della mensola, da raccolte poetiche più famose, di profondo lirismo o di ostentato intellettualismo, e non riesumarlo. Resto un po’ confuso, inorridito da questa poesia così brutale e crudele, ma, allo stesso tempo, rimango attratto dall’originalità dei versi che hanno la capacità di sublimare l’orrore della violenza alla vita e l’oscenità scabrosa di corpi aperti, scuoiati, tagliati, ripuliti. Nulla è nascosto di questi corpi animali che passano nel Macello di Ivano Ferrari, nemmeno il loro dolore, nemmeno i loro pensieri più intimi.
Lo sguardo di Ferrari è quello del macellatore che si spinge a raccontarci, addirittura in maniera “incantata”, il suo lavoro, le sue emozioni. E forse risulta essere troppo scottante e trucida la materia di questi testi per pensare che queste illuminazioni impudiche siano frutto d’un’esperienza individuale; quella che ci viene narrata sembra invece essere un’esperienza collettiva, di uno spirito, lo spirito della macellazione.
Queste sono poesie provenienti da un luogo innominabile, scandaloso, per le nostre menti da benpensanti e moralizzate, luogo represso dalla società dei buoni costumi e del buon gusto a tavola. In questi versi il macello è una vera e propria zona di passaggio che sta sul confine tra la vita e la morte, è una fila di corpi nudi che sfilano in un moderno inferno, e di fronte a loro l’occhio e il coltello terribile dello spirito macellatore. Cosa provano le anime dinnanzi all’eterno trapasso? Attraverso questi versi lo si capisce.
Si capisce anche quanto è arduo per il nostro gusto da bocche educate, letterate, profumate con il mentolo, leggere lo scorticamento, lo scuoiamento, lo svisceramento di questi corpi? Quanto è scabroso vederli come non si erano mai visti da vivi, aperti e verginizzati dai tagli di coltelli?
Si può considerare poesia questo massacro? Formalmente ci sono i versi, ma per quanto riguarda il contenuto macabro e corporale si negherebbe questa appartenenza aulica. Ferrari, in effetti, si distacca da ogni magnetismo sentimentale o filosofico sulla vita o sulla poesia, entra nella quotidianità del lavoro, ci mostra la carne cruda senza l’involucro della bellezza. Questi brevi componimenti vengono consegnati alla nostra sensibilità di lettori e alla nostra coscienza umana come corpi pronti alla macellazione: sfogliando le pagine, davanti ai nostri occhi, scorrono poesie come se fossero esse stesse appese ai paranchi, messe in fila, senza possibilità di rivalsa o di preghiera. Allora, cosa pensare di questa carne lavorata in versi, poesia o non poesia? Cosa pensare di questi corpi gocciolanti di sangue? Provare a definirle poesie risulta davvero raccapricciante.

Leggi alcune poesie di Ivano Ferrari:

Dal vapore necrobiotico
l’osmosi
chiamata da un’archeologica ansia.
Tiepido, annuso il culo
del grosso vitello che mi precede
nella corsa verso l’assoluto.

*

Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

*

Sventrate intere famiglie
oggi
lunedì d’intensa macellazione.
Una vacca ha partorito un vitello
negli occhi la paura di nascere
il foro in mezzo il nostro contributo
a tranquillizzarlo.

*

Su un oceano colorato malamente
galleggiava una piccola isola
le onde spargevano le origini
i coralli cicalavano al tramonto
e i pesci si rigeneravano alla fonte.
Era una goccia di sperma
cadutami nella vasca del sangue
in una mattina
di forte macellazione.

Poesie tratte da Ivano Ferrari, Macello, Einaudi, Torino, 2004.

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