Lo strano caso di Urs Artis #4

Leggi l’intenso articolo di Serena Visentin sul Maestro Ugo Mainetti, pubblicato sul giornale online Il Bernina.

II

Urs Artis era il terzo di tre fratelli; il suo aspetto non si addiceva proprio al suo nome di nascita. Era piccolo, un metro e sessanta d’altezza e magro, probabilmente aveva preso i geni della costituzione fisica da parte della madre, dato che il padre era un omone nerboruto, alto uno e novanta, con un vocione basso e rauco e proprio con quella voce aveva deciso da padre padrone i nomi dei suoi figli. Il nome del nonno fu preso dal primogenito Josef che da lui ereditò anche la passione per la caccia. Al secondogenito fu dato il nome di Lupus e anche costui era un accanito cacciatore che si trasferì dalle parti di Zurigo per fare il lavoro di manager nel settore edilizio. Il padre, vedendo i primi figli di stazza robusta, era convinto che pure il terzogenito sarebbe diventato tale e appena nato gli conferì il nome Urs, in modo che l’appellativo rispecchiasse in pieno la fisionomia. Ciò non si verificò e a Urs rimase attaccata quest’ironia che fin dai tempi delle scuole era utilizzata dai suoi compagni per prenderlo in giro. Il piccolo Urs con gli anni ci fece il callo e finì per lavorare come apprendista in macelleria: la gente lo vedeva all’opera mentre tirava dei colpi violenti per tranciare i nervi e le ossa, e rimaneva stupita di quanto quelle braccia così carenti di muscoli potessero fare tanto e con quale precisione! Quando il suo datore di lavoro morì per tumore, decise di rilevare l’attività e continuare, anche se in fondo avrebbe voluto essere consacrato come pittore. Molti avvenimenti cruciali, però, accaddero nella sua vita.
La prima notte d’amore focoso con Silvia, una sua amica, fu fatale. Durante una festa popolare all’aria aperta, lei lo baciò euforica dopo aver bevuto sei boccali di birra, e insieme se ne andarono su un prato, dietro un masso, vicino a dei rododendri, a fare l’amore. Per Urs come per Silvia era la prima volta, non usarono nessuna precauzione e la libido esplosa del ventenne Urs fecondò l’ovulo della sua amica. In quella situazione Urs si mostrò responsabile, assieme decisero di non causare un aborto e si avvicinarono sentimentalmente portando avanti il sogno che stava crescendo nella pancia di lei; dopo pochi mesi si sposarono, sistemarono una porzione di casa a due piani ereditata dallo zio di Urs e il giovane papà si armò di buona volontà e continuò il lavoro di macellaio che gli dava da vivere a lui e alla sua famiglia. Arrivarono poi altri due figli, Silvia che era più alta di lui iniziò a ingrassare, ma il suo viso rimase sempre solare e i suoi occhi dolci, e si dimostrò sempre premurosa verso Urs. Questo lo rassicurava nelle continue tribolazioni egoistiche del rapporto tra due persone. Con il tempo si vedeva diventare vecchio, decise allora di rasarsi a zero i suoi bruni capelli e la barba tutti i giorni, negando così la pelosità che contraddistingue l’animale di cui porta il nome. C’erano due cose che lo spingevano a stare al mondo: l’amore per la sua famiglia e la passione per l’arte, questa mai dimenticata e sempre coltivata.
Con gli anni, gradualmente, il macellaio Urs Artis si consacrò artista di grido. Partecipando a numerose esposizioni, prima nazionali e poi internazionali, e a mostre personali e collettive, comparvero i primi riconoscimenti, e le quotazioni iniziarono ad aumentare ricevendo sempre maggior attenzione da parte degli altri artisti e delle elites di appassionati. Come si era promesso, appena il successo gli permise di sostenere se stesso e la propria famiglia, si liberò della macelleria, proprio con gioia, soddisfatto di dedicarsi pienamente alla pittura. Certo, dovette concentrarsi maggiormente sull’aspetto promozionale della sua arte; infatti bisognava farla conoscere il più possibile, e quindi presenziare a moltissimi eventi, organizzare spedizioni e viaggi in Italia e all’estero, cogliere l’occasione per fare la conoscenza di papabili compratori o di agenti di gallerie e di mostre. Tutto questo comportava tempo e fatica, ma Urs si sentiva realizzato, uno degli uomini più felici al mondo. Questa svolta comportò anche dei cambiamenti nel suo carattere. Urs era sempre stato espansivo e gioviale, ma sotto il lato esistenziale e artistico era bloccato dalla carenza di autostima e dall’incapacità di autovalutarsi. Esitava a parlare dei pregi della sua arte, poiché non sapeva attribuirle il giusto valore e riceveva molte critiche negative. Creare e non venir riconosciuto era come stare in un cupo interregno senza la possibilità di dichiarare di esistere, era come essere delle ombre con tanti sogni e potenzialità ma non riuscire a comunicarli agli altri. Quando, invece, le sue opere vennero apprezzate, iniziò a sentirle come sue creature, e avrebbe fatto di tutto pur di proteggerle. Ne conosceva il valore, le descriveva accentuando in loro le particolarità più rilevanti, pure quelle più esaltanti, anche se in alcuni casi non erano tali; rimanevano comunque sempre le sue meravigliose creature. La loquacità non gli era mai mancata, imbambolava chi lo ascoltava; il sorriso era sempre pronto ad affiorare sul suo volto di fronte alle persone; si notava la sua voglia di vivere e la sua vitalità; lo si capiva da come gesticolava, con le mani che si muovevano continuamente e toccavano gentilmente le braccia dei suoi interlocutori, e poi con i forti abbracci (sembrava un bambino, mentre provava a cingere certe persone molto più grandi di lui). Invecchiando si era acuito il suo spirito critico: era insofferente a certe crudeltà umane e a certa ottusità artistica. Alcuni lo consideravano borioso – in fondo quale artista non lo è – e alcuni lo vedevano un po’ nevrotico con quelle animate gesticolazioni, con quella ossessiva ricerca del contatto con altri corpi e con quella sua parlantina. Se quelli accennati fossero da intendere come dei difetti, sicuramente la sua empatica vitalità dispensatrice di buon umore avrebbe neutralizzato quelle macchie del suo carattere.
Ben nascosto, però, nella sua vita vi era un segreto compromettente. Era la dimostrazione che nessuno lo conosceva a fondo, nemmeno i suoi più intimi familiari. A casa aveva una stanzetta dove dipingeva, dove si rinchiudeva per dar spazio alla creatività, a volte anche di notte. Quando svolgeva la propria attività, non voleva nessuno che lo osservasse e perciò chiudeva a chiave la porta. Da quando si liberò della macelleria, nessuno lo vide mai dipingere. Moglie e figli pensavano che desiderasse la tranquillità nel momento della creazione, per potersi esprimere al meglio e per essere più prolifico. Per loro era così, ma Urs celava un mistero. Egli continuava a dire che i suoi soggetti nascevano dai sogni, e diceva che annotava le avventure oniriche in un quadernetto usandolo come promemoria quando non c’era tempo per spennellare, ovvero quando era indaffarato a preparare le sue mostre o era in viaggio. Ma nessuno fino ad allora si era veramente chiesto da cosa Urs traesse ispirazione. Qual era realmente la sua spinta propulsiva? Qual era scientificamente la sua metodologia lavorativa per avere cotanta esplosione creativa? Chi era realmente la sua Musa e come agiva in lui? Ebbene, ogni individuo può nascondere degli scheletri nell’armadio, ma lui nascondeva qualcosa di inconfessabile. Nell’armadio della sua stanzetta vi era appesa una carcassa affumicata di bovino.
Vi domanderete: “Che diavolo se ne faceva di una carcassa d’animale nell’armadio?” E io vi rispondo che la usava per dormire. Schiudeva le ante del mobile con la chiave che portava sempre con sé, toglieva quell’enorme corpo vuoto dai grossi uncini avvitati nel legno, lo distendeva per terra e si infilava dentro. Lì sognava, pensava, in alcune circostanze dipingeva su piccole tele utilizzando una pila per illuminare l’oscurità del torace.
Erano ormai molti anni che la possedeva. Aveva detto a un conoscente, produttore di insaccati e di carne affumicata, che aveva in mente una nuova prelibatezza da vendere, e che aveva ricevuto la procedura di lavorazione da un suo parente canadese che era venuto a trovarlo. Gli spiegò che bisognava affumicare una carcassa intera, ovviamente senza interiora, e poi egli stesso avrebbe pensato a speziarla e tagliarla in listelle in base alla richiesta della clientela. Dopo il trattamento, se l’era portata nel box della macelleria. La teneva nella cella-frigo sotto un tessuto scuro e traspirante. Quando la stanchezza aumentava, o incombeva il bisogno di nuove idee, la toglieva dal gancio e la deponeva di fianco al tavolo del taglio. Al villeggiante, ma come ad altra gente, aveva perseverato nel raccontar balle; infatti egli non si limitava a riposare, anzi, dipingeva all’interno della macelleria (ecco spiegata la causa della puzza di acquaragia!). Tutte le sere, dopo il lavoro in negozio, tornava a casa per cena e per stare assieme ai figli. Di notte poi poteva accadere di tutto: poteva dormire accanto a sua moglie, poteva dipingere nella sua stanzetta, poteva coricarsi e poi svegliarsi nel bel mezzo della notte per dar sfogo alle sue pulsioni, poteva uscire di casa per portarsi avanti con la macelleria e lì, quando il sonno gli intontiva i sensi e i riflessi, si poteva adagiare all’interno della bestia morta. Là poteva capitare che sentisse l’urgenza incontrollabile di creare, di muovere le mani e intingere i pennelli. Allora usciva dalla depurata salma e prendeva da un ripostiglio chiuso a chiave, incassato nella parete, normalmente coperto dalle lunghe collane di salami penzolanti di fronte alla porticina, gli utensili da pittore, gli oli, i colori, la tela. Quest’ultima la appoggiava su un treppiedi, che solitamente adoperava per appendere polli e conigli, e nel dormiveglia, con una coperta sulle spalle, stava lì a dar forma ai suoi sogni.
Dopo aver chiuso la macelleria, fu costretto a trasportare l’enorme fagotto nella sua stanzetta e riporlo nell’armadio, facendosi montare una serratura in modo che nessuno potesse aprire agevolmente le ante del suo segreto. Nessuno sapeva: con due chiavi aveva sigillato ermeticamente la fermentazione di idee del suo mistero creativo.
Si coricava nella carcassa, chiudeva le palpebre, si metteva in attesa … di uno spiraglio … per invocare … Oh Muse … apritemi le porte … fatemi entrare … giacere sui vostri soffici seni … o Voi, che ballate e cantate … per me e i miei sensi … voci generatrici … di nuvole ispiratrici … fumo di osterie … fumi d’incensi ai funerali … fumi aromatici nei bordelli … dove si scopa e si esulta … ungetemi il corpo con essenza di mirra … rendetemi puro in questo viaggio … baciatemi con le vostre labbra ispiratrici … legatemi e violentatemi … marchiatemi dentro questa santa bestia … svuotatemi dai vermi intestinali … dalle tenie saginate … fatemi diventare un gomitolo vivente … viscere di questo manzo … che possa fluire nel midollo del cosmo … depuratemi dalle macchie infestatrici … che possa penetrare nella materia oscura del cosmo … disperato urlo nero … trarne l’energia oscura … il mistero e la sua movenza … rendetemi fertile fra le stelle … ricavate con baci la vita … cogliete quelle gocce bianche … mescolatele con la luce … genesi di colori … vivacità spermifica … fermentazione di organismi cromatici … vermigli accesi … verdi accesi … gialli accesi … cobalti accesi … smeraldi accesi … energia esplosa e venti … velocità vertiginose … capogiri … alterazioni sensoriali … esistenziali … frammentazione e centrifugazione di arcobaleni … reliquie di rette … di ellissi … di curve … in moto perpetuo … aprire gli occhi … perso nella profonda ombra … noi stessi siamo ombre? … vibra la membrana dell’oscurità … crepe nelle tenebre … macchie di colori … escono dagli squarci … illuminano le tenebre … composizione di forme … lentamente … nella tenebra … sbalzo di figure … di curve cromatiche … si accoppiano con la tenebra … colore che esce … penetra nella tenebra … colore che infiamma i soggetti … quale gioia migliore? … le mie erranze oniriche … deflagrazioni di visioni … ecco gli occhi … mi osservano … tenere poltiglie biancastre… paludi nebbiose dell’anima … ecco le dita a forma di rastrello … che toccano … scindono le fibre dei colori … penetrano lubrificate dall’umore … umore di oli … aperture ancestrali … unzioni celesti … cosmiche … ancora un momento di me … oh Muse … vi prego … lasciatemi leccare il midollo … la resina ambrata dalle croste planetarie … lasciatemi ispirare dalla luce azzurra dell’incandescenza … delle supernova … quanto siamo profondi? … cado nelle figure esplose … senza pelle … sinuose … forme di fumo … trapassate dalla luce … lievi pulsazioni nell’astratto … e ora ditemi … qual è la via … Stella Polare, sei tu? … ditemelo… prima di andarmene … un’ultima unzione di essenze … di rose … mia infinita visione … trapassa in materia … con oli meravigliosi … leganti per pigmenti … leganti tra l’Io e l’Es … con olio di ricino … diarree dall’inconscio … ricompare questa perduta attività … qual è la vita che viviamo? … a cui non so darmi risposta … non posso resistere … c’è la realtà che chiama … una caustica sveglia …

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