Lo strano caso di Urs Artis #5

III

Per parecchi anni il sistema funzionò perfettamente.
Una mattina d’inverno, come ogni mercoledì, arrivò in casa la donna delle pulizie. La moglie e i figli erano andati al lavoro o a scuola e l’abitazione sembrava sgombra. L’assistente domestica si chiamava Cecilia ed era stata assunta da poche settimane. Aveva capito le faccende da svolgere, ma nessuno le aveva detto di non provare ad aprire quella porta. Quella mattina aveva caricato la lavatrice, messo in ordine la cucina e pulito la tavola e il lavandino, poi aveva preso in mano l’aspirapolvere. Stava passando i pavimenti quando il cellulare le squillò e lei rispose. Era suo marito che doveva consegnarle dei documenti. Lei gli aprì e il suo uomo, vedendo la casa vuota, le chiese se c’era qualcuno. Lei, appena negò, venne cinta da un abbraccio vigoroso e le sue labbra vennero a contatto focosamente con quelle del coniuge.
Il passaggio del marito aveva un secondo fine. Sapeva che in quei giorni sua moglie era più ricettiva ed entrambi desideravano avere un figlio, così pensò di approfittarne, facendosi anche coinvolgere dall’ebbrezza della trasgressione. Egli la baciava e la toccava e lei sentiva una fiamma avvampare nel ventre. Cecilia provò a pensare un luogo dove, se fosse entrato qualcuno in casa, avrebbe potuto sistemarsi i vestiti in tempo, quindi fece mente locale alla ricerca di una stanza appartata protetta da occhi indiscreti. Chiuse la porta d’entrata, mise una sedia sotto la maniglia, gli prese la mano e lo portò al secondo piano. In fondo al corridoio aveva lasciato l’aspirapolvere e lì accanto all’elettrodomestico vi era quella porta segreta. Lei abbassò la maniglia e la porta si aprì. La richiusero. Probabilmente Urs, con l’età che avanzava, aveva perso un po’ di attenzione nelle abitudini quotidiane e si era dimenticato di chiudere a chiave. Il locale era tutto scuro. Dalle ante degli scuri entrava poca luce. Potevano distinguere le sagome degli oggetti e vedere che in mezzo alla stanza vi era collocato un letto. “Proprio quello che ci voleva!” pensò Cecilia. Si adagiarono, erano totalmente immersi nel baciarsi, nell’accarezzarsi, nello strofinarsi. Improvvisamente l’uomo si bloccò, con grande dispiacere di Cecilia che gli stava per sbottonare i pantaloni, e le disse: « Ma lo senti questo rumore profondo? Non ti sembra una bestia che respira faticosamente? »
« Cosa stai dicendo? Non fermarti! Lo voglio! Ma … c’hai ragione, il letto è scomodissimo, duro in mezzo e tondo, non piano …»
Da sotto di loro proveniva un forte muggito e, scostandosi di scatto da quello strano giaciglio, videro un grosso corpo muoversi di lato. «Oddio! » gridò lei « Cos’è! Cos’è! Apri la porta! Scappa! Accendi la luce! » L’uomo a tentoni frenetici arrivò all’interruttore. La stanza si illuminò di luce fioca. La coppia vide sbucare dall’estremità del colosso, che sembrava a prima vista un lurido verme gigante, una testa che urlava « Aiutatemi, cazzo! » e sembrava che quell’uomo stesse adoperando tutte le forze per divincolarsi.
La donna lo riconobbe dal capo glabro e istericamente gridò: « È Urs! È Urs! Il padrone di casa! Bisogna liberarlo dal mostro! Se lo sta mangiando! »
Il marito vide al suo fianco, appoggiato alla parete, un treppiede. Lo afferrò e si scagliò contro la bestia. Un colpo dietro l’altro, con tutta la forza, a occhi chiusi, sbrindellava con furore e batteva, batteva, batteva, ma battendo colpiva anche i piedi e gli stinchi di Urs che fuoriuscivano dalla parte ventrale della carcassa. Urs gridava dal dolore delle botte prese, e più gridava più l’uomo ci dava dentro: pensava al dolore del corpo di quella persona maciullata delle fauci di quella bestia. Poi, irruente, il marito urlò alla moglie. « Non avvicinarti con le mani a quella bocca! Prendi l’aspirapolvere! » La ragazza spaventata corse, prese il mezzo delle pulizie (l’elettrodomestico), lo trasportò nella stanza, impugnò il tubo d’aspirazione posizionandolo di fronte alla testa del gemente Urs, lo azionò, 1000 watt, 2000 watt, 3000 watt, gridava « Aiuto! Aiuto! », il tubo sembrava ingovernabile in quelle esili dita femminili e finiva per sbattere sulla fronte, sul cranio, sulle guance, sul naso, sul mento, sulla bocca ormai sanguinante di Urs.
« Smettetela! Smettetela! Che cazzo vi ho fatto! Non vi conosco! Non dirò niente! Vi prego, lasciatemi in pace! Potete rubare quello che volete! Prendetevi i miei quadri! »; ma la saccagnata continuava.
« Vaffanculo!!! Ladri di merda!!! » Con queste ultime parole, pronunciate con le ultime forze che possedeva, la coppia fermò quell’improbabile assistenza. Cecilia spense l’aspiratore e vide un uomo esausto, emaciato, sfigurato, poi, rivolgendosi al compagno, disse: «Tiriamolo fuori, abbiamo combinato un bel guaio! »
Insieme lo presero e lo accasciarono per terra. Sul viso, smorfie di dolore. Poi languendo disse: « Cazzo, come faccio a svegliarmi da quest’incubo! Come cazzo faccio … »

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