Lo strano caso di Urs Artis #6

 

Burj Dubai

IV

Per Urs le mostre internazionali erano ormai una consuetudine e l’occasione di esporre a Dubai gli sembrò una buona opportunità. Infatti, dopo aver verificato il potenziale economico e promozionale di questa città molto nominata nelle agenzie turistiche, decise di compiere questo viaggio. Commissionò il trasferimento delle opere alla abituale ditta di trasporti speciali e, appena partite le sue creature, s’involò.
Giunti all’aeroporto, prese il taxi che lo condusse verso la città moderna. Lungo la Sheick Zayed Road, composta da ben sei corsie per senso di marcia, vedeva snocciolarsi dai finestrini i colossi del centro finanziario che avevano le forme più strane, come le Emirates Towers a sezione triangolare, o come i bizzarri cappelli degli altissimi grattacieli ultramoderni che in fila sovrastavano l’autostrada. Prima di arrivare Al Quoz, dov’era situata la mostra, s’innalzava, alla sua sinistra, solenne e spaventosa una mastodontica siringa. Era il grattacielo più alto del mondo, il Bury Dubai, ottocento e più metri di vertigine. A Urs venne subito in mente la torre di Babele e la sua leggenda. Girando e conoscendo gente, dagli organizzatori ai dipendenti e ai gestori dell’hotel, dalla manodopera dei quartieri ai commessi dei negozi, dai manager ai visitatori che passavano a osservare le sue opere, scoprì che una minoranza della popolazione era di origine emiratina, e che, invece, molti provenivano dall’India, dal Pakistan, dall’Sud-Est asiatico e dall’Occidente. Tutti parlavano inglese, magari in modo incerto e storpiato nei suoi fonemi, ma comunque comprensibile e sufficiente per intraprendere una conversazione. Passeggiando, osservava dalla piazza sottostante, la nuova torre di Babele. Cazzo, la torre di Babele è stata ricostruita! Con il suo forte homomagnetismo convogliava la gente che si era perduta e dispersa nella catastrofe divina, e che ora, riunita sotto un idioma globale come l’inglese, tentava di costruire altre nuove altezzosità. Pensava, senza dirlo, con gli occhi puntati in alto, che quella architettura ingegneristica era pura provocazione, quella siringa avveniristica eretta nel cielo pungeva il culo a Dio, sfidandolo ancora.
Andando in giro notò che tutta la città era praticamente un quartiere aperto, si passava spesso a lato di barriere con i cartelli di lavori in corso, e sulle quali era apposta una gigantografia, a mo’ di insegna pubblicitaria, del disegno dell’opera. Le gru lo impressionavano, c’era un senso di onnipotenza nel loro volteggiarsi sui costoni dei grattacieli in costruzione, con i loro lunghi bracci che dal basso sembravano esili rametti, e che si muovevano di fianco al vuoto, tenendo sospesi e in equilibrio i pesanti fagotti di materiale edile. Come conglomerato urbano, Dubai non era certamente morta, stava crescendo, un pezzo alla volta, come se ci fosse una mano che si divertisse a formare un’enorme costruzione fatta di lego. Sembrava in effetti una magnifica finzione di fronte alla quale si poteva solo rimanere estasiati e stupefatti per la straordinaria e memorabile capacità urbanistica dell’uomo. Aveva già visto NewYork e la sprezzante e titanica verticalità di Manhattan, ormai satura di cemento. Qui notava lo stesso aspetto narcisistico dello specchiarsi tra torri e ciò sviluppava un’apparenza di sfilata mondana, ma il margine di edificabilità era maggiore, senza limiti, probabilmente non era un problema insormontabile costruire fin dentro nel deserto o anche nel mare. Sì, attirare capitali questo è lo scopo supremo di tutta questa ostentazione! Rimaneva a bocca aperta anche percorrendo le vie della Jumeirah Palm dove si meravigliava della grande varietà di edifici su questa banchina artificiale edificata direttamente sul mare. Cazzo, cosa è capace di fare l’uomo d’oggi! Lo pensava ogni volta che girava l’angolo o che entrava in certi palazzoni come nel Dubai Ski. Nel calorifero del deserto l’uomo è riuscito a costruire una montagna di neve e gallerie di ghiaccio. Diavolo, tutto si può fare. Dubai lo aveva stregato, era come imbambolato, ritornato bambino davanti a queste meraviglie dell’Altro mondo; dentro di sé però una voce gli sorgeva e gli chiedeva, c’è anima? C’è anima? C’è anima? Poi ci pensava: c’è della profondità in tutto ciò? È veramente affascinante per qualche cosa in più del mero aspetto? Oppure, diamine, ti coinvolge solo perché soddisfa le tue attese della minchia e quindi rimani ipnotizzato dalla sua finzione predeterminata a fini turistici che ti consegna un mondo perfetto capace di appagarti nelle tue voglie più lussuriose?
Stanco di vedere cemento e luci artificiali, una mattina, si recò nella parte storica di Dubai. Sentiva, girando per le stradine sterrate, l’aria dall’aroma antico, dal sentore di deserto, impregnarsi sul viso e fondersi alla sua pigmentazione, trasformarlo in un figlio del Sole, con la pelle che si tingeva di terra. Sostava a osservare le torri del vento, le aperture degli edifici decorate da arabeschi e, se c’erano porte spalancate, rimaneva sulla soglia delle case ad ammirare con lo sguardo i cortili interni. Scorgeva le anfore di terra cotta e occhi scuri che di sfuggita lo spiavano nell’intima oscurità dell’abitazione. Toccava le pareti di quelle case fatte di arenaria, corallo e gesso e le sentiva sgretolarsi lievemente sui polpastrelli e ritornare sabbia, mentre la voce ondulata e carezzevole del muezzin si librava con il vento a richiamare i fedeli alla preghiera. I profumi portati dalla brezza lo conducevano nelle gallerie dei suq. Ascendevano suoni arabizzati di parole inglesi, concerto di lettere aspirate, nell’euforia del contrattare a voce alta veniva coinvolto dai mercanti a comprare. La parola si fondeva all’ambiente, i sensi si colmavano di una specie di grazia: passando di banco in banco si alleggeriva dal peso corporeo. Sotto quelle strutture alte con soffitti e travi in legno vi era il tipico formicolare umano dei suq: in quello dell’oro riscopriva la meraviglia dello stupore originario nel lucicchìo dei metalli fini, in quelli delle spezie e dei profumi perdeva lucidità immerso nella pienezza debordante degli aromi, in quello delle stoffe la mano, invitata dal commesso, percepiva tattilmente la conformazione del tessuto, la sua morbidezza, la sua leggerezza.

Affacciandosi al Creek ammirava il candido palazzo del sovrano, il Diwan, con le volte e le colonnine e l’alta torre del vento, e di fronte ad esso l’acqua del fiume scorreva con le piccole imbarcazioni degli abra a lambirlo e le possenti dhow a solcarlo. Attraversato il corso d’acqua su una di quelle piccole barche, e incamminatosi per vedere altri luoghi, sentì la fatica nelle gambe, quindi prese il mezzo consigliato, l’autobus, per percorrere il lungomare di Jumeirah. Lontano, alto e visibile come un faro, distingueva la particolare forma a vela del Burj al Arab. Ecco il dhow della nostra epoca, non più nave commerciale ma albergo fisso, ancorato sul fondo del mare. Diavolo, dov’è finita la nostra corsa all’avventura? Si è neutralizzata con la pace orfica del lusso? Dietro al finestrino del mezzo pubblico poteva vedere Suv e macchinoni lucidatissimi e costossimi passare in volata, e poteva ammirare gli alti complessi edilizi affacciati superbamente sul mare, e giovani vestiti all’occidentale, con le cuffie nelle orecchie, camminare sotto le palme e guardare le onde chiare del mare e le file di ombrelloni sulla spiaggia.
Alla fine della corsa gli apparve la meraviglia di Madinat Jumeirah, luogo di ritrovato splendore antico, dove lo stupiva il paesaggio cittadino formato da edifici chiari con le tipiche torri del vento, e dove dei canali d’acqua limpidissima erano le vie alternative. Si rallegrava nel vedere gli abra passare sotto i perfetti ponticelli in legno; la scenetta lo metteva di buon umore.

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