Lo strano caso di Urs Artis #9

Prendendogli la mano: « Sì, qui c’è lei, grande sceicco, grazie ancora.»
« Noi sceicchi abbiamo donato molte risorse monetarie ai nostri sudditi affinché potessero realizzarsi in qualunque attività, e di conseguenza ciò ha portato lo splendore odierno di Dubai. »
« Se mi concedesse questa casa, io le sarò profondamente riconoscente, sarà proprio la casa dei miei sogni … » e pensava, pensava, pensava, si accendevano le basi neuronali, si sentiva in un turbine di idee, la testa iniziava a essere leggera come se stesse perdendo i sensi, non sapeva più se stesse pensando o parlando, si sentiva libero ed euforico … girare nel vortice … trombe d’aria del deserto … portando sabbia sul pavimento … installare anfore e vasi di terra cotta … riempirli di letame secco e compattato … dai quali si innalzano steli di fili di ferro arrugginiti … i fiori formati con petali … di cellulari gettati via … acquari negli angoli … quelli gettati via perché graffiati … perché non stagnanti … risiliconarli … riempirli di petrolio greggio … magari recuperarlo dai disastri ambientali … causati dalle petroliere … dai pozzi petroliferi difettati … acqua e olio nero … ricreare … ricreare … all’interno degli acquari un ambiente caratteristico della deturpazione … con alghe bitumate … e pesci morti sudici di fanghiglia nera greggia … e qualche uccello non sopravvissuto … esporli … chi galleggerà … chi starà pesante … fermo sul fondale … ripopolare … ripopolare anche di cani … dove cazzo sono ‘sti cani? … mollarli … che piscino … di fuori … che abbiano la libertà di montare … dove cazzo vogliono … e i cammelli … mi dimenticavo … prendere le pelli dei cammelli morti … grezze … ricoprire interamente l’esteriorità dell’edificio … come si usa con le tende beduine … attaccarle ai muri e alla grande entrata … senza portone visibile … riutilizzare pellicce tarlate di qualche animale a pelo lungo … lavorarle in tintoria … alcune effetto naturale e mosso … alcune con tintura vermiglia … fare patchwork … cucire e assemblare … che rimanga solo una fessura verticale … un taglio … come la fica … l’unico modo per entrare … passare tra i due grandi lembi … vedere pareti dipinte … e colonne tinte di macchie di sangue … di manzi e di capretti … lampadari formati con teschi di bovini … e su su nella cupola … una voliera di tondini d’acciaio … con scheletri di grossi quadrupedi … e lembi di pelle penzolanti … sempre al secondo piano … una vasca a forma di altare … vasca riempita di sangue e di budella … con ai lati due grossi squali … aperti nella pancia … penzolanti da paranchi … che in movimento segnano con le loro code … linee curve sulla sabbia … intrisa di sangue … sulle pareti … sui soffitti … tutti i miei personaggi … con la pipa … con gli occhiali a leggersi i giornali … a bere al Cafè … a toccarsi … nudi … nelle loro intime deturpazioni … con i miei cari colori … con impalcature … per pitturare sull’intera parete le moderne novelle … grafitare tutto … anche gli angoli … far nascere creature contorte … ancora implacentate … lucide … sporche … gocciolanti di colore … che si parlano … si slinguazzano … copulano … si annusano … si feriscono … ammirano gli altri … sulla parete di fronte … un continuo work in progress … ma quali solventi! … pipì … invitare la gente a pisciare … in tazze di ceramica senza scolo … e poi prendere col mestolone l’urina … e giù nelle concavità della tavolozza gigante … mescolare … perché si vuole consumare troppo colore! … prendere le verdure marce o secche … da gettare via … portarle qua … allungare la pasta del colore … con frullati di verdure … pomodori e sughi per il rosso … carote per l’arancione … piselli e salate per il verde … e frutta … come mele e pere e limoni per i colori chiari … fichi e datteri per i colori più scuri … far funzionare i diversi frullatori … con addetti musicisti … creare una sinfonia di triturazioni … rendere il tutto tridimensionale … tubi idraulici d’acciaio da case abbattute … o da resti di nuovi grattacieli … tubi come falli sporgenti … e gli stracci di lenzuola … buoni solo per le pulizie … ancora impregnati di soluzioni chimiche … a penzolare dalle mani delle mie creature … e le lingue pendenti e assetate … assorbenti pregni di sangue secco… manca ancora qualcosa in cima alle colonne … o a decorare le fiaccole lungo le pareti … portatemi feti di 3 o 4 mesi dagli ospedali di tutto il mondo… abortiti … ben crioconservati … li intingerò nel lussuoso cemento … e li posizionerò su colonne … sotto le fiaccole … ancora utili … nel mondo delle convenienze … sì … la vedo questa bellezza … riciclata … a ridare nuova vita … a ritornare nel ventre dei miei sogni … a resuscitare nel corpo … a rivelare lo spirito nei corpi … di tutto ciò che gettato via … è stato dimenticato …
Non si accorse ma stava parlando e, mentre gioiva in parole, danzava. Un ballo sgraziato, a piccoli scatti con qualche piroetta qua e là e le braccia soprattutto che sulla superficie immaginaria dell’aria disegnavano curve e cerchi, e poi le alzava ad antenna, e le allargava come se ci fosse una persona tenuta nelle sue mani e muoveva con lei dei passi di valzer, in qua e in là, all’interno della sala circondato dalle sue creature.
Quando Urs si fermò, con il fiato corto e un po’ esausto, l’eminenza gli si rivolse alzando la voce: « Sei pazzo! Completamente folle! »
Urs lo guardava in posizione curva, con le mani sulle ginocchia dalla stanchezza. Aveva gli occhi rossi e un’espressione stravolta. Silvia gli si appressò sorreggendolo, per quel che poteva. Mohammed lo fissava. I lineamenti segnalavano che era piuttosto disgustato e scuotendo la testa orizzontalmente gli sillabò piano: « Sei … un … mo … stro! »
Nell’aria era palpabile una certa tensione. Mohammed fece dei passi con la testa rivolta in basso. Stava riflettendo. A un certo punto aprì bocca: « Non so chi lei sia, intendo come persona, ma prima sembrava posseduto, danzava e parlava, per un attimo probabilmente il demonio aveva preso il suo corpo. »
Urs, con gli occhi sbarrati e incredulo, disse: « Cosa c’è che non va? Non capisco. »
Pronta fu la risposta del più potente emiratino: « Le dico solo due cose. Pensavo, all’opposto del suo progetto, di coprire l’edificio con un sistema di luci altamente avanzato che si potesse vedere da grande distanza, inserendo qualche sponsor di grido e la scritta gigante del suo nome; e invece all’interno inserire un normale allestimento. Non l’obbrobrio che mi ha descritto. »
Sempre più allibito il pittore: « Cos’è successo? Non capisco. »
« Diceva cose improponibili per il decoro e la decenza umana, o meglio islamica. Non avevo mai sentito cose del genere. Sinceramente sono stato preso dall’orrore. Evidentemente il demonio mi stava tentando, ma io non posso permetterlo. Non posso permettere che lei, strumento del diavolo, contamini questo reame, la mia città. Come le ho detto prima, la sua arte è colma di impudicizia e oscenità, fa penetrare il male nelle menti di chi le vede. Regalarle un’intera costruzione sarebbe dannoso per le anime islamiche, per i residenti, per i turisti che probabilmente se ne andrebbero via con lo stomaco rivoltato e chissà che qualcuno non ci faccia causa per tale audacia e manifestazione del peccato. Il nostro emirato deve rimanere casto, protetto dalle nefandezze, dagli abusi sui corpi. Bisogna mantenere tutte le manifestazioni della corruzione dell’anima fuori da questo luogo, che deve restare il più immacolato possibile. Quindi ritiro la mia proposta. »
« Cioè, niente casa! »
« Esattamente. Ora la saluto, non posso rimanere qui a lungo e venire tentato dal diavolo che si fa di lei voce e corpo. »
Urs aveva ripreso fiato. Non ansimava più, ma sentiva la pressione arteriosa salirgli e all’apice dell’ira pronunciò in maniera secca: « Cosa!!! » e continuò « Voi non capite un cazzo di arte. Non sapete nemmeno come cazzo fare arte. Avete quel cazzo di timore religioso che vi rende parzialmente mutilati … ciechi per fare comodo a Dio. Penso che quel cazzo di cosa lo chiamate “rispetto” verso Dio, verso il decoro. Rimanete lì a contemplare queste torri, che, se volessimo approfondire, sono nate dalla rendita di grossi capitali, dai meccanismi finanziari globali, e sono pensate unicamente a creare lusso e capitali enormi. Dov’è finita la misura nel vostro credo? l’avete venduto. Porca puttana, vendete anche i sogni! E mi criticate, criticate le mie creature. L’arte deve mostrare quello che non si vede, deve spingersi oltre, attraversare territori inesplorati e manifestarsi come una lucina nella notte. Guardate le vostre torri! Emanazione esponenziale di luce artificiale. Qui è tutto artificiale, non c’è niente di vero. Parvenze su parvenze. L’arte deve sfondare la parvenza, che si tratti di conformismo sociale, che si tratti di psiche, che si tratti di potere. Cazzo, l’arte deve sfondare la superficie, l’immagine, il mero artificio di luci, sfondare i riflessi sui vetri, anche se fuori fa tanto freddo o tanto caldo, rompere i vetri per vedere avvicinarsi quella benedetta lucina nell’oscurità della notte. Questo

intendo con sfondare … » e prese nella mano una sua opera, un ferro da stiro dipinto, e avvicinandosi alla vetrata lo scagliò con tutta forza su quella superficie trasparente. Si udì un botto e qualcosa subito dopo spezzarsi con un brevissimo crack e Urs, rannicchiato a terra, lamentarsi e piangere. L’elettrodomestico non aveva rotto e sgretolato il vetro di ultimissima tecnologia antisfondamento, anzi era rimbalzato e di schianto finì sull’avambraccio di Urs, usato per proteggersi da quell’oggetto impazzito indirizzato, di ritorno, verso la sua faccia.

La moglie venne a soccorrerlo subito e lo sceicco, andandosene, ordinò al servitore di chiamare l’ambulanza e di richiedere la massima urgenza. Uscì con aria solenne assieme ai suoi sudditi, mentre Urs si attorcigliava dal dolore. Silvia era in stato confusionale, Urs emetteva di continuo una sillaba «stint … stint …stint», Silvia, in qualche meandro dentro la sua mente, fece un collegamento istintuale e vedendo, lì appresso, un estintore appeso al muro, lo afferrò, si avvicinò al suo uomo e di colpo gli sparò sul corpo la tormenta gelida compressa dentro la bombola. Urs si dimenava ancora di più tentando di nascondersi la faccia da quel getto e gridando « Basta! Basta! Non ne posso più! » Silvia allora scaraventò l’estintore in un angolo della sala e si gettò su Urs. Lo prese e lo strinse, gli tenne la testa bianca di polvere sulle gambe genuflesse e, circondata dalle risate delle figure dipinte, non riusciva a smettere di piangere.

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