Io, scatoletta di pomodoro

Un’altra volta! Com’è amaro il rifiuto! Nel nostro spazio interiore i muri che ci sembravano più massicci, si rivelano fragili e friabili. Ho capito che siamo designati a questa deriva, a questa traversata inutile, a questa solitudine perenne del sole che ogni giorno curva nel cielo. Quando ci sarà per noi l’eclisse? 

Ho imparato che il rifiuto ci fa consumare vane energie nel sentimento dell’ossessione che gira sempre a vuoto. Sì, viene a mancare la resistenza meccanica: si è rotto qualcosa nel cuscinetto? o si è spostato un ingranaggio dalla sua sede? Si gira vorticosamente senza controllo, senza un appiglio di forza vettoriale che ci sospinga a rallentare, senza un misero attrito che bilancia la nostra forza motrice, e il risultato è una delirante specie di schizofrenia.

 Ho lavorato per alcuni mesi in un supermercato. Tra le varie mansioni mi occupavo anche di controllare le date di scadenza. Alcuni prodotti non venivano comprati e venivano logicamente buttati via. Ora riflettendoci, mi vedo: io sono una di quelle scatolette di pomodoro infilate nello scaffale, all’ombra, dietro, in ultima fila. Passano quelle mani saccenti e attente, afferrano i nostri corpi confezionati, ci osservano e ci depongono nel carrello. Mai è toccato a me. Prendono gli altri prodotti, le altre lattine. Intanto, dentro di me, i batteri iniziano ad agitarsi e ballano, la polpa si veste di muffa e la mia anima piange all’interno di questa corazza cilindrica. Pena dell’anima che implora.

 (Chiedo di non chiudermi i cancelli e le aule. Chiedo di non nascondermi i registri e i gessi. Chiedo di non abbassare il volume della mia voce. Chiedo di non togliermi gli allievi dai banchi di scuola. Chiedo… è giunta l’ora, caro mio, di pregare per la prima volta, dopo i vespri dell’infanzia.)

 Mai un conforto, solo eterna illusione. Durante la notte, però, a volte compaiono i fantasmi a consolare i nostri corpi immobili su frigide mensole. Aleggiano nell’aria, ci prendono e ci stringono fra le loro braccia, ci scaldano con il loro delicato ectoplasma, vorrebbero aprirci e liberarci. Invano. Rifiutati, siamo il rifiuto di quest’epoca e la discarica fa parte del nostro destino. Là c’è sempre la speranza che il nostro involucro di latta o di plastica venga tagliato e in questo modo, finalmente aperti, la nostra essenza possa schizzare via, nel mondo, sulla terra, comunque fuori di noi.

 E così “rimaniamo in fervente attesa” che della nostra anima scaduta possano saziarsi almeno i vermi. Almeno quelli!

Una Risposta a “Io, scatoletta di pomodoro”

  1. Reale, condivisibile, maliconico pensiero.
    Ciao
    Mistral

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