Almodòvar e la latinità dei colori

Alcuni giorni fa mi trovavo nella bellissima piazza medievale di Montagnana. Una mattina splendida. C’era il sole, l’aria fresca dopo la pioggia della notte. Un’atmosfera tranquilla e rilassata con gli anziani soddisfatti della loro vita, seduti ai tavolini dei bar disposti sotto i portici che circondano quasi per intero la piazza. Io mi trovavo lì e in quel momento arrivò una macchina. C’erano due persone a bordo. Una di queste teneva in mano un megafono. Lo usava per informare i presenti di una recita teatrale che si teneva in quei giorni. La macchina continuò a girare per la piazza fin quanto rimasi lì e l’uomo continuava a urlare incurante del rumore tremendo che stava martoriando l’udito dei presenti, e che brutalizzava la soave e quieta bellezza della piazza.

Si potrebbero fare molti discorsi sulla chiassosa gente di sangue latino, sulla loro forte e prorompente gestualità, sul loro modo di cercare il contatto con altre persone e sul modo di farsi sentire. Mi vengono in mente i classici cortei funebri nel meridione italiano dove le donne piangendo urlano disperatamente. Tutto sembra sopra le righe.
A questo proposito cito alcuni versi di una poesia di Whistan Auden. La poesia si intitola Goodbye to Mezzogiorno (Addio al Mezzogiorno). Questo poeta di buone maniere inglesi scrisse questa poesia sulla gente del Sud Italia.

This could be a reason
Why they take the sìlencers off their Vespas,
Turn their radios up to full volume,

And a minim saint can expect rockets — noise
As a counter-magic, a way of saying
Boo to the Three Sisters: ‘Mortal we may be,
But we are stili here!’

Traduzione 

Questo è forse il motivo
Per cui tolgono il silenziatore dalle loro Vespe,
Aprono le loro radio al massimo,

E il minimo santo può aspettarsi i mortaretti – frastuono
inteso come esorcismo, un modo per dire
Buu alle Tre Sorelle: «Mortali possiamo essere,
Ma siamo ancora qui!»

Allora, urlare, sgomitarsi, esultare, fare baccano è il modo per rimarcare che si è ancora vivi, alla faccia della morte.
Alla stessa maniera mi sembra dimostrarlo Pedro Almodòvar, non con il rumore e i toni alti di voce, ma con i colori forti delle immagini dei suoi film.
È forse utile contestualizzare storicamente. A metà degli anni Settanta, con la morte di Francisco Franco, si concluse il regime franchista, uno dei periodi più cupi della storia spagnola. Almodòvar fa parte degli artisti degli anni Ottanta che cavalcavano la movida spagnola e sostenevano la libertà di scegliere e la liberazione della creatività. Il suo modo di contrapporsi al colore nero del regime, dei partiti neofranchisti degli anni Ottanta, e quindi di contrapporsi alla morte creativa fatta ideologia, è manifestato attraverso le tinte forti dei suoi film, attraverso i colori intensi delle scene e dei costumi. È il suo modo per dire «Mortali possiamo essere, ma siamo ancora qui!» e vogliamo vivere.
Quelli dei suoi film sono toni cromatici molto provocanti e audaci. Alcune scene hanno i colori finti delle soap-opera e oserei dire dei cartoni animati. Almodòvar in effetti si spinge quasi fino al kitsch cinematografico, sfiorandolo, ma incredibilmente non lo oltrepassa, anzi emoziona ed è originalissimo.
I colori dei suoi film sono vividi. Vividi perché è il modo di affermare che si è ancora vivi, vivi per creare, vivi per trasgredire, vivi per amare.

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