L’uomo che non c’era – The man who wasn’t there

Santa Rosa, California, 1949. É terminata da poco la seconda guerra mondiale e siamo all’inizio di un nuovo sviluppo economico americano. Ed, un parrucchiere taciturno e ombroso, ha l’occasione buona per tentare una rivalsa economica ed esistenziale. Un tizio buffo è arrivato in paese con l’idea originale e innovativa di progettare una catena di lavasecco. Gli serve però il capitale. Ed si propone come socio ed escogita uno stratagemma per recuperare il denaro necessario. È infatti a conoscenza della storia adulterina tra sua moglie e il capo della sua coniuge e direttore di un emporio, Big Dave, che viene ricattato da Ed. Così Dave cede una grossa somma di denaro in cambio del silenzio che gli permetterebbe di continuare serenamente il rapporto matrimoniale con sua moglie, detentrice di un grande patrimonio e fautrice del suo successo. Il filo di questo intrigo però scivola dalle mani di Ed che è costretto ad uccidere l’amante di sua moglie. È scappato il morto, nella cittadina iniziano le indagini degli investigatori.

Questo è l’inizio di uno dei capolavori dei fratelli Coen, premiati nel 2001 a Cannes come miglior regia. Giustissima questa scelta che avrà sicuramente tenuto conto della decisione dei registi di rendere la pellicola in bianconero attuando un procedimento di desaturazione dei colori in post-produzione. Quale miglior omaggio al cinema noir degli anni ’40, ’50, ’60! (in particolar modo a Il grande sonno di Howard Hawks, dal quale L’uomo che non c’era prende in prestito soprattutto la località di Santa Rosa).

Mantenendo un’attitudine postmoderna, i Coen riordinano i classici parametri connotativi dei generi secondo la loro originale creatività sia nella sceneggiatura sia nella fotografia. Infatti, come si può osservare, in questo film ci sono gli ingredienti necessari di un noir: l’omicidio, l’intrigo, la tensione psicologica e la violenza fisica. Ci sono anche gli elementi caratteristici come il sangue e il fumo. A prima vista tutto normale, ma la novità risiede nella figura del protagonista Ed. Egli non è un personaggio coraggioso e sagace, caratterialmente forte; è invece un anti-eroe. Già il nome Ed sembra rimandare alla breve congiunzione “and” che non ha significato, ma solo la funzione di lasciar-passare, di far scorrere. Ed non si lascia però trasportare dagli eventi quando la figura ingombrante e sicura di Big Dave (il Grande Dave, altro nome chiaramente connotativo), cerca di ucciderlo. A quel punto ha la forza di resistere alla violenza e lo ammazza (vedi video).
La narrazione filmica ha qualcosa di cristallino. I quattro finali riaprono e richiudono continuamente l’intreccio impegnando lo spettatore a dare un senso ultimo al film. Curatissimo sotto il profilo diegetico, la pellicola dei Coen ha il suo punto cardinale esattamente nella scena dell’omicidio: Ed è a casa, sua moglie dormiente sul letto, lui parla, arriva la chiamata di Big Dave, Ed va nell’ufficio di Dave, c’è un corpo a corpo con delitto (vedi video), Ed esce dall’emporio, torna a casa e si rimette a parlare a sua moglie dormiente come nulla fosse accaduto. Questo è il nucleo essenziale su cui ruota il film. Mentre il mondo era assopito è accaduto il misfatto. La verità è quella, un diamante sotterrato nell’oscurità, che nessuno riuscirà a trovare. Ebbene sì, nonostante Ed sia una persona indifferente e mediocre, tanto da sentirsi un fantasma tra la gente, è lui che conserva la verità, mentre gli altri interessati al caso non riusciranno mai a raggiungerla. Alla fine verrà incriminato per omicidio ma perché accusato ingiustamente dell’assassinio dell’ex-socio nell’attività del lavasecco.
Nelle interviste i fratelli Coen definiscono ironicamente Ed come un possibile mito americano. È certamente un paradosso (forse reale) che l’uomo mediocre è l’unico a sapere la verità.
Infine vorrei congedarmi parlandovi dell’azione comportamentale, quasi caricaturale, del protagonista. Ed infatti è un accanito fumatore e lo si vede sempre con una sigaretta in bocca: nei primi piani, davanti al suo viso, c’è sempre una coltre di fumo. Questo fumo rappresenta simbolicamente l’interiorità di Ed, di un uomo fatto di materia inconsistente e rarefatta. Questa nube è soffiata fuori dalla sua bocca come se il corpo volesse espiare la propria esistenza trasformandosi in fumo e dileguarsi nell’aria. Ed è un uomo che vuole disfarsi di se stesso. Ma il film è assolutamente da vedere.

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