La grande invasione delle locuste (1)

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi.
Due anni prima se n’era andata anche lei, l’unica donna che avesse mai amato. Tutto procedeva normale nella sua vita secondo un copione stabilito da millenni: si alzava, zappava la terra, pranzava, cenava, si faceva un goccetto al bar con i suoi amici, e poi dritto a letto… Finché non la conobbe… Era bella senza saperlo, insicura nelle sue sinuose sembianze di sirena, sfuggente, ma intensa. Lo penetrava a fondo fino a togliergli il respiro, fino a perdere contatto con ciò che è reale, fino a spogliarlo della facoltà di reagire, fino a predisporlo alla fine. Candida come la purezza del vento d’autunno, scolpita nell’ebano dei suoi capelli intravedeva finalmente la felicità. Era lì a portata di mano per la prima volta: perenne sensazione di baratro e stupore, di quiete e tempesta, malumore venato di ignavia, palpitazioni sommesse di tutte le membra. Provava tutto questo contemporaneamente e non riusciva a controllarsi. La rivide per la prima volta nel bar del paese, mentre si stava scolando la sua pinta, assorto come al solito nei suoi pensieri e rimase letteralmente folgorato… L’aveva riconosciuta a malapena; era stata sua compagna di classe ai tempi delle medie e da sempre l’avevano impressionato i suoi occhi azzurri intensi e malinconici, ma anche così sicuri e pieni di vita. Poi però si erano persi di vista, lei aveva continuato gli studi, si era diplomata, aveva frequentato l’università e adesso era tornata per l’estate, forse a dare una mano ai suoi nel negozio giù in paese. Cazzo se era cambiata! Era diventata proprio bella! Mentre se ne stava seduta al bancone sfogliando il suo quotidiano con le mani affusolate e delicate, lui la fissava inebetito, pensando che finalmente in quel posto abbandonato da Dio fosse arrivato qualcosa di decente, qualcosa per cui valesse la pena lottare.
Iniziò un lento e perseverante rituale di corteggiamento: faceva di tutto per vederla e s’impegnava affinché ogni loro incontro sembrasse del tutto fortuito e casuale; andava all’emporio dei suoi per comprare qualcosa, e così se la trovava alla cassa ci scambiava qualche parola. Le parole diventarono frasi, le frasi discorsi, gli incontri sempre più assidui e meno casuali, senza che però si tramutassero in appuntamenti veri e propri. Parlavano di tutto e di niente: dell’ultimo libro che avevano letto, dei film che avevano visto, di quelli che li avevano più impressionati, del tempo, della vita in paese, della vita fuori dal paese, di quello che più li faceva indignare e insieme ridevano e scherzavano molto… In breve diventarono molto intimi, ma nessuno dei due riusciva a capire se quella fosse un’amicizia o qualcosa di più profondo… Per lui sicuramente non lo era più, ormai ne era certo… Ma non osava chiedere se anche lei provasse qualcosa di simile: la solita cosa che non riesci a spiegare, che ti tiene sveglio la notte, che di giorno t’inonda il cervello, e stronzate del genere…Una sera mentre se ne stava sdraiato sul letto, spossato dopo il duro lavoro nei campi, ebbe quella che qualcuno avrebbe definito un’illuminazione, ma che lui avrebbe bollato come “ennesima cazzata”: le avrebbe detto quello che provava con delle piccole poesie, in cui finalmente avrebbe liberato quel sentimento che si era condensato in gola e che non riusciva a zampillare in superficie… Come piccoli boccioli le sue parole si sarebbero schiuse di fronte a lei, mostrando a pieno quel qualcosa di puro e incomunicabile, quel bagliore che si sprigiona impercettibile per poi inondare ogni cosa… Sarebbe stato un messaggio cifrato che avrebbero potuto condividere solo loro… Ogni volta lei avrebbe trovato una nuova se stessa, lui avrebbe colto qualcosa di sconosciuto, di sepolto in lei, e gliel’avrebbe donato. In realtà tutto questo poteva sembrare un’immensa cazzata sentimentale da romanzo Harmony, uno di quei discorsi fatalisti e trasognati, che da sempre aveva disprezzato, perché così poco realistici, così poco concreti; ma lui aveva visto qualcosa in lei, qualcosa d’inspiegabile, qualcosa che somigliava a un baratro in cui sarebbe stato bello cadere…Lei era un vortice che lo aveva ridestato dal torpore… Era sicuro che avrebbe capito, era sicuro per la prima volta nella sua vita che la situazione non sarebbe andata a puttane. La prima poesia la scrisse la sera stessa, colto da una sorta di furore incontrollabile; la riscrisse una miriade di volte, perché voleva fosse qualcosa di vero e sincero, qualcosa che non si avvicinasse a ciò che lui provava, ma che fosse quello che lui provava. Non appena terminò, riguardò la stesura definitiva: la sua calligrafia incerta esprimeva a pieno la difficoltà del gesto. Era come se fosse saltato a occhi bendati nel vuoto, e avesse detto “Fanculo, non m’importa se cadrò e mi spiaccicherò al suolo, ma questo momento, quello del volo senza coordinate, è ciò che conta veramente.” Si guardò allo specchio, sbirciò il biglietto con la poesia; la rilesse internamente, anche se ormai la conosceva a memoria: “Adesso è il momento più difficile- si disse -gliela dovrò consegnare. Sono consapevole che sto facendo una grossa minchiata… Ma ormai sono in ballo…” Bestemmiò per farsi coraggio e uscì di casa a notte fonda. Si diresse con passo deciso verso la casa dove lei abitava; d’altronde in quel buco di paese ci saranno state si e no una decina di fattorie, e ovviamente si conoscevano tutti… Si fermò a lungo davanti all’entrata, guardò la busta sigillata dentro la quale aveva messo la sua poesia, lesse il nome di lei sull’intestazione, tirò un sospiro quasi rassegnato, e poi con un gesto rapido depositò la busta nell’interstizio tra la porta d’entrata e il pavimento… “Spero solo che non siano i suoi a trovarla- pensò – se la leggono loro, faccio proprio una bella figura di merda!” Si rincuorò ricordandosi che la poesia era anonima e che non sarebbero mai potuti risalire a lui… Ritornò a casa leggermente più rilassato e si mise a letto. Ovviamente passò la notte interamente in bianco e la mattina seguente aveva una cera orribile a metà tra uno zombie e un cane bastonato… Per tutto il giorno non pensò ad altro che al momento della verità in cui i loro occhi si sarebbero incrociati e lui avrebbe capito, avrebbe capito tutto… Verso sera si recò appositamente all’emporio nell’orario di chiusura, perché sapeva che quello era il momento del giorno in cui lei era sola e sarebbero stati lontani da sguardi indiscreti…Entrò, e lei era lì girata di spalle che armeggiava con un barattolo di fagioli in scatola…Lui si schiarì la voce come a farle notare la sua presenza…Lei si voltò…In quello sguardo c’era ogni cosa lui si sarebbe aspettato: c’erano un misto di gratitudine, imbarazzo, ritrosia, quell’azzurro dell’iride che sembrava divorarlo, e poi la comprensione che stava cercando da sempre… Lei lo aveva capito, si era così! Rimasero immobili, imbalsamati per attimi che a lui sembrarono millenni, in silenzio, come ad assaporare quello che stava accadendo, come se il mondo fosse tutto lì in quello stupido emporio di uno stupido paese immerso nel nulla, come se finalmente questo non importasse, che bastava essere loro due e fanculo quello che c’era fuori… Lui se ne andò salutandola con un cenno del capo, perché per tutti e due era chiaro che le parole non sarebbero servite… Adesso non sarebbero servite… Lei ricambiò con un sorriso che lui si sarebbe portato dentro per sempre come una cicatrice, come un marchio indelebile.

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