La grande invasione delle locuste (3)

Si era lasciato sommergere dai ricordi ed era rimasto imbambolato sul porticato per chissà quanto tempo; lì intorno ormai era tutto un via vai di camionette di traslochi, macchine e furgoncini di emittenti televisive. Il trambusto lo infastidiva e allo stesso tempo lo faceva sorridere: per tutto quel tempo a nessuno era mai fregato niente di quel posto immerso nel nulla, nessuno al di fuori di quelli che ci abitavano sapevano della sua esistenza, e adesso questa storia dell’invasione delle locuste era diventata un argomento su cui speculare per alzare gli indici d’ascolto… E allora via con una profusione di interviste strappalacrime ai poveri e miserabili contadini che sarebbero stati strappati dai loro ricordi, dai loro affetti, dalle loro radici… Solita retorica vecchia e stantia… Questi discorsi però facevano sempre presa sulla gente… Erano giorni che quelle dannate sanguisughe si erano accampate di fronte alla sua fattoria, lì appostate come rapaci… Per non parlare dei politici che, in previsione dell’imminente campagna elettorale, in lunga e costante processione si erano riversati in paese, affrettandosi a stringere mani e a fare promesse, scucendo sorrisi a trentadue denti di fronte alle telecamere…Quando i riflettori si spegnevano, si tornava però a ragionare con la consueta e cinica logica della convenienza… Ai contadini il governo aveva concesso indennizzi irrisori e promesso il reintegro come operai in fabbriche delle città limitrofe… La seconda parte del potenziale accordo risultava perlomeno fantasiosa, considerato il fatto che, in seguito alla recente crisi economica, la zona dal punto di vista industriale era bloccata e i licenziamenti fioccavano … Interi centri produttivi erano stati chiusi… Ma tant’è… Le piantagioni sarebbero state rase al suolo, devastate dalla piaga delle locuste, tanto valeva accettare di fare i bagagli e andare altrove visto e considerato che ormai la situazione era vicina alla catastrofe… Era un ricatto bell’e buono a cui però non sembrava potesse esserci soluzione… A quei maledetti interessava solamente fare una bella figura davanti agli elettori, e questa storia era l’opportunità incredibile di mostrare il lato magnanimo ed equo di un governo a cui interessava il destino di ogni cittadino, anche di quello che abitava nel più remoto e sperduto buco di culo della nazione… Comunque lui era convinto che, finita la questione, nessuno si sarebbe ricordato dell’esistenza di quel paese, nessuno si sarebbe più commosso nell’ascoltare le storie dei contadini sradicati dalle proprie terre… Sarebbe stata una tragedia tra le tante sepolte nel dimenticatoio… In fondo ci sarebbero stati sempre nuovi dolori su cui speculare… Così funzionava da sempre…

In paese non si parlava d’altro che di quei maledetti insetti: c’era chi, seguendo la solita deriva religiosa, vedeva in questa invasione una sorta di rinnovata piaga d’Egitto, il manifestarsi della punizione divina per il progressivo corrompersi della società e si ripetevano per le strade processioni con rosari e statuette di madonne e santi vari; altri ormai avevano ammantato l’immagine degli insetti di un’aura leggendaria tendente al fantascientifico: li vedevano come mostri a tre teste, cento ali, giganteschi e deformi, dotati di una voracità inarrestabile; il paese era tutto un brulichio di voci, suggestioni e congetture… Gli anziani raccontavano che molti secoli prima c’era già stata un’invasione. Era stata così devastante e rapida  che aveva lasciato i loro antenati privi di aggettivi e di termini adatti a descrivere la scena che si era presentata davanti ai loro occhi: un intero paese raso al suolo, polverizzato in pochi secondi. Un’orda nera e indistinta di migliaia di corpi ronzanti, quasi ci fosse stato uno sbarco aereo, aveva oscurato il sole; il paese era caduto nelle tenebre come in un’eclissi. In pochi attimi d’interminabile e insopportabile stridio le locuste avevano consumato il loro pasto, la loro devastazione, e l’orda nera con la stessa rapidità con la quale era arrivata  se n’era andata, lasciando dietro di sé il vuoto. C’erano voluti anni e anni di rinnovato sudore e lavoro incessante per riuscire a rendere nuovamente fertile il loro terreno, e adesso, in una sorta di ciclicità cieca e assurda le locuste erano tornate a  compiere la loro opera di distruzione, richiamate da non si sa quale istinto, quale ragione imperscrutabile… Molti erano rimasti scettici di fronte a  racconti così catastrofici e esagerati; in fondo si trattava di vecchi, e si sa che i vecchi tendono sempre a fondere la realtà con la finzione, i ricordi alle leggende… Bisogna capirli, lo fanno per dare un senso al poco tempo che rimane loro da vivere; ma alla fine anche chi si riteneva immune da quelle superstizioni da “vecchi rincoglioniti”, aveva una fottuta paura. Tutti quei servizi alla tv con descrizioni dettagliate della pericolosità delle locuste, della loro aggressività, della loro forza devastatrice ormai avevano catturato le loro menti a livello inconscio; la paura si era innestata sotto pelle, come l’eroina si era diffusa nelle loro vene, e li aveva resi dipendenti; e la paura è una delle droghe più potenti che ci sia in circolazione.

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