La grande invasione delle locuste (7)

I giorni passavano lenti e uguali, nel frattempo il paese era stato definitivamente abbandonato; anche le troupe televisive avevano lasciato quel luogo per spostarsi su un nuovo teatro di tragedia: c’era stato un terremoto devastante con centinaia di morti nel nord della nazione; migliaia e migliaia di sfollati, decine di città rase al suolo, e allora quello dell’invasione dalle locuste era diventato un argomento di poco conto, una notizia senza importanza, una tra le milioni che potevano essere rapidamente accantonate e gettate nel dimenticatoio… “-Come volevasi dimostrare”- si diceva lui, sorridendo, sarebbe stato l’unico testimone dell’invasione; ormai alla notizia non veniva dedicato nemmeno l’ultimo dei servizi del Tg della sera. In paese era rimasto solo, a parte qualche maiale e qualche cane randagio che si aggiravano tra le case come fantasmi; tutto era muto, tutto così irreale. L’aria odorava di attesa; era come se ogni refolo di vento che sentiva spirare portasse con sé un afrore inspiegabile, una scia inconfondibile; lui si diceva: “Sono loro, sì sono loro che stanno per arrivare”, ma poi nulla accadeva, e tornava ad accasciarsi sulla sedia a dondolo che aveva piazzato strategicamente al centro del porticato, per potere avere una visuale del paesaggio il più possibile ampia; si chiedeva se effettivamente non fosse tutta una montatura; a volte veniva colto di soprassalto da un senso d’abbattimento e sconforto e si sentiva così dannatamente patetico e assurdo… E se quegli insetti non fossero arrivati? E anche se fossero arrivati, cosa sarebbe cambiato nella sua vita? Cosa sperava di comprendere? Non lo sapeva, ma sentiva che il suo posto era lì. Per la prima volta era assolutamente sicuro che rimanere aveva un senso, restare lì per vedere la distruzione, guardare negli occhi lo scempio e l’abisso, o solamente attendere, non era un vano rimandare, non era rifiutare le proprie responsabilità, ma era un gesto coraggioso, un gesto maturo, un gesto d’amore… Ormai passava le giornate in uno stato costante di trance e tensione; qualsiasi rumore che sentiva arrivare dall’esterno, qualsiasi movimento sospetto nel cielo, fosse stato anche il battito d’ali di un uccello isolato, lo facevano trasalire e sobbalzare. Non era più la paura a sconvolgerlo, ma l’attesa; una sensazione che partiva dall’intestino e si propagava in tutto l’organismo e lo perforava, lo trapassava; aveva iniziato ad avere le allucinazioni: gli succedeva spesso, mentre si guardava allo specchio, oppure quando passava davanti a qualche vetro, di vedere dietro di sé il riflesso di qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro riguardasse quei maledetti insetti: una parvenza d’antenne dietro il comodino, uno strano stridio metallico sotto il letto, lo sfuggente bagliore di una zampetta dietro lo scaffale in soggiorno; lui era sicuro che fossero presagi dell’imminente invasione. O forse stava impazzendo del tutto! Ormai non si curava più del suo aspetto, della sua salute, di quello che c’era intorno: che andasse tutto in malora, a lui non importava! Voleva solo che si spegnesse quell’acuto senso di nausea misto a trepidazione, quella sensazione di bruciore e subbuglio che ormai avevano conquistato il suo corpo: l’attesa lo stava prosciugando e lentamente inaridendo.
Passava quasi tutte le ore del giorno seduto sulla sedia a dondolo piazzata sul porticato; la barba lunga e malcurata, il volto costantemente corrucciato e accigliato, percorso da rughe che sembravano solchi, il fisico ormai allo stremo: sembrava che fosse invecchiato di vent’anni; non si lavava da giorni, forse settimane, non ne sentiva l’esigenza; i capelli erano scompigliati e sempre più radi, preda di una calvizie incipiente. Un unico e costante pensiero riusciva a mandarlo avanti: quello delle locuste… Doveva rimanere lucido per aspettarle, per accoglierle nella maniera più degna. Cercava di dormire il meno possibile per la costante paura che l’invasione sarebbe avvenuta mentre lui se la stava ronfando; non avrebbe mai potuto accettare di perdersela! Aveva rinunciato a tutto per essere presente all’evento della sua vita e doveva investire tutte le forze residue per non lasciarsi sfuggire quest’occasione unica! La sua cazzo di occasione! Non riusciva più a capire quanti mesi fossero passati dal momento della fuga di massa dal paese… Per quanto era rimasto completamente isolato dal mondo? Quanto tempo era che non parlava con un altro essere umano? Com’era possibile che tutto questo non gli mancasse? Che cazzo gli stava succedendo? Si sentiva come un naufrago disperso su una qualche fottuta isola deserta, una specie di Robinson Crusoe, autoesiliato in una dimensione spazio-temporale virtuale, priva di concretezza; non riusciva più a separare la realtà dalla sua immaginazione… Niente era più definibile, aveva oltrepassato la soglia del non-ritorno, si era rinchiuso in un suo mondo, che non prevedeva l’esistenza di nessun altro, se non delle locuste….Ormai ogni gesto, ogni pensiero, ogni sentimento che provava, ogni sforzo che faceva erano indirizzati a loro…Se tutti gli altri lo avevano deluso, se lui aveva deluso tutti quelli che avevano contato nella sua vita, adesso era arrivato il momento del riscatto… Gli insetti avrebbero fatto tabula rasa di tutto: delle sue sconfitte, delle sue paure, dei suoi sentimenti, di quel paese di merda; avrebbero inghiottito tutto in un buco nero. La materia sarebbe stata risucchiata in un vortice incontrollabile fino a scomparire; finalmente lui non avrebbe provato più niente, nessuna sensazione al di fuori di uno stato perpetuo di torpore e tranquillità quasi mistico. Si sarebbe sentito leggiero e sospeso, senza più nessun peso che l’ancorasse al suolo, alla tragica e costante vicenda umana con il suo perpetuo riciclo di eventi e passioni inutili.
Mangiava quello che capitava, qualche scatoletta avanzata che trovava nel deposito dei viveri giù in cantina, qualche ortaggio che ancora riusciva a cavar fuori dal suo appezzamento di terreno, ogni tanto faceva fuori qualche gallina così per variare il menù… Insomma se la cavava, anche se era dimagrito di quasi dieci chili, e le forze lo stavano lentamente ma inesorabilmente abbandonando. Sembrava che anche il paesaggio come lui si stesse progressivamente e inesorabilmente degradando: le piantagioni erano state completamente invase da erbacce che crescevano disordinatamente quasi ovunque, edere tenaci si arrampicavano sulle case, muschi e licheni avevano invaso i tetti che erano diventati dimore di numerose specie di uccelli migratori. Era come se tutto lì intorno si fosse inselvatichito, regredendo a uno stato naturale primigenio: si era creato un nuovo ecosistema che non sembrava interessarsi dell’uomo e delle sue attività … Ormai viveva in completa simbiosi con la sua sedia a dondolo: si muoveva il meno possibile dal porticato per risparmiare le energie ed essere sempre vicino allo scenario della potenziale invasione. Spesso sostava ore e ore con lo sguardo rivolto all’orizzonte, quasi in catalessi; per tenersi sveglio aveva iniziato ad assumere dosi massicce di caffeina, ed aveva sempre con sé al bordo della sua sedia a dondolo un tazzone ricolmo di caffè… Negli ultimi giorni aveva smesso persino di mangiare, non sentiva più lo stimolo, e poi non aveva tempo di cucinare; aveva altro a cui pensare… Il tempo continuava a scorrere lento e uguale, nella costante ed estenuante attesa… Aveva iniziato a perdere le speranze, aveva iniziato a credere che realmente quella dannatissima invasione se la fosse inventata il governo… E lui stava facendo la figura del coglione… Come al solito… Finché un giorno qualcosa accadde…

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