La grande invasione delle locuste (9)

Lui rimase immobile .Quella non era nient’altro che la verità nuda e cruda, gli risultava difficile ribattere, quasi impossibile… Dopo un lungo silenzio balbettò:
«Papà lo sai… L’ultima cosa che volevo, era deluderti; volevo tu fossi orgoglioso, volevo riuscire ad essere alla tua altezza… E allora… Allora…». S’interruppe, aveva la bocca completamente impastata…»
La cavalletta riprese:
«Figliolo lo so, non devi giustificarti… Ma io sarei stato comunque orgoglioso… L’unica cosa che non sono riuscito a farti comprendere è che vivere nella costante paura di deludere qualcuno, è il più grande sbaglio, perché, così facendo, l’unica persona che deludi è te stesso… Capisci?»
Il re delle cavallette si avvicinò al figlio e con le sue zampette dentate gli accarezzò il volto, poi continuò:
«Prima di distruggere e risucchiare tutto quello che c’è attorno voglio parlare ancora un po’ con te, va bene? Ci stai?»
Lui si asciugò gli occhi bagnati di lacrime e rispose:
«Si va bene, va bene Papà»
La cavalletta continuò:
«Sai figliolo non basta attendere con grande impegno e dedizione che un evento accada, non basta dedicarsi anima e corpo ad un obiettivo per riuscire ad ottenere ciò che ci si aspetta… Bisogna avere fortuna per trovarsi in mezzo alle cose, quando le cose succedono… Non so… E’ una questione di tempismo, di sinergia, o solamente una questione di culo… A volte la Storia ci emargina e ci respinge, quanto più noi vogliamo entrare a farne parte, quanto più noi vogliamo essere pienamente consapevoli e partecipi dei suoi cambiamenti, comprendere i suoi meccanismi….Non ci si può fare niente…»
«Cazzo Pa’,- interruppe lui- non parlare per enigmi… In poche parole vorresti dire che tutto il sacrificio che ho fatto non è servito a nulla? Ma se voi siete qui proprio davanti ai miei occhi, questa non è la conferma che io ho avuto ragione, che sono stato ripagato per il mio impegno, per la mia dedizione?»
«Vorrei tanto che fosse così figliolo, in realtà mentre tu stai sprecando fiato con me, qualcosa là fuori sta accadendo, e forse tu te la stai lasciando sfuggire…».
«Là fuori? Ma che stai dicendo? Io non ci sto capendo più niente…»
« Svegliati e capirai, posso dirti solo questo…»
«Svegliati? Allora tutto questo non era altro che un dannatissimo sogno…»

La visione sbiadì all’improvviso, risucchiata in un vortice inarrestabile… Riaprì pian piano le palpebre: era ancora sulla sua sedia a dondolo, la bocca impastata, la tazza di caffè lì vicino a lui….Ci mise un po’ a fare mente locale, a comprendere quello che era accaduto: si era addormentato di sasso, era caduto in un sonno profondo… Che razza di sogno aveva fatto? … Un sogno assurdo… Si chiedeva per quanto tempo avesse dormito… Gli occhi tornarono gradualmente ad abituarsi alla luce e misero a fuoco quello che lo scenario offriva loro: davanti a lui non c’era più nulla, niente, zero assoluto… Tutte le piantagioni erano state rase al suolo, polverizzate… No, non poteva essere successo, non poteva, dannazione!… Si tirò su in piedi ed iniziò a perlustrare l’orizzonte in uno stato di agitazione incontenibile… Improvvisamente si accorse cos’era successo… Laggiù all’estremo orizzonte un puntino nero, simile a uno sciame, si allontanava sempre di più fino quasi a scomparire… Erano loro… Erano proprio loro… L’invasione era arrivata, per quanto tempo l’aveva attesa… Ma se l’era lasciata sfuggire… Era la sua occasione e l’aveva buttata nel cesso… Gli tornarono in mente le parole di suo padre “Bisogna avere fortuna per trovarsi in mezzo alle cose, quando le cose succedono”. Lui quella fortuna non l’aveva mai avuta… Gli venne da sorridere: la grande invasione delle locuste, di cui tutti lì in paese avevano parlato, c’era stata… Ma lui non avrebbe mai potuto dire di averla vista…In fondo non ci poteva fare niente.
Rientrò in casa, prese una birra dal frigo, se la stappò e ne bevve un sorso… Si sedette sul divano, in realtà non si sentiva così male, ma una strana risolutezza e tranquillità gli avevano invaso il corpo… Poi improvvisa arrivò una fitta fortissima allo stomaco, come se un milione di lame affilate gli penetrassero la carne inerme, e una sensazione potentissima di disillusione mista a sconfitta gli pervadesse le membra, un vuoto profondo sembrò paralizzarlo… “Cazzo ho perso tutto- si disse- ho proprio perso tutto” e crollò in ginocchio sul pavimento, iniziando a ridere nervosamente. «Domani è un altro giorno» ripeté, facendo il verso a Rossella O’Hara. Poi con un gesto meccanico si spostò in cucina, aprì il cassetto della credenza, estrasse la pistola del padre, fissò per un attimo la sua canna lucente, la appoggiò alla tempia destra e premette il grilletto… In un attimo tutto era finito: un rivolo di sangue bagnava il parquet, il suo corpo senza vita si era accasciato tra il tappeto e la lavastoviglie… La sua vita, i suoi sogni, la speranza, il dolore, ogni cazzo di sentimento, tutto se n’era andato via con la grande invasione delle locuste.

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