Il sistema 2012

Io m’aggrappo a tutto in mancanza di forma di quest’era mutile e scontornata, proiezione spregiudicata d’infingardi speculatori che ci tolgono le nostre speranze di geometria esistenziale.

Così nel sorriso della Vergine Maria mi sono commosso, nel bue e nell’asinello appacificati dagli sforzi quotidiani, nel fuoco vitreo di tungsteno che monda le impurità delle tenebre e nella vita di un bambino che si ripete una volta, e una volta ancora nelle nostre vite. Scruto quella scena familiare in quella capanna, senza pareti, senza protezioni di cemento, quest’amore vasto e virtuoso, trasparente come l’acqua purificatrice, allegro come la fiamma che li riscalda, sincero come l’aria fresca che respirano, eterno come la terra su cui sono inginocchiati. Io non resisto alla penetrante verità e mentre mi aggiro per le strade m’attornia il mistero di questi muri alti, possenti, disciplinati a stare muti, e quando cammino faccio passi per capire, ma c’è un abisso che non riesco a osservare. Tutto mi è nascosto. Strano come la notte tetra si confida più delle anime sguainate nelle loro tane sporche. E allora perché una finestra illuminata di calore non mi riscalda, ma raggela!

Mi sembra di essere un mostro reietto che non fa altro che camminare, che scrivere quello che incute incanto e che dona orrore.

La mia notte è fatta per camminare al margine, sempre al margine di case, di urla, di donne stuprate, di ricatti familiari, di avvelenamenti amorosi, di guerre con figli ostaggi di genitori vendicativi. Mi pare un massacro di esistenze. Cammino su questo filo d’asfalto aspettando di venire ingoiato dalla neve, penetrando nel varco del cuore dove tutto è forzatamente spento, dove raffiche di vento sferzano la barba e si schiantano sugli stipiti di questo vecchio portone, che le intemperie hanno abbruttito e sfiancato, che la pioggia e il sole hanno screpolato, e arrugginito i cardini e marcito il legno, lentamente. Ho provato ad aprirlo, a sfondarlo, ma non si butta giù, non ci si riesce. No trespassing. Torno indietro, ma non sono imbecille, io so – ho spiato – è ancora lì che penzola quell’orecchio strappato. Ritorno e passo sotto lingue di luce che disegnano il buio di queste notti infinite e mi incoraggiano ad andare avanti con un’esile emozione di gioia negli occhi. O chissà che questi fili lucenti non vengano gettati nei depositi alla fine delle feste natalizie! Oh Mio Signore, fa’ che rimangano in questo angusto gennaio! Che altrimenti è dura controllare tutta questa malinconia. Continuo a fiancheggiare questi muri surgelati, innocenti, taciturni, che m’atterriscono perché so del sangue che vi scorre dietro. E so che le finestre sono lumi che piangono!

E ora confuso nell’oscurità mi sembra di essere un ladro silenzioso, inumano, latitante che non fa altro che camminare, che ruba quei sentimenti ignobili insiti dell’umanità, chiusa in queste case.

Tu sei il ladro! Tu sei il mostro! Tu sei il vigliacco!
Ma cosa ho fatto per meritare la mia persona?
E questo imbroglio?
E questo scandalo?

La mia memoria è eseguita da funzionari corrotti e nella mente non c’è vera Giustizia; si rimane incolumi credendo nelle menzogne, con gli atti della procura confiscati, nascosti, bruciati; quando si è colpevoli, si è comunque sempre scagionati dalle accuse, e poi non ci sono pene adeguate e sempre indulti. Io mi vergogno perché la mia nazione somiglia troppo alla mia patria: un sistema di gangli decisionali marci, impossibili da risanare. Ora è inutile riformare l’informe, occorre una rivoluzione.

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