Una sera come tante (2)

Metti che una sera come tante ti rendessi conto che vedere troppi film sentimentali ti ha completamente mandato in pappa il cervello, che in effetti tutte quelle storie su due che s’incontrano e s’innamorano, che è bastato sfiorarsi o solo guardarsi per capirlo, per entrare in sintonia ad un livello superiore sono giustappunto delle stronzate colossali, perché nella realtà tutto questo non basta, non c’è abbastanza disponibilità a conoscere l’altro, si è sempre troppo occupati a farsi i fatti propri, trascinati nella frenesia della vita contemporanea… Metti che, comunque, ritornando alla questione tipa, alla fine ti congedassi da lei con un tristissimo bacio sulla guancia, sussurrando con malcelata delusione un –Ci si becca in giro- e lei rispondesse con un laconico –Dai mi farebbe piacere-, che sfumasse nel caotico rumoreggiare degli avventori del bar, per poi perdersi e affievolirsi nel nulla…Metti che nel frattempo, terminati i formali convenevoli, lei ritornasse a sedersi al tavolo e ricominciasse nuovamente a inserirsi nel discorso appena interrotto con non comune abilità, quasi non si fosse assentata nemmeno un secondo. Metti che tu la fissassi ancora un attimo, la vedessi ridere, inclinare il capo, muovere le mani sinuose e pensassi -Che gran troia, cioè, come ha fatto a non capire? Come può rimanere seduta come se niente fosse? Eppure mi sembrava che a un certo punto i nostri sguardi si fossero incrociati, che lei mi avesse supplicato di portarla via da quell’insulsa tavolata di pseudo intellettualoidi, boriosi e noiosi, che stanno lì a vantarsi dei loro stage nella filiale di una qualche banca di Hong Kong, dei loro dannatissimi viaggi in Patagonia alla riscoperta delle radici dell’esistenza umana e del proprio Io … -Metti che lei invece apprezzasse tutti quei discorsi che a te  risultano così poco credibili, così vani, continuando  a intervallare ogni affermazione con un –Che figata! Ma veramente?…-Metti che una sera come le altre ti accorgessi che ti sta così dannatamente sulle palle non essere una di quelle persone con tutte ‘ste esperienze da raccontare, che effettivamente loro sono più interessanti di te, che il massimo dell’entusiasmo lo hai raggiunto  visitando  il museo della guerra del tuo paese, o sbronzandoti alla sagra della salsiccia; metti che a un certo punto ti chiedessi: -Ma perché  non le ho fatte anch’io tutte quelle cose? Perché me ne sto tutto il giorno a rimuginare e  a recriminare?- ma alla fine ti dicessi che adesso come adesso chiedersi tutto questo non ha senso.Una sera come tante, allora, guadagni la porta del suddetto bar con risolutezza inaspettata e inizi a ponderare nel dettaglio quello che dovrai fare con estrema calma, lasciando da parte ogni emotività gratuita . Mentre cammini verso il parcheggio dove hai lasciato la macchina, inizi a pianificare ogni cosa; la situazione sembra essere dalla tua parte: i tuoi sono partiti per un week-end romantico in occasione del loro trentesimo anniversario di matrimonio, tuo fratello è fuori città, si è fermato a dormire da amici;. Una sera come tante, solamente più contorta ed enigmatica del solito, respiri a pieni polmoni l’aria fresca di un novembre clemente, e rifletti: solo un minuto fa ti sentivi così fermo, convinto, lucido e adesso stai ripiombando nella solita confusa tensione di sempre. -E invece devo stare calmo, estremamente calmo!- ti dici- Nessun ripensamento, se ho deciso ho deciso!!! -Cammini più svelto, con passo rinfrancato; metti in circolo le idee nella tua scatola cranica e rifletti sul lato comunicativo del gesto: non lascerai nessuna lettera chilometrica con sfoghi drammatici annessi, nei quali esprimere il tuo disagio nei confronti di una società che ti ha emarginato, di una famiglia che non ti ha capito, di amici che non ti hanno aiutato.. Niente vecchie storielle sulla solitudine che ti consuma,  sulla depressione che t’immobilizza e cose del genere … La tentazione sarebbe grande … A cosa potrebbe servire riversare il tuo odio, la tua rabbia repressa sugli altri? … Accrescere la loro sofferenza sarebbe un gesto vile, un gesto crudele, e tu avrai mille difetti, ma non sei una persona crudele … No, il gesto basterà nella sua drammatica auto-evidenza a spiegare che non esiste un’unica motivazione, che la colpa non è di nessuno in particolare. Metti che una sera come tante, immerso in codeste meditazioni, tu avessi camminato per chissà quanto tempo, senza nemmeno accorgertene. Ti guardi intorno spaesato e non riesci più a ricordarti dove cazzo hai parcheggiato. Torni indietro, fai due isolati, tre isolati, quattro isolati: la mente è annebbiata, t’invadono un sacco di pensieri; inizi a titubare, stai nuovamente gettando la spugna. Metti che una sera come tante ti servisse un segno tangibile che la tua scelta sia quella giusta, e improvvisamente, in quel tuo vagare da sonnambulo nella città avvolta dal silenzio più torbido la tua macchina sbucasse dal nulla nella sua cristallina evidenza di rivelazione epifanica: la strada non è stata smarrita, anzi la direzione è quella giusta. Una sera come tante, allora, prendi possesso del tuo mezzo di locomozione, e ti dirigi verso casa tua, verso il luogo dove tutto ha avuto inizio e dove speri tutto possa avere una fine; finalmente ti senti leggero, risoluto, quasi tranquillo; ascolti la radio che propone musica pop di qualità infima, e questo ti rassicura, ogni cosa va come deve andare, ti lasci dietro chilometri d’asfalto, come pesi ancestrali di cui finalmente puoi liberarti … Metti che una sera come tante raggiungessi il parcheggio sotto casa tua, e sentissi piccole scosse elettriche invaderti il corpo, quasi involontariamente il tuo sistema nervoso ti ricordasse che adesso è arrivato  il momento della resa dei conti, il momento di tirare fuori le palle; rimani per qualche minuto a contemplare in stato catatonico casa tua, quel grigio edificio in cemento armato, monumento all’ essenzialità asettica dell’edilizia anni ’80,  ad un’ architettura che più che accogliere respinge nella sua mancanza di personalità, emblema di una provincia meccanica, senza pietà, senza prospettive al di là del ripetersi costante di riti quotidiani di accettazione  del proprio ruolo di comparsa. La guardi e provi una pena indefinibile ma potente che invade tutto il tuo organismo fino a possederlo, pena per quell’edificio incassato tra altri due mostri suoi pari, imprigionato in un’immagine squallida di quieto vivere, di realtà virtuale, con le sue aiuole artificiali, fatte di piante artificiali, di erba artificiale, pena per te, e per tutti quelli che ci abitano, anch’essi catturati dalla ripetitività dell’ esistere, travolti dai loro piccoli impegni, dalle loro piccole menzogne quotidiane, dai soliti discorsi sul tempo, sul governo, sullo sport, quasi questo microcosmo di larve, di insetti, si annientasse nell’impossibilità di abbattere i recinti di tranquillità apparente in cui si trova imprigionata. Tutti così impegnati a mantenere salda e intatta la propria fetta di rispettabile menefreghismo verso l’esterno, verso quello che è altro, quasi si costringessero con sforzi sovrumani a farsela bastare questa realtà ricostruita, e alzassero mura invalicabili per allontanare la possibilità del contagio, dell’epidemia. Perche gli altri sono pericolosi, sono esseri infidi, ti costringono a guardarti dentro e a capire chi sei, ti costringono a mettere in discussione quello che hai costruito e conquistato, ti costringono a volgere lo sguardo all’orizzonte.

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