Una sera come tante (3)

Una sera come tante rimani lì e capisci che ancora una volta qualcosa ti sta fregando. Stai pensando troppo, stai cadendo ancora nello squallido tranello della commiserazione, e quando questo ti succede sai benissimo come andrà a finire: salirai le scale, aprirai la porta del tuo appartamento, percorrerai quei tre metri di corridoio che separano l’entrata dalla tua stanza, ti sdraierai sul letto, rimarrai per qualche minuto inerte a guardare il soffitto; poi, colto da un raptus incontrollato, di scatto ti alzerai in piedi, ti siederai alla scrivania, prenderai la tua moleskine e con furore inizierai a vergare parole senza senso sulle sue pagine bianche e vergini, quasi a volere stuprare quel candore con segni tangibili del tuo disagio; poi senza fiato, come dopo un orgasmo, ti ritroverai privo di forze, svuotato, con quel peso ingombrante sullo stomaco, legato a quell’inestricabile groviglio di malessere, con una pagina orribilmente deturpata dal non-sense del tuo sfogo … Una sera come tante rivivi mentalmente questa scenetta a te ben nota, e ti accorgi di quanto possa essere squallida e posticcia, di quanto possa essere insincera e riciclata; non sei il giovane Werther, non sei Jacopo Ortis, non sei Kurdt Kobain, e sinceramente non vorresti essere come loro, gravato dal fardello di esprimere un malessere generale e generazionale, una malattia comune; sei solo uno tra i  tanti a cui la vita sta andando di merda,  che ha perso la capacità di lottare, di capire se stesso e gli altri, che non riesce ad accettarlo! Una sera come tante ,allora, decidi che devi abbandonarti totalmente all’istinto e all’improvvisazione, ogni concessione alla razionalità e alla premeditazione potrebbe bloccarti, farti tornare suoi tuoi passi … Con uno scatto felino raggiungi la porta d’entrata del condominio, la apri meccanicamente, senza nemmeno farci caso, poi divori in pochi secondi le scale che dividono l’androne dalla porta del tuo appartamento; inserisci la chiave nella toppa, la giri velocemente e in un momento vieni avvolto dal tepore rassicurante , da quell’odore indefinibile e morboso di casa tua; accendi la luce nel corridoio, lo specchio riflette la tua immagine e ne rimani impressionato: vedi un volto corrucciato, deformato, mutato, sconvolto; porta i segni tangibili del malessere che stai vivendo, quasi il tuo dolore, la tua sofferenza  avessero avuto una manifestazione fisica in questa trasfigurazione di lineamenti; sei diventato il tuo stesso disagio, sei diventato la tua stessa malattia. Questo ti spaventa, perché la disperazione sta di nuovo prendendo il sopravvento e sai che potrebbe mandare a puttane tutto; allora con movimento repentino ti discosti da quella visione inquietante, ti sottrai al potere ammaliante dello specchio, e corri in cucina. Una sera come tante ti ritrovi seduto a tavola, assorbito nuovamente dalle tue paranoie, così dannatamente insicuro, così dannatamente confuso; decidi che è meglio alleggerire la tensione, che è meglio tentare di ritrovare la giusta distanza, provare a rifiatare … Ti dici: – Una birra fresca è proprio quello che ci vorrebbe-. Apri il frigo, ne stappi una, e ne bevi metà in una lunga ed estenuante sorsata … Senti  che la tensione sta lentamente  scemando; tutto sta riprendendo un ritmo regolare e normale … Le cose stanno prendendo nuovamente una buona piega: nessuna cazzo di angoscia, nessuna pressione, nessuna maledetta barriera tra te e il tuo obiettivo; ridi,  finalmente la puoi prendere con filosofia, con leggerezza … In fondo cosa sarà mai? Un trafiletto in più sul giornale locale, un morto in più da aggiungere ad una statistica di qualche studio di settore,  un argomento di cui parlare alla domenica prima di messa, un’altra povera famiglia da commiserare per una disgrazia inaspettata, salvo poi  sparlarne in discussioni tra comari o da bar sport…Niente di così eccezionale … Una sera come tante ,allora, improvvisa ti giunge la soluzione, devi cogliere al volo questa nuova intuizione, prima che la confusione e la disperazione ti invadano e sabotino tutto: spegni la luce in cucina, prendi le chiavi della terrazza,  finisci in un sorso la birra rimasta e con uno scatto ti proietti fuori da casa tua….Sembra invaderti una strana risolutezza, mentre con passo misurato ma deciso percorri i due piani di scale che ti separano dal luogo dove metterai in atto il tuo piano per la fine. Una sera come tante però qualcosa inizia ad andare storto: gli ultimi gradini, quelli che si frappongono tra te e la porta d’accesso alla terrazza, risultano fatali; senti le gambe diventare rigide, la bocca impastarsi e fremiti diffondersi nel tuo corpo sempre più ingombranti; qualcosa inizia a bloccare i normali movimenti fisici, anche mettere una gamba davanti all’altra si rivela uno sforzo titanico. Una sera come tante, mentre te ne stai impalato,  davanti a quella fottutissima porta di metallo marrone, così squallida e ordinaria, mentre fissi quella barriera che ti sembra ormai invalicabile, ti chiedi cosa stia succedendo; in realtà, lo sai benissimo: è la vita, nella sua essenza più istintuale e irrazionale, che sta conquistando il tuo corpo, si propaga nei tuoi arti, nei tuoi nervi, e impedisce che ti opponga al corso naturale delle cose; non puoi e non devi rivoluzionare così i suoi piani, e lei a voler decidere per te; cos’altro puoi fare? Metti che allora tu in quell’istante imponessi a te stesso di spezzare questa tirannia e aprissi quella cazzo di porta e ti trovassi faccia a faccia con la tua fine. Una sera come tante al centro di quello spiazzo enorme di ciottolato, a dieci metri d’altitudine, tra fili di metallo per stendere la biancheria, come piccoli spilli che penetrano la tua carne inerme t’invadono i ricordi: ti rivedi bambino, mente aiuti tua madre a stendere la roba, ti rivedi mentre guardi dall’alto il tuo paese che ai tuoi occhi sembrava sterminato, mentre scruti le montagne regolari incorniciare un paesaggio insondabile; ti rivedi mentre pensi finalmente di potere oltrepassare con la mente e col cuore quel recinto di monti, che è diventato un recinto emotivo da abbattere, con il suo bagaglio di quieto vivere, di noia provinciale, di paura del diverso, di infettarsi con le cose; ti rivedi e provi nostalgia e rancore: nostalgia per il candore del bambino di allora, che riusciva con la sua fantasia a proiettarsi nel futuro e a modificarlo, sperando di potere fuggire da ciò che odiava; rancore per quello che quel bambino è diventato: un uomo grigio e scialbo, che non è riuscito ad opporsi al corso delle cose, all’inerzia della vita, che si è arreso.

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