Archive for the Racconti di bagliori Category

Una sera come tante (1)

Posted in Racconti di bagliori on 5 Mag 2014 by lostkid84

Questo racconto è stato scritto ormai qualche anno fa ed è frutto di una riflessione dolente e amara  sulla condizione umana; l’io (tu) narrante che espone i fatti non corrisponde all’io(tu) biografico dell’autore, ma è solamente  un congegno narrativo usato dal sottoscritto,  per tentare di rendere la diegesi  più verosimile e d’impatto; tutti i personaggi e  gli avvenimenti in esso narrati, conseguentemente, sono scaturiti dalla mia fantasia; dico questo, per fugare ogni dubbio sulla corrispondenza tra finzione narrativa e vita reale, e per rassicurare chi già potrebbe immaginarmi sull’orlo di un cornicione; ovviamente è impossibile evitare che la realtà filtri all’interno di una narrazione, anzi la funzione della letteratura, della buona letteratura, dovrebbe  essere, a mio parere,  quella di riuscire a ricreare, ridefinire e  rimodellare  la realtà, dando vita ad una nuova e originale visione delle cose; ma questa è un’altra questione, ed eviterei di avventurarmi in  discorsi da critici letterari,  ché in questo campo fondamentalmente sono poco  preparato…  Spero,quindi, che quello che ho scritto vi piaccia, e vi auguro buona lettura.  Anticipo, inoltre, che, per ragioni di spazio, il suddetto racconto verrà suddiviso in quattro parti. Un saluto, Fabrizio.

A tutti quelli che se ne sono andati, ovunque essi siano.
A Isabella, lei sa perché.

Una sera come tante ( quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza(…);
(Giovanni Giudici, Una sera come tante)

 

Metti che una sera come tante ti sentissi più vuoto, più insulso e più stanco del solito; una sera di quelle in cui ti sei ripromesso – sto tranquillo, libero la testa, la smetto con le consuete paranoie del cazzo e mi diverto e basta-, ma dietro l’angolo c’è sempre qualcosa a bloccarti, a sabotare i tuoi progetti e a farti ripiombare nell’angoscia di sempre; metti che una sera come tante, invitato a una tavolata tra amici, ti accorgessi quanto le stronzate che si dicono sulle tipe che ti vorresti fare, su quelle che ti sei fatto, sul tempo, le sbronze, le sbronze di un tempo, amarcord vari ed eventuali siano ormai un rituale abusato, qualcosa di così formale da lasciarti privo di fiato; metti che tra tutti ci fosse anche una tipa che è bastato uno sguardo, o solamente sentirla parlare, per capire che ci sa fare, che non si comporta, non si atteggia, che è fottutamente interessante; metti che sì e no le avessi rivolto la parola una decina di volte, e in tutti questi frangenti ti fossi comportato, per colpa della tua dannata insicurezza, come un idiota patentato, sparando pessime battute a raffica, risultando più superficiale e coglione di quanto tu sia in realtà, mostrando un’immagine di te che non è quella reale … Metti che una sera come tante con i tuoi stramaledettissimi viaggi mentali potresti essere arrivato in Canada, che in realtà è probabile solamente che non le piaci, perché tra le persone piacersi è una questione di chimica, e qualcosa non è scattato e amen. Metti che comunque non sarebbe un problema, se non fosse che a un certo punto, tra le risate scroscianti e i bicchieri vuoti, tutto attorno a te iniziasse a deformarsi e a roteare vertiginosamente; metti che una fitta lancinante improvvisa colpisse una parte imprecisata del tuo organismo, che sentissi la bocca impastarsi, la salivazione azzerarsi; che un’ennesima crisi di panico, un confuso e atroce fondersi di sentimenti indefinibili a metà strada tra la rassegnazione, la tristezza e il torpore ti immobilizzassero. Metti che una sera come tante ti accorgessi che ne hai le palle piene di stare così, che in fondo stare così non ha senso, che è inutile fare finta di niente, non darci peso. Perché è una cosa fotuttamente grave a ventisette anni non avere un lavoro, programmi per il futuro, ambizioni, progetti, che tutto ti scivoli addosso senza lasciare traccia. Metti che una sera come tante, allora, non ti sentissi più disperato, che la disperazione è un sentimento labile che ti divora, ti immobilizza improvvisamente, e ancora più improvvisamente ti abbandona, lasciandosi dentro quella sorta di senso di onnipotenza di chi è sopravvissuto a qualche tragedia o malattia che pensava incurabile; metti che una sera come tante, invece, diventassi più freddo, razionale e risoluto e tutto si mostrasse con maggiore chiarezza: otto anni di università buttati nel cesso, una laurea che nella più rosea delle prospettive ti servirà per pulirti il culo; otto anni di esami, ad arrancare dietro segreterie, provveditorati agli studi, chilometri di burocrazia, domande perse nel vuoto; otto anni di disillusione e nausea, manifestazioni, collettivi e sit-in in piazza; otto anni a credere fermamente che questo servisse, che impegnarsi era giusto; otto anni con il fiato mozzato, di dipendenza e rancore, di biblioteca e panini mangiati in solitudine; otto anni da nerd auto-commiserevole e baretti, birrette sorseggiate ed aperitivi innocui in cui affogare l’inutilità; otto anni sprofondati in un vuoto pneumatico, centrifugati in un secondo. Continua a leggere

Una sera come tante (2)

Posted in Racconti di bagliori on 5 Mag 2014 by lostkid84

Metti che una sera come tante ti rendessi conto che vedere troppi film sentimentali ti ha completamente mandato in pappa il cervello, che in effetti tutte quelle storie su due che s’incontrano e s’innamorano, che è bastato sfiorarsi o solo guardarsi per capirlo, per entrare in sintonia ad un livello superiore sono giustappunto delle stronzate colossali, perché nella realtà tutto questo non basta, non c’è abbastanza disponibilità a conoscere l’altro, si è sempre troppo occupati a farsi i fatti propri, trascinati nella frenesia della vita contemporanea… Metti che, comunque, ritornando alla questione tipa, alla fine ti congedassi da lei con un tristissimo bacio sulla guancia, sussurrando con malcelata delusione un –Ci si becca in giro- e lei rispondesse con un laconico –Dai mi farebbe piacere-, che sfumasse nel caotico rumoreggiare degli avventori del bar, per poi perdersi e affievolirsi nel nulla…Metti che nel frattempo, terminati i formali convenevoli, lei ritornasse a sedersi al tavolo e ricominciasse nuovamente a inserirsi nel discorso appena interrotto con non comune abilità, quasi non si fosse assentata nemmeno un secondo. Metti che tu la fissassi ancora un attimo, la vedessi ridere, inclinare il capo, muovere le mani sinuose e pensassi -Che gran troia, cioè, come ha fatto a non capire? Come può rimanere seduta come se niente fosse? Eppure mi sembrava che a un certo punto i nostri sguardi si fossero incrociati, che lei mi avesse supplicato di portarla via da quell’insulsa tavolata di pseudo intellettualoidi, boriosi e noiosi, che stanno lì a vantarsi dei loro stage nella filiale di una qualche banca di Hong Kong, dei loro dannatissimi viaggi in Patagonia alla riscoperta delle radici dell’esistenza umana e del proprio Io … -Metti che lei invece apprezzasse tutti quei discorsi che a te  risultano così poco credibili, così vani, continuando  a intervallare ogni affermazione con un –Che figata! Ma veramente?…-Metti che una sera come le altre ti accorgessi che ti sta così dannatamente sulle palle non essere una di quelle persone con tutte ‘ste esperienze da raccontare, che effettivamente loro sono più interessanti di te, che il massimo dell’entusiasmo lo hai raggiunto  visitando  il museo della guerra del tuo paese, o sbronzandoti alla sagra della salsiccia; metti che a un certo punto ti chiedessi: -Ma perché  non le ho fatte anch’io tutte quelle cose? Perché me ne sto tutto il giorno a rimuginare e  a recriminare?- ma alla fine ti dicessi che adesso come adesso chiedersi tutto questo non ha senso. Continua a leggere

Una sera come tante (3)

Posted in Racconti di bagliori on 5 Mag 2014 by lostkid84

Una sera come tante rimani lì e capisci che ancora una volta qualcosa ti sta fregando. Stai pensando troppo, stai cadendo ancora nello squallido tranello della commiserazione, e quando questo ti succede sai benissimo come andrà a finire: salirai le scale, aprirai la porta del tuo appartamento, percorrerai quei tre metri di corridoio che separano l’entrata dalla tua stanza, ti sdraierai sul letto, rimarrai per qualche minuto inerte a guardare il soffitto; poi, colto da un raptus incontrollato, di scatto ti alzerai in piedi, ti siederai alla scrivania, prenderai la tua moleskine e con furore inizierai a vergare parole senza senso sulle sue pagine bianche e vergini, quasi a volere stuprare quel candore con segni tangibili del tuo disagio; poi senza fiato, come dopo un orgasmo, ti ritroverai privo di forze, svuotato, con quel peso ingombrante sullo stomaco, legato a quell’inestricabile groviglio di malessere, con una pagina orribilmente deturpata dal non-sense del tuo sfogo … Una sera come tante rivivi mentalmente questa scenetta a te ben nota, e ti accorgi di quanto possa essere squallida e posticcia, di quanto possa essere insincera e riciclata; non sei il giovane Werther, non sei Jacopo Ortis, non sei Kurdt Kobain, e sinceramente non vorresti essere come loro, gravato dal fardello di esprimere un malessere generale e generazionale, una malattia comune; sei solo uno tra i  tanti a cui la vita sta andando di merda,  che ha perso la capacità di lottare, di capire se stesso e gli altri, che non riesce ad accettarlo! Una sera come tante ,allora, decidi che devi abbandonarti totalmente all’istinto e all’improvvisazione, ogni concessione alla razionalità e alla premeditazione potrebbe bloccarti, farti tornare suoi tuoi passi … Con uno scatto felino raggiungi la porta d’entrata del condominio, la apri meccanicamente, senza nemmeno farci caso, poi divori in pochi secondi le scale che dividono l’androne dalla porta del tuo appartamento; inserisci la chiave nella toppa, la giri velocemente e in un momento vieni avvolto dal tepore rassicurante , da quell’odore indefinibile e morboso di casa tua; accendi la luce nel corridoio, lo specchio riflette la tua immagine e ne rimani impressionato: vedi un volto corrucciato, deformato, mutato, sconvolto; porta i segni tangibili del malessere che stai vivendo, quasi il tuo dolore, la tua sofferenza  avessero avuto una manifestazione fisica in questa trasfigurazione di lineamenti; sei diventato il tuo stesso disagio, sei diventato la tua stessa malattia. Continua a leggere

Una sera come tante (4)

Posted in Racconti di bagliori on 5 Mag 2014 by lostkid84

Una sera come tante, allora, capisci che ti stai comportando come un personaggio di quelle squallide commedie americane, uno di quelli che se la mena per ore sul senso della vita, che se la tira per quanto è sensibile e incompreso,  che a un certo punto incontra la sua anima gemella, e da allora tutto inizia a girare per il verso giusto; si sposa, si costruisce una casa con staccionata e giardino annessi, si compra una macchina familiare, sforna due marmocchi tendenzialmente lobotomizzati e perennemente sorridenti, e vissero tutti felici e contenti … Con la piccola differenza che, considerati i maldestri tentativi di cui sopra, l’anima gemella non la troverai molto presto, e ora come ora una casa tutta tua nemmeno puoi permetterti di sognarla … Una sera come tante cerchi di fare tabula rasa di tutte queste cazzate melense, e di focalizzarti solo su quello che succederà: prenderai una lunga rincorsa, tratterai il fiato, poi salirai sul parapetto, e, senza guardare, in un unico ed essenziale istante ti abbandonerai al vuoto, ad un precipitare senza coordinate, finché non ti schianterai al suolo e le tue budella si spargeranno sulle aiuole e sul marciapiede, tanti piccoli brandelli di te senza vita … Una sera come tante te la stai facendo sotto dalla paura, colto da palpitazioni sempre più invadenti, con la gola secca te ne stai impalato, marmorizzato … Alla fine però decidi, tiri un lungo ed estenuante respiro …  Con uno scatto fulmineo arrivi a qualche centimetro dal parapetto, ma ti blocchi … Come se un invisibile mano avesse fermato i tuoi movimenti … Non si tratta di nessuna fottuta entità superiore, né della consapevolezza che in fondo la vita è bella e va vissuta fino alla fine … Il panorama rimane lo stesso pallosissimo e atonale susseguirsi di alberi, case, montagne, alberi, case, montagne, senza nessun sussulto, nessun imprevisto … Il buio rende la vista ancora più angosciante, ancora più avvilente … Una sensazione di lugubre sconfitta inizia a pervaderti, poi però torni a sentirti meglio, ti sdrai sul ciottolato e rifletti … Alla fine esistere è sempre meglio che non esistere … Anche se la tua non è la migliore vita possibile, la più emozionante … Anche se non sei il più attraente e affermato dei ragazzi, se ti senti costantemente tagliato fuori, a volte senza prospettive, a volte solamente sottostimato e sottovalutato, fondamentalmente sempre sotto; che cosa ci puoi fare? Non migliorerai certo la situazione gettandoti da un palazzo, e comunque qualche piccola soddisfazione potrai sempre togliertela. Sei consapevole che la vita non diventerà tutta rose e fiori, solo perché adesso ti senti più forte, perché hai superato la crisi … Le case probabilmente rimarranno le solite case, le tipe fondamentalmente le solite stronze, gli amici continueranno a parlare di calcio e di figa, tu continuerai ad arrancare dietro un lavoro precario, ti farai il culo per qualcosa che non ti soddisfa. Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (9)

Posted in La grande invasione delle locuste on 1 novembre 2011 by lostkid84

Lui rimase immobile .Quella non era nient’altro che la verità nuda e cruda, gli risultava difficile ribattere, quasi impossibile… Dopo un lungo silenzio balbettò:
«Papà lo sai… L’ultima cosa che volevo, era deluderti; volevo tu fossi orgoglioso, volevo riuscire ad essere alla tua altezza… E allora… Allora…». S’interruppe, aveva la bocca completamente impastata…»
La cavalletta riprese:
«Figliolo lo so, non devi giustificarti… Ma io sarei stato comunque orgoglioso… L’unica cosa che non sono riuscito a farti comprendere è che vivere nella costante paura di deludere qualcuno, è il più grande sbaglio, perché, così facendo, l’unica persona che deludi è te stesso… Capisci?»
Il re delle cavallette si avvicinò al figlio e con le sue zampette dentate gli accarezzò il volto, poi continuò:
«Prima di distruggere e risucchiare tutto quello che c’è attorno voglio parlare ancora un po’ con te, va bene? Ci stai?»
Lui si asciugò gli occhi bagnati di lacrime e rispose:
«Si va bene, va bene Papà»
La cavalletta continuò:
«Sai figliolo non basta attendere con grande impegno e dedizione che un evento accada, non basta dedicarsi anima e corpo ad un obiettivo per riuscire ad ottenere ciò che ci si aspetta… Bisogna avere fortuna per trovarsi in mezzo alle cose, quando le cose succedono… Non so… E’ una questione di tempismo, di sinergia, o solamente una questione di culo… A volte la Storia ci emargina e ci respinge, quanto più noi vogliamo entrare a farne parte, quanto più noi vogliamo essere pienamente consapevoli e partecipi dei suoi cambiamenti, comprendere i suoi meccanismi….Non ci si può fare niente…»
«Cazzo Pa’,- interruppe lui- non parlare per enigmi… In poche parole vorresti dire che tutto il sacrificio che ho fatto non è servito a nulla? Ma se voi siete qui proprio davanti ai miei occhi, questa non è la conferma che io ho avuto ragione, che sono stato ripagato per il mio impegno, per la mia dedizione?»
«Vorrei tanto che fosse così figliolo, in realtà mentre tu stai sprecando fiato con me, qualcosa là fuori sta accadendo, e forse tu te la stai lasciando sfuggire…».
«Là fuori? Ma che stai dicendo? Io non ci sto capendo più niente…»
« Svegliati e capirai, posso dirti solo questo…»
«Svegliati? Allora tutto questo non era altro che un dannatissimo sogno…»

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La grande invasione delle locuste (8)

Posted in La grande invasione delle locuste on 31 ottobre 2011 by lostkid84

Il sole stava per tramontare… Gli ultimi raggi spandevano nell’aria riflessi di luce violenti che sembravano perforargli la retina; non riusciva a tenere gli occhi fissi all’orizzonte; quel luccichio così potente gli faceva serrare le palpebre e i suoi occhi si erano ridotti a due fessure dalle quali riusciva a percepire solo impressioni sbiadite… Si sforzava di non abbassare lo sguardo; mai desistere di fronte al proprio obiettivo! Lui stava aspettando le locuste e non poteva concedersi nemmeno un istante di requie; con il viso rigato di liquido lacrimale rimase immobile sulla sua sedia a dondolo, come una sentinella, come una statua di pietra… Si bevve una sorsata di birra fredda per dare ristoro alla gola secca, e poi all’improvviso si accorse che qualcosa si stava avvicinando… Colto da uno stato d’eccitazione incontrollabile, scattò in piedi. In lontananza sembrava muoversi un puntino nero che procedeva a ritmo regolare nella sua direzione. Man mano che si avvicinava sembrava espandersi sempre di più… Nel frattempo alle sue orecchie arrivava un rumore insistente, un ronzio che da bisbiglio si era trasformato in una sorta di assordante ed estenuante stridore… Erano loro, questa volta non era l’ennesima allucinazione… Erano arrivate… Rimase inebetito, completamente assorbito da una sensazione di gioia incontenibile e di trepidazione spasmodica; sul suo volto era comparso un sorriso ebete, quasi avesse subito una paresi facciale; intanto lo sciame si stava manifestando davanti ai suoi occhi in tutta la sua maestosità: un’orda nera, un ammasso indistinto d’insetti, migliaia e migliaia di ali ronzanti si muovevano all’unisono verso la sua casa. In pochi istanti il sole si oscurò, come eclissato, e un’ombra nera si proiettò sul paesaggio circostante sino ad assorbirlo completamente… Erano calate le tenebre, non si riusciva a vedere a un palmo di naso… Lui ancora immobile sul porticato, osservava la scena, incapace di muoversi, incapace di reagire; di fronte ad uno spettacolo di tali proporzioni, la sua mente non riusciva a comunicargli nessun input, finché lo sciame non si avvicinò a tal punto da essere a pochi metri da lui; all’improvviso l’avanzata s’interruppe e lui finalmente riuscì a distinguere la scena che gli si stava presentando davanti: le cavallette gli erano di fronte con le loro zampette zigrinate che sfregavano ritmicamente, con le loro mandibole in costante movimento, e quegli occhi che sembravano immobili, e che penetravano il suo organismo come lame. Sembrava che cogliessero a pieno quello che stava provando, che avessero capito l’importanza del momento… Se ne stavano lì sospese tra cielo e terra a mezz’aria e aspettavano di devastare tutto… A un certo punto vide che nell’immenso sciame qualcosa si stava muovendo…L’intera massa d’insetti in maniera repentina e ordinata si divise in due tronconi paralleli, in modo da creare un corridoio, una sorta di passaggio… Si accorse che nello spazio vuoto che si era creato, una cavalletta stava lentamente procedendo verso di lui, mentre le altre rimanevano immobili, quasi costituissero un corteo d’onore… Finalmente dopo qualche minuto la cavalletta gli fu di fronte… E lui si accorse che quel dannato insetto aveva dei lineamenti umani… Era in tutto e per tutto una di loro: con le sue antenne, le sue ali, il suo corpo affusolato, ma c’era in lei qualcosa di familiare, qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro di conoscere… All’improvviso l’insetto lo guardo dritto negli occhi e iniziò a parlare… Era la voce di suo padre… L’avrebbe riconosciuta tra mille, anche se il timbro era metallico e ovattato… Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (7)

Posted in La grande invasione delle locuste on 27 ottobre 2011 by lostkid84

I giorni passavano lenti e uguali, nel frattempo il paese era stato definitivamente abbandonato; anche le troupe televisive avevano lasciato quel luogo per spostarsi su un nuovo teatro di tragedia: c’era stato un terremoto devastante con centinaia di morti nel nord della nazione; migliaia e migliaia di sfollati, decine di città rase al suolo, e allora quello dell’invasione dalle locuste era diventato un argomento di poco conto, una notizia senza importanza, una tra le milioni che potevano essere rapidamente accantonate e gettate nel dimenticatoio… “-Come volevasi dimostrare”- si diceva lui, sorridendo, sarebbe stato l’unico testimone dell’invasione; ormai alla notizia non veniva dedicato nemmeno l’ultimo dei servizi del Tg della sera. In paese era rimasto solo, a parte qualche maiale e qualche cane randagio che si aggiravano tra le case come fantasmi; tutto era muto, tutto così irreale. L’aria odorava di attesa; era come se ogni refolo di vento che sentiva spirare portasse con sé un afrore inspiegabile, una scia inconfondibile; lui si diceva: “Sono loro, sì sono loro che stanno per arrivare”, ma poi nulla accadeva, e tornava ad accasciarsi sulla sedia a dondolo che aveva piazzato strategicamente al centro del porticato, per potere avere una visuale del paesaggio il più possibile ampia; si chiedeva se effettivamente non fosse tutta una montatura; a volte veniva colto di soprassalto da un senso d’abbattimento e sconforto e si sentiva così dannatamente patetico e assurdo… E se quegli insetti non fossero arrivati? E anche se fossero arrivati, cosa sarebbe cambiato nella sua vita? Cosa sperava di comprendere? Non lo sapeva, ma sentiva che il suo posto era lì. Per la prima volta era assolutamente sicuro che rimanere aveva un senso, restare lì per vedere la distruzione, guardare negli occhi lo scempio e l’abisso, o solamente attendere, non era un vano rimandare, non era rifiutare le proprie responsabilità, ma era un gesto coraggioso, un gesto maturo, un gesto d’amore… Ormai passava le giornate in uno stato costante di trance e tensione; qualsiasi rumore che sentiva arrivare dall’esterno, qualsiasi movimento sospetto nel cielo, fosse stato anche il battito d’ali di un uccello isolato, lo facevano trasalire e sobbalzare. Non era più la paura a sconvolgerlo, ma l’attesa; una sensazione che partiva dall’intestino e si propagava in tutto l’organismo e lo perforava, lo trapassava; aveva iniziato ad avere le allucinazioni: gli succedeva spesso, mentre si guardava allo specchio, oppure quando passava davanti a qualche vetro, di vedere dietro di sé il riflesso di qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro riguardasse quei maledetti insetti: una parvenza d’antenne dietro il comodino, uno strano stridio metallico sotto il letto, lo sfuggente bagliore di una zampetta dietro lo scaffale in soggiorno; lui era sicuro che fossero presagi dell’imminente invasione. O forse stava impazzendo del tutto! Ormai non si curava più del suo aspetto, della sua salute, di quello che c’era intorno: che andasse tutto in malora, a lui non importava! Voleva solo che si spegnesse quell’acuto senso di nausea misto a trepidazione, quella sensazione di bruciore e subbuglio che ormai avevano conquistato il suo corpo: l’attesa lo stava prosciugando e lentamente inaridendo. Continua a leggere