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Una sera come tante (1)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Questo racconto è stato scritto ormai qualche anno fa ed è frutto di una riflessione dolente e amara  sulla condizione umana; l’io (tu) narrante che espone i fatti non corrisponde all’io(tu) biografico dell’autore, ma è solamente  un congegno narrativo usato dal sottoscritto,  per tentare di rendere la diegesi  più verosimile e d’impatto; tutti i personaggi e  gli avvenimenti in esso narrati, conseguentemente, sono scaturiti dalla mia fantasia; dico questo, per fugare ogni dubbio sulla corrispondenza tra finzione narrativa e vita reale, e per rassicurare chi già potrebbe immaginarmi sull’orlo di un cornicione; ovviamente è impossibile evitare che la realtà filtri all’interno di una narrazione, anzi la funzione della letteratura, della buona letteratura, dovrebbe  essere, a mio parere,  quella di riuscire a ricreare, ridefinire e  rimodellare  la realtà, dando vita ad una nuova e originale visione delle cose; ma questa è un’altra questione, ed eviterei di avventurarmi in  discorsi da critici letterari,  ché in questo campo fondamentalmente sono poco  preparato…  Spero,quindi, che quello che ho scritto vi piaccia, e vi auguro buona lettura.  Anticipo, inoltre, che, per ragioni di spazio, il suddetto racconto verrà suddiviso in quattro parti. Un saluto, Fabrizio.

A tutti quelli che se ne sono andati, ovunque essi siano.
A Isabella, lei sa perché.

Una sera come tante ( quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza(…);
(Giovanni Giudici, Una sera come tante)

 

Metti che una sera come tante ti sentissi più vuoto, più insulso e più stanco del solito; una sera di quelle in cui ti sei ripromesso – sto tranquillo, libero la testa, la smetto con le consuete paranoie del cazzo e mi diverto e basta-, ma dietro l’angolo c’è sempre qualcosa a bloccarti, a sabotare i tuoi progetti e a farti ripiombare nell’angoscia di sempre; metti che una sera come tante, invitato a una tavolata tra amici, ti accorgessi quanto le stronzate che si dicono sulle tipe che ti vorresti fare, su quelle che ti sei fatto, sul tempo, le sbronze, le sbronze di un tempo, amarcord vari ed eventuali siano ormai un rituale abusato, qualcosa di così formale da lasciarti privo di fiato; metti che tra tutti ci fosse anche una tipa che è bastato uno sguardo, o solamente sentirla parlare, per capire che ci sa fare, che non si comporta, non si atteggia, che è fottutamente interessante; metti che sì e no le avessi rivolto la parola una decina di volte, e in tutti questi frangenti ti fossi comportato, per colpa della tua dannata insicurezza, come un idiota patentato, sparando pessime battute a raffica, risultando più superficiale e coglione di quanto tu sia in realtà, mostrando un’immagine di te che non è quella reale … Metti che una sera come tante con i tuoi stramaledettissimi viaggi mentali potresti essere arrivato in Canada, che in realtà è probabile solamente che non le piaci, perché tra le persone piacersi è una questione di chimica, e qualcosa non è scattato e amen. Metti che comunque non sarebbe un problema, se non fosse che a un certo punto, tra le risate scroscianti e i bicchieri vuoti, tutto attorno a te iniziasse a deformarsi e a roteare vertiginosamente; metti che una fitta lancinante improvvisa colpisse una parte imprecisata del tuo organismo, che sentissi la bocca impastarsi, la salivazione azzerarsi; che un’ennesima crisi di panico, un confuso e atroce fondersi di sentimenti indefinibili a metà strada tra la rassegnazione, la tristezza e il torpore ti immobilizzassero. Metti che una sera come tante ti accorgessi che ne hai le palle piene di stare così, che in fondo stare così non ha senso, che è inutile fare finta di niente, non darci peso. Perché è una cosa fotuttamente grave a ventisette anni non avere un lavoro, programmi per il futuro, ambizioni, progetti, che tutto ti scivoli addosso senza lasciare traccia. Metti che una sera come tante, allora, non ti sentissi più disperato, che la disperazione è un sentimento labile che ti divora, ti immobilizza improvvisamente, e ancora più improvvisamente ti abbandona, lasciandosi dentro quella sorta di senso di onnipotenza di chi è sopravvissuto a qualche tragedia o malattia che pensava incurabile; metti che una sera come tante, invece, diventassi più freddo, razionale e risoluto e tutto si mostrasse con maggiore chiarezza: otto anni di università buttati nel cesso, una laurea che nella più rosea delle prospettive ti servirà per pulirti il culo; otto anni di esami, ad arrancare dietro segreterie, provveditorati agli studi, chilometri di burocrazia, domande perse nel vuoto; otto anni di disillusione e nausea, manifestazioni, collettivi e sit-in in piazza; otto anni a credere fermamente che questo servisse, che impegnarsi era giusto; otto anni con il fiato mozzato, di dipendenza e rancore, di biblioteca e panini mangiati in solitudine; otto anni da nerd auto-commiserevole e baretti, birrette sorseggiate ed aperitivi innocui in cui affogare l’inutilità; otto anni sprofondati in un vuoto pneumatico, centrifugati in un secondo. Continua a leggere

Una sera come tante (2)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Metti che una sera come tante ti rendessi conto che vedere troppi film sentimentali ti ha completamente mandato in pappa il cervello, che in effetti tutte quelle storie su due che s’incontrano e s’innamorano, che è bastato sfiorarsi o solo guardarsi per capirlo, per entrare in sintonia ad un livello superiore sono giustappunto delle stronzate colossali, perché nella realtà tutto questo non basta, non c’è abbastanza disponibilità a conoscere l’altro, si è sempre troppo occupati a farsi i fatti propri, trascinati nella frenesia della vita contemporanea… Metti che, comunque, ritornando alla questione tipa, alla fine ti congedassi da lei con un tristissimo bacio sulla guancia, sussurrando con malcelata delusione un –Ci si becca in giro- e lei rispondesse con un laconico –Dai mi farebbe piacere-, che sfumasse nel caotico rumoreggiare degli avventori del bar, per poi perdersi e affievolirsi nel nulla…Metti che nel frattempo, terminati i formali convenevoli, lei ritornasse a sedersi al tavolo e ricominciasse nuovamente a inserirsi nel discorso appena interrotto con non comune abilità, quasi non si fosse assentata nemmeno un secondo. Metti che tu la fissassi ancora un attimo, la vedessi ridere, inclinare il capo, muovere le mani sinuose e pensassi -Che gran troia, cioè, come ha fatto a non capire? Come può rimanere seduta come se niente fosse? Eppure mi sembrava che a un certo punto i nostri sguardi si fossero incrociati, che lei mi avesse supplicato di portarla via da quell’insulsa tavolata di pseudo intellettualoidi, boriosi e noiosi, che stanno lì a vantarsi dei loro stage nella filiale di una qualche banca di Hong Kong, dei loro dannatissimi viaggi in Patagonia alla riscoperta delle radici dell’esistenza umana e del proprio Io … -Metti che lei invece apprezzasse tutti quei discorsi che a te  risultano così poco credibili, così vani, continuando  a intervallare ogni affermazione con un –Che figata! Ma veramente?…-Metti che una sera come le altre ti accorgessi che ti sta così dannatamente sulle palle non essere una di quelle persone con tutte ‘ste esperienze da raccontare, che effettivamente loro sono più interessanti di te, che il massimo dell’entusiasmo lo hai raggiunto  visitando  il museo della guerra del tuo paese, o sbronzandoti alla sagra della salsiccia; metti che a un certo punto ti chiedessi: -Ma perché  non le ho fatte anch’io tutte quelle cose? Perché me ne sto tutto il giorno a rimuginare e  a recriminare?- ma alla fine ti dicessi che adesso come adesso chiedersi tutto questo non ha senso. Continua a leggere

Una sera come tante (3)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Una sera come tante rimani lì e capisci che ancora una volta qualcosa ti sta fregando. Stai pensando troppo, stai cadendo ancora nello squallido tranello della commiserazione, e quando questo ti succede sai benissimo come andrà a finire: salirai le scale, aprirai la porta del tuo appartamento, percorrerai quei tre metri di corridoio che separano l’entrata dalla tua stanza, ti sdraierai sul letto, rimarrai per qualche minuto inerte a guardare il soffitto; poi, colto da un raptus incontrollato, di scatto ti alzerai in piedi, ti siederai alla scrivania, prenderai la tua moleskine e con furore inizierai a vergare parole senza senso sulle sue pagine bianche e vergini, quasi a volere stuprare quel candore con segni tangibili del tuo disagio; poi senza fiato, come dopo un orgasmo, ti ritroverai privo di forze, svuotato, con quel peso ingombrante sullo stomaco, legato a quell’inestricabile groviglio di malessere, con una pagina orribilmente deturpata dal non-sense del tuo sfogo … Una sera come tante rivivi mentalmente questa scenetta a te ben nota, e ti accorgi di quanto possa essere squallida e posticcia, di quanto possa essere insincera e riciclata; non sei il giovane Werther, non sei Jacopo Ortis, non sei Kurdt Kobain, e sinceramente non vorresti essere come loro, gravato dal fardello di esprimere un malessere generale e generazionale, una malattia comune; sei solo uno tra i  tanti a cui la vita sta andando di merda,  che ha perso la capacità di lottare, di capire se stesso e gli altri, che non riesce ad accettarlo! Una sera come tante ,allora, decidi che devi abbandonarti totalmente all’istinto e all’improvvisazione, ogni concessione alla razionalità e alla premeditazione potrebbe bloccarti, farti tornare suoi tuoi passi … Con uno scatto felino raggiungi la porta d’entrata del condominio, la apri meccanicamente, senza nemmeno farci caso, poi divori in pochi secondi le scale che dividono l’androne dalla porta del tuo appartamento; inserisci la chiave nella toppa, la giri velocemente e in un momento vieni avvolto dal tepore rassicurante , da quell’odore indefinibile e morboso di casa tua; accendi la luce nel corridoio, lo specchio riflette la tua immagine e ne rimani impressionato: vedi un volto corrucciato, deformato, mutato, sconvolto; porta i segni tangibili del malessere che stai vivendo, quasi il tuo dolore, la tua sofferenza  avessero avuto una manifestazione fisica in questa trasfigurazione di lineamenti; sei diventato il tuo stesso disagio, sei diventato la tua stessa malattia. Continua a leggere

Una sera come tante (4)

Posted in Racconti di bagliori on 5 maggio 2014 by lostkid84

Una sera come tante, allora, capisci che ti stai comportando come un personaggio di quelle squallide commedie americane, uno di quelli che se la mena per ore sul senso della vita, che se la tira per quanto è sensibile e incompreso,  che a un certo punto incontra la sua anima gemella, e da allora tutto inizia a girare per il verso giusto; si sposa, si costruisce una casa con staccionata e giardino annessi, si compra una macchina familiare, sforna due marmocchi tendenzialmente lobotomizzati e perennemente sorridenti, e vissero tutti felici e contenti … Con la piccola differenza che, considerati i maldestri tentativi di cui sopra, l’anima gemella non la troverai molto presto, e ora come ora una casa tutta tua nemmeno puoi permetterti di sognarla … Una sera come tante cerchi di fare tabula rasa di tutte queste cazzate melense, e di focalizzarti solo su quello che succederà: prenderai una lunga rincorsa, tratterai il fiato, poi salirai sul parapetto, e, senza guardare, in un unico ed essenziale istante ti abbandonerai al vuoto, ad un precipitare senza coordinate, finché non ti schianterai al suolo e le tue budella si spargeranno sulle aiuole e sul marciapiede, tanti piccoli brandelli di te senza vita … Una sera come tante te la stai facendo sotto dalla paura, colto da palpitazioni sempre più invadenti, con la gola secca te ne stai impalato, marmorizzato … Alla fine però decidi, tiri un lungo ed estenuante respiro …  Con uno scatto fulmineo arrivi a qualche centimetro dal parapetto, ma ti blocchi … Come se un invisibile mano avesse fermato i tuoi movimenti … Non si tratta di nessuna fottuta entità superiore, né della consapevolezza che in fondo la vita è bella e va vissuta fino alla fine … Il panorama rimane lo stesso pallosissimo e atonale susseguirsi di alberi, case, montagne, alberi, case, montagne, senza nessun sussulto, nessun imprevisto … Il buio rende la vista ancora più angosciante, ancora più avvilente … Una sensazione di lugubre sconfitta inizia a pervaderti, poi però torni a sentirti meglio, ti sdrai sul ciottolato e rifletti … Alla fine esistere è sempre meglio che non esistere … Anche se la tua non è la migliore vita possibile, la più emozionante … Anche se non sei il più attraente e affermato dei ragazzi, se ti senti costantemente tagliato fuori, a volte senza prospettive, a volte solamente sottostimato e sottovalutato, fondamentalmente sempre sotto; che cosa ci puoi fare? Non migliorerai certo la situazione gettandoti da un palazzo, e comunque qualche piccola soddisfazione potrai sempre togliertela. Sei consapevole che la vita non diventerà tutta rose e fiori, solo perché adesso ti senti più forte, perché hai superato la crisi … Le case probabilmente rimarranno le solite case, le tipe fondamentalmente le solite stronze, gli amici continueranno a parlare di calcio e di figa, tu continuerai ad arrancare dietro un lavoro precario, ti farai il culo per qualcosa che non ti soddisfa. Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (9)

Posted in La grande invasione delle locuste on 1 novembre 2011 by lostkid84

Lui rimase immobile .Quella non era nient’altro che la verità nuda e cruda, gli risultava difficile ribattere, quasi impossibile… Dopo un lungo silenzio balbettò:
«Papà lo sai… L’ultima cosa che volevo, era deluderti; volevo tu fossi orgoglioso, volevo riuscire ad essere alla tua altezza… E allora… Allora…». S’interruppe, aveva la bocca completamente impastata…»
La cavalletta riprese:
«Figliolo lo so, non devi giustificarti… Ma io sarei stato comunque orgoglioso… L’unica cosa che non sono riuscito a farti comprendere è che vivere nella costante paura di deludere qualcuno, è il più grande sbaglio, perché, così facendo, l’unica persona che deludi è te stesso… Capisci?»
Il re delle cavallette si avvicinò al figlio e con le sue zampette dentate gli accarezzò il volto, poi continuò:
«Prima di distruggere e risucchiare tutto quello che c’è attorno voglio parlare ancora un po’ con te, va bene? Ci stai?»
Lui si asciugò gli occhi bagnati di lacrime e rispose:
«Si va bene, va bene Papà»
La cavalletta continuò:
«Sai figliolo non basta attendere con grande impegno e dedizione che un evento accada, non basta dedicarsi anima e corpo ad un obiettivo per riuscire ad ottenere ciò che ci si aspetta… Bisogna avere fortuna per trovarsi in mezzo alle cose, quando le cose succedono… Non so… E’ una questione di tempismo, di sinergia, o solamente una questione di culo… A volte la Storia ci emargina e ci respinge, quanto più noi vogliamo entrare a farne parte, quanto più noi vogliamo essere pienamente consapevoli e partecipi dei suoi cambiamenti, comprendere i suoi meccanismi….Non ci si può fare niente…»
«Cazzo Pa’,- interruppe lui- non parlare per enigmi… In poche parole vorresti dire che tutto il sacrificio che ho fatto non è servito a nulla? Ma se voi siete qui proprio davanti ai miei occhi, questa non è la conferma che io ho avuto ragione, che sono stato ripagato per il mio impegno, per la mia dedizione?»
«Vorrei tanto che fosse così figliolo, in realtà mentre tu stai sprecando fiato con me, qualcosa là fuori sta accadendo, e forse tu te la stai lasciando sfuggire…».
«Là fuori? Ma che stai dicendo? Io non ci sto capendo più niente…»
« Svegliati e capirai, posso dirti solo questo…»
«Svegliati? Allora tutto questo non era altro che un dannatissimo sogno…»

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La grande invasione delle locuste (8)

Posted in La grande invasione delle locuste on 31 ottobre 2011 by lostkid84

Il sole stava per tramontare… Gli ultimi raggi spandevano nell’aria riflessi di luce violenti che sembravano perforargli la retina; non riusciva a tenere gli occhi fissi all’orizzonte; quel luccichio così potente gli faceva serrare le palpebre e i suoi occhi si erano ridotti a due fessure dalle quali riusciva a percepire solo impressioni sbiadite… Si sforzava di non abbassare lo sguardo; mai desistere di fronte al proprio obiettivo! Lui stava aspettando le locuste e non poteva concedersi nemmeno un istante di requie; con il viso rigato di liquido lacrimale rimase immobile sulla sua sedia a dondolo, come una sentinella, come una statua di pietra… Si bevve una sorsata di birra fredda per dare ristoro alla gola secca, e poi all’improvviso si accorse che qualcosa si stava avvicinando… Colto da uno stato d’eccitazione incontrollabile, scattò in piedi. In lontananza sembrava muoversi un puntino nero che procedeva a ritmo regolare nella sua direzione. Man mano che si avvicinava sembrava espandersi sempre di più… Nel frattempo alle sue orecchie arrivava un rumore insistente, un ronzio che da bisbiglio si era trasformato in una sorta di assordante ed estenuante stridore… Erano loro, questa volta non era l’ennesima allucinazione… Erano arrivate… Rimase inebetito, completamente assorbito da una sensazione di gioia incontenibile e di trepidazione spasmodica; sul suo volto era comparso un sorriso ebete, quasi avesse subito una paresi facciale; intanto lo sciame si stava manifestando davanti ai suoi occhi in tutta la sua maestosità: un’orda nera, un ammasso indistinto d’insetti, migliaia e migliaia di ali ronzanti si muovevano all’unisono verso la sua casa. In pochi istanti il sole si oscurò, come eclissato, e un’ombra nera si proiettò sul paesaggio circostante sino ad assorbirlo completamente… Erano calate le tenebre, non si riusciva a vedere a un palmo di naso… Lui ancora immobile sul porticato, osservava la scena, incapace di muoversi, incapace di reagire; di fronte ad uno spettacolo di tali proporzioni, la sua mente non riusciva a comunicargli nessun input, finché lo sciame non si avvicinò a tal punto da essere a pochi metri da lui; all’improvviso l’avanzata s’interruppe e lui finalmente riuscì a distinguere la scena che gli si stava presentando davanti: le cavallette gli erano di fronte con le loro zampette zigrinate che sfregavano ritmicamente, con le loro mandibole in costante movimento, e quegli occhi che sembravano immobili, e che penetravano il suo organismo come lame. Sembrava che cogliessero a pieno quello che stava provando, che avessero capito l’importanza del momento… Se ne stavano lì sospese tra cielo e terra a mezz’aria e aspettavano di devastare tutto… A un certo punto vide che nell’immenso sciame qualcosa si stava muovendo…L’intera massa d’insetti in maniera repentina e ordinata si divise in due tronconi paralleli, in modo da creare un corridoio, una sorta di passaggio… Si accorse che nello spazio vuoto che si era creato, una cavalletta stava lentamente procedendo verso di lui, mentre le altre rimanevano immobili, quasi costituissero un corteo d’onore… Finalmente dopo qualche minuto la cavalletta gli fu di fronte… E lui si accorse che quel dannato insetto aveva dei lineamenti umani… Era in tutto e per tutto una di loro: con le sue antenne, le sue ali, il suo corpo affusolato, ma c’era in lei qualcosa di familiare, qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro di conoscere… All’improvviso l’insetto lo guardo dritto negli occhi e iniziò a parlare… Era la voce di suo padre… L’avrebbe riconosciuta tra mille, anche se il timbro era metallico e ovattato… Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (7)

Posted in La grande invasione delle locuste on 27 ottobre 2011 by lostkid84

I giorni passavano lenti e uguali, nel frattempo il paese era stato definitivamente abbandonato; anche le troupe televisive avevano lasciato quel luogo per spostarsi su un nuovo teatro di tragedia: c’era stato un terremoto devastante con centinaia di morti nel nord della nazione; migliaia e migliaia di sfollati, decine di città rase al suolo, e allora quello dell’invasione dalle locuste era diventato un argomento di poco conto, una notizia senza importanza, una tra le milioni che potevano essere rapidamente accantonate e gettate nel dimenticatoio… “-Come volevasi dimostrare”- si diceva lui, sorridendo, sarebbe stato l’unico testimone dell’invasione; ormai alla notizia non veniva dedicato nemmeno l’ultimo dei servizi del Tg della sera. In paese era rimasto solo, a parte qualche maiale e qualche cane randagio che si aggiravano tra le case come fantasmi; tutto era muto, tutto così irreale. L’aria odorava di attesa; era come se ogni refolo di vento che sentiva spirare portasse con sé un afrore inspiegabile, una scia inconfondibile; lui si diceva: “Sono loro, sì sono loro che stanno per arrivare”, ma poi nulla accadeva, e tornava ad accasciarsi sulla sedia a dondolo che aveva piazzato strategicamente al centro del porticato, per potere avere una visuale del paesaggio il più possibile ampia; si chiedeva se effettivamente non fosse tutta una montatura; a volte veniva colto di soprassalto da un senso d’abbattimento e sconforto e si sentiva così dannatamente patetico e assurdo… E se quegli insetti non fossero arrivati? E anche se fossero arrivati, cosa sarebbe cambiato nella sua vita? Cosa sperava di comprendere? Non lo sapeva, ma sentiva che il suo posto era lì. Per la prima volta era assolutamente sicuro che rimanere aveva un senso, restare lì per vedere la distruzione, guardare negli occhi lo scempio e l’abisso, o solamente attendere, non era un vano rimandare, non era rifiutare le proprie responsabilità, ma era un gesto coraggioso, un gesto maturo, un gesto d’amore… Ormai passava le giornate in uno stato costante di trance e tensione; qualsiasi rumore che sentiva arrivare dall’esterno, qualsiasi movimento sospetto nel cielo, fosse stato anche il battito d’ali di un uccello isolato, lo facevano trasalire e sobbalzare. Non era più la paura a sconvolgerlo, ma l’attesa; una sensazione che partiva dall’intestino e si propagava in tutto l’organismo e lo perforava, lo trapassava; aveva iniziato ad avere le allucinazioni: gli succedeva spesso, mentre si guardava allo specchio, oppure quando passava davanti a qualche vetro, di vedere dietro di sé il riflesso di qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro riguardasse quei maledetti insetti: una parvenza d’antenne dietro il comodino, uno strano stridio metallico sotto il letto, lo sfuggente bagliore di una zampetta dietro lo scaffale in soggiorno; lui era sicuro che fossero presagi dell’imminente invasione. O forse stava impazzendo del tutto! Ormai non si curava più del suo aspetto, della sua salute, di quello che c’era intorno: che andasse tutto in malora, a lui non importava! Voleva solo che si spegnesse quell’acuto senso di nausea misto a trepidazione, quella sensazione di bruciore e subbuglio che ormai avevano conquistato il suo corpo: l’attesa lo stava prosciugando e lentamente inaridendo. Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (6)

Posted in La grande invasione delle locuste on 24 ottobre 2011 by lostkid84

La tipa terminò il discorso e a forza di urlare era rimasta senza fiato… Lui la fissò tra il ghignante e l’esterrefatto, mentre ormai sembrava essersi tramutata in una sorta di ammasso di nervi e muscoli in tensione, e con fare distaccato rispose:
«Sono d’accordo, lei è proprio una professionista … Adesso si tranquillizzi, non ho nessuna intenzione di importunarla oltre…Però, non mi sembrava che qualche minuto fa lei disprezzasse molto l’idea di intrattenersi con il sottoscritto “topo di fogna”… Cosa non si farebbe per il proprio mestiere? Sono veramente commosso per la sua dedizione… La sua abnegazione è veramente encomiabile… Meriterebbe una promozione… O forse già se l’è guadagnata in un colloquio avvenuto sotto la scrivania del suo direttore, lei in ginocchio in religioso silenzio, e il suo direttore con i pantaloni calati… Mi dica se non ho indovinato…»
La giornalista ormai imbestialita, sfoggiando un braccio da lanciatrice del disco, interruppe improvvisamente il discorso, scagliandogli addosso con tutta la forza di cui era capace un vaso posizionato sulla credenza all’ingresso; lui riuscì a schivare l’oggetto all’ultimo secondo, e quello si andò a infrangere contro il muro. I cocci si sparsero ovunque e lui iniziò a ridere a crepapelle. Incapace di contenersi, si contorceva sul divano, colto da un raptus incontrollabile; sembrava fosse caduto preda di una crisi epilettica. La tipa lo fissò con gli occhi fuori dalle orbite, poi con un gesto repentino aprì la porta d’entrata e disse alla troupe ferma sul porticato:
«Andiamo ragazzi, questo qui è fuori, completamente andato… Impossibile ricavarci qualcosa. Proveremo a fare qualche altra intervista a qualche anziano rincoglionito della zona, sperando che si commuova davanti alle telecamere, mentre parla dei suoi ricordi, della famiglia o robe del genere…» Lui, ancora invischiato in quella crisi di riso irrefrenabile, riuscì a percepire la frase della giornalista e improvvisamente sentì l’esigenza di comunicare a tutti quello che avrebbe fatto, non per protagonismo o che altro, ma solo perché pensava che quello fosse il momento giusto per venire allo scoperto, per mettere in chiaro le ragioni del suo gesto… Lui non era pazzo, come tutti ormai andavano dicendo in paese… Anzi era l’unica persona sana di mente rimasta… Allora agì d’istinto, richiamò l’attenzione della donna che ormai stava girando i tacchi per andarsene:
«Signorina, senta… Insomma vorrei… Le chiedo scusa, ma vorrei dire due parole davanti alle telecamere… Le giuro che poi la lascerò andare e non sentirà più parlare del sottoscritto… Però la prego mi faccia parlare…»
Lei si fermò, nella sua testolina si dibattevano idee contrastanti: da una parte avrebbe voluto prendere a calci nel sedere quell’essere spregevole e arrogante, dal momento che nessuno mai nella sua vita l’aveva umiliata così sfacciatamente, dall’altra, però, il suo fiuto da cane da tartufi di notizie le faceva subodorare uno scoop da almeno 20 % di share per il suo telegiornale. Dopo un breve conciliabolo con se stessa, decise di mettere da parte l’orgoglio femminile così crudelmente vilipeso e di dare voce a quel pazzo furioso, sicura che ne sarebbe venuta fuori una bomba giornalistica e forse anche una promozione da caporedattrice. Lo guardò con aria di superiorità e, facendo un cenno ai cameraman,  si espresse con tagliente sarcasmo:
«Ok, fra un minuto si va in onda, vediamo che rivelazioni sconcertanti ci farà il qui presente Mr. Simpatia» Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (5)

Posted in La grande invasione delle locuste on 19 ottobre 2011 by lostkid84

Un giorno, mentre se ne stava chiuso in casa prima del desinare a bersi una birra fresca in santa pace davanti alla tv improvvisamente sentì bussare alla porta; “-Chi cazzo sarà?”- si disse- “Speriamo che nessuno mi rompa le palle, oggi proprio non è aria…”- Si trascinò stancamente fino all’entrata e non appena aprì la porta, con sua somma sorpresa si trovò davanti una biondona, fisico da pin-up, labbra sottili, avvolta in un tailleur falso castigato che gli scuciva un sorriso plastificato e più fasullo del suo seno rifatto. Rimase imbambolato per qualche secondo sulla porta … Non era abituato a visite del genere e lo sfoggio di tanto ben di Dio non lo lasciò del tutto indifferente; si dette una rassettata alla bene e meglio e con fare brusco ma non sgarbato, si presentò e chiese alla signorina ferma sul porticato chi diavolo fosse, e cosa stesse cercando da lui. Non appena la tipa ebbe fornito le sue generalità, lui la fece entrare e quella, con estrema disinvoltura, si andò a piazzare sul divano, come se conoscesse quella casa da sempre; la situazione non lo convinceva per niente. Che cazzo poteva farci una strafiga di quel calibro in casa sua?
Il suo intuito non aveva fatto cilecca: infatti, non appena la misteriosa maliarda iniziò a parlare, saltò fuori che era una stramaledetta giornalista di canale 25, venuta a conoscenza del fatto che lui sarebbe stato l’unico abitante del paese a non abbandonare la propria casa e ad aver rifiutato le proposte del governo; tutto questo ovviamente implicava il fatto che avrebbe voluto che le rilasciasse un’intervista esclusiva, in cui rivelare le ragioni profonde e intime del suo gesto, soffermandosi sui lati più drammatici e strappalacrime della sua storia; aveva persino trovato il titolo adatto al servizio: “L’uomo solo contro le locuste”. Da quando era entrata in casa la giornalista non aveva smesso un attimo di parlare. Se ne stava seduta sul divano, con quel sorrisetto ipocrita stampato in faccia, mentre, gesticolando animatamente, aveva iniziato ad ammiccare e flirtare con lui, accavallando le gambe in maniera che si potessero intravedere le sue mutande di pizzo… Non faceva altro che scucire elogi fasulli sulla bellezza dell’arredamento della sua casa, sul suo coraggio, sulla sua dedizione e altre cazzate del genere… Era evidente che sarebbe stata disposta a succhiarglielo lì su due piedi senza troppi complimenti, pur di avere quel suo stramaledetto servizio; “un bel ‘servizietto’ per un servizio” pensò lui, e gli venne da ridere; mentre la tipa, enumerando i vantaggi che lui avrebbe potuto trarre dall’esposizione mediatica (partecipazioni a programmi televisivi di qua, a talk show di là, magari qualche contratto pubblicitario) si stava lentamente ma inesorabilmente avvicinando a lui, facendo finta che tutto ciò fosse involontario e casuale, lui pensò che avrebbe potuto approfittare della situazione… Avrebbe potuto trombarsela di prepotenza sul divano per poi mandare sonoramente a cagare lei, i suoi contratti, e la sua intervista … Sarebbe stato un bluff bestiale, degno del miglior giocatore di poker… Ma poi decise che avrebbe messo subito le cose in chiaro e si sarebbe divertito a vedere le reazione della giornalista rampante di fronte alle sue provocazioni esplicite. Interruppe improvvisamente il monologo che stava andando avanti da mezz’ora buona ed esordì: Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (4)

Posted in La grande invasione delle locuste on 14 ottobre 2011 by lostkid84

Nel paese chi prima chi dopo, in una lenta e costante escalation di rassegnazione, aveva accettato le condizioni per l’esproprio dei terreni imposte dallo Stato che, qualora l’invasione si fosse rivelata una bufala colossale, avrebbe potuto usufruirne a suo piacimento… Perché in fondo  di certo c’era ben poco… Le notizie continuavano a fioccare e a bombardare di paura gli abitanti del paese, l’invasione ormai era data per imminente, ma di concreto non esisteva assolutamente nulla… E se la notizia l’avesse diffusa il governo stesso, per un calcolato interesse economico? Magari qualche geologo di quelli coi controcazzi, dopo analisi approfondite del territorio, si era accorto che quell’ area nascondeva nel sottosuolo qualche risorsa petrolifera o  che so io qualche importante giacimento aurifero o metallifero; in fondo quella era tra le zone geologiche più antiche dell’intera nazione! Chi lo diceva che quei quattro poveracci non fossero seduti su una cazzo di miniera d’oro, senza nemmeno saperlo… Non sarebbe stato difficile con un’operazione di terrorismo psicologico ben orchestrata, supportata dall’ utilizzo massiccio di notizie televisive manipolate e deformate ad hoc, far piombare quei ‘quattro trogloditi’ nelle grinfie di sua maestà la Paura, facendo leva su un’antica leggenda tramandata di generazione in generazione, e alimentata da un bagaglio millenario di superstizioni; la leggenda delle locuste poteva essere rapidamente rielaborata, e, se adeguatamente confermata da notizie verosimili, trasformarsi in evento reale. In fondo la gente non poteva che affidarsi alla televisione e ai giornali per sapere ciò che stava accadendo; tutti ormai erano convinti che l’invasione sarebbe arrivata a momenti, ma nessuno si accorgeva che, sfruttando la paura e alimentandola costantemente, era più facile per il potere controllare le persone; scucire quattro soldi ai proprietari dei terreni della zona, per poi magari entrare in possesso di un sito dal valore di mercato quadruplicato, piazzare pozzi petroliferi, vendere i diritti di sfruttamento a qualche società multinazionale, sarebbe stato uno scherzetto da poco per il governo. La credibilità non sarebbe stata così difficile da recuperare: metti uno studioso di migrazione d’insetti da una parte  che ti vende la cazzata della deviazione migratoria all’ ultimo secondo, una deviazione ovviamente impossibile da prevedere e metti dall’ altra qualche portavoce governativo, che col capo chino si scusa con i contadini raggirati, scucendo la solita stronzata sulla creazione di un polo economico che non avrebbe arricchito solo il piccolo paese, ma che avrebbe incentivato e corroborato l’economia della zona, e così la storia sarebbe stata rapidamente archiviata col benestare di tutti: il governo con la pancia piena, i contadini come al solito presi per il culo e sradicati dai loro terreni e i giornali a caccia di nuove tragedie su cui speculare.

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La grande invasione delle locuste (3)

Posted in La grande invasione delle locuste on 12 ottobre 2011 by lostkid84

Si era lasciato sommergere dai ricordi ed era rimasto imbambolato sul porticato per chissà quanto tempo; lì intorno ormai era tutto un via vai di camionette di traslochi, macchine e furgoncini di emittenti televisive. Il trambusto lo infastidiva e allo stesso tempo lo faceva sorridere: per tutto quel tempo a nessuno era mai fregato niente di quel posto immerso nel nulla, nessuno al di fuori di quelli che ci abitavano sapevano della sua esistenza, e adesso questa storia dell’invasione delle locuste era diventata un argomento su cui speculare per alzare gli indici d’ascolto… E allora via con una profusione di interviste strappalacrime ai poveri e miserabili contadini che sarebbero stati strappati dai loro ricordi, dai loro affetti, dalle loro radici… Solita retorica vecchia e stantia… Questi discorsi però facevano sempre presa sulla gente… Erano giorni che quelle dannate sanguisughe si erano accampate di fronte alla sua fattoria, lì appostate come rapaci… Per non parlare dei politici che, in previsione dell’imminente campagna elettorale, in lunga e costante processione si erano riversati in paese, affrettandosi a stringere mani e a fare promesse, scucendo sorrisi a trentadue denti di fronte alle telecamere…Quando i riflettori si spegnevano, si tornava però a ragionare con la consueta e cinica logica della convenienza… Ai contadini il governo aveva concesso indennizzi irrisori e promesso il reintegro come operai in fabbriche delle città limitrofe… La seconda parte del potenziale accordo risultava perlomeno fantasiosa, considerato il fatto che, in seguito alla recente crisi economica, la zona dal punto di vista industriale era bloccata e i licenziamenti fioccavano … Interi centri produttivi erano stati chiusi… Ma tant’è… Le piantagioni sarebbero state rase al suolo, devastate dalla piaga delle locuste, tanto valeva accettare di fare i bagagli e andare altrove visto e considerato che ormai la situazione era vicina alla catastrofe… Era un ricatto bell’e buono a cui però non sembrava potesse esserci soluzione… A quei maledetti interessava solamente fare una bella figura davanti agli elettori, e questa storia era l’opportunità incredibile di mostrare il lato magnanimo ed equo di un governo a cui interessava il destino di ogni cittadino, anche di quello che abitava nel più remoto e sperduto buco di culo della nazione… Comunque lui era convinto che, finita la questione, nessuno si sarebbe ricordato dell’esistenza di quel paese, nessuno si sarebbe più commosso nell’ascoltare le storie dei contadini sradicati dalle proprie terre… Sarebbe stata una tragedia tra le tante sepolte nel dimenticatoio… In fondo ci sarebbero stati sempre nuovi dolori su cui speculare… Così funzionava da sempre… Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (2)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 10 ottobre 2011 by lostkid84

Nei giorni successivi si comportarono come se la storia delle poesie che ormai lui le consegnava con regolarità una notte a settimana  dovesse rimanere un gioco segreto; aleggiava tra loro una sorta d’atmosfera rarefatta di contegno, quasi ci fosse il timore che, scoprendo il velo di mistero, l’incanto sarebbe svanito… Una notte però, mentre lui si apprestava a depositare la sua poesia settimanale, lei, cogliendolo di sorpresa, aprì la porta, e guardandolo intensamente, con voce sottile e decisa disse: «Non pensi che il nostro  piccolo segreto sia durato abbastanza… Ho capito che con le parole sei abile a lusingare le povere fanciulle indifese, ma con i fatti come te la cavi?». Lui rimase spiazzato e visibilmente scosso; con un gesto incontrollato aveva accartocciato la busta con la poesia ed era rimasto impalato, quasi marmorizzato… Come gli succedeva sempre in queste situazioni, l’imbarazzo e la tensione lo fecero balbettare e non riuscì a spiccicare nemmeno una frase di senso compiuto… Allora lei prese le redini della situazione, gli tese la mano e con una stretta sicura lo tirò a sé e gli sussurrò con dolcezza: «Ho sempre sperato che fossi tu… In fondo l’ ho sempre saputo… I miei non ci sono stanotte, non vorrai mica lasciare sola una ragazza indifesa in un posto pericoloso come questo?». I suoi occhi brillavano di una malizia seducente e lui era totalmente afono e incapace di opporsi… Lei lo accompagnò dentro casa e poi nella sua stanza da letto…Quella notte fecero l’amore, quella notte fu l’inizio di tutto, quella notte l’avrebbe benedetta e maledetta per un sacco di tempo, quella notte sapeva già di sconfitta; anche se era stato fantastico, lui ebbe subito la consapevolezza che non sarebbe durato.
Nei mesi seguenti accadde tutto quello che succede tra due che si dicono innamorati: le promesse, le discussioni fino a notte fonda, l’amore fatto nei fienili, i tramonti ad accarezzare progetti che si sanno irrealizzabili, e poi confidarsi le più intime lacerazioni, liberare nel pianto la propria sofferenza, prendere per il culo i paesani,  farsi il verso, litigare per le stronzate … L’idillio durò finché la merda non iniziò a scendere copiosa… E quando la merda viene giù a fiotti non puoi evitare di lasciarti invischiare… Lui l’aveva sempre saputo, ma per un po’ aveva preferito ingannarsi, perché pensava di meritarsi uno spicchio di felicità… Sapeva che lei non avrebbe mai accettato di rimanere incatenata a quel paese, che la sua era una presenza temporanea, che tutto ciò che la interessava era fuori di lì: l’università, gli amici, il suo lavoro. A trattenerla forse era rimasto solo il loro rapporto… Anche se lei non aveva mai accennato al fatto che prima o poi se ne sarebbe dovuta andare, ormai la questione era una nuvola nera che incombeva su di loro, lì ad annunciare il temporale incombente… E ovviamente il temporale non si fece attendere.
Una sera, mentre se ne stavano sdraiati nel fienile a fare niente, ognuno immerso nei propri pensieri, lei all’improvviso con tono secco e nervoso interruppe la quiete apparente dicendo:  «Senti, insomma  è un po’ di tempo che ci penso su… E’arrivato il momento di affrontare la questione… Devo tornare in città definitivamente, perché mi hanno proposto una borsa di dottorato come ricercatrice all’università… E’ un’ opportunità che non posso lasciarmi sfuggire, cioè sarebbe un punto in più per la mia carriera; inoltre inizio a non sopportare più  l’aria di questo paese; è come se qui non accadesse mai niente, come se qui si rimanesse tagliati fuori dalla Storia, come se questo posto risucchiasse tutte le tue forze, anestetizzando la tua capacità di reagire…. Perché non vieni con me? Perché non iniziamo una vita nuova lontano da qui?…». Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (1)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 7 ottobre 2011 by lostkid84

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #10

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , on 25 dicembre 2010 by gioverre

VI

La permanenza a Dubai durò una decina di giorni. Poi presero l’aereo per il ritorno in Svizzera. La situazione atmosferica non era delle migliori, si stava volando in tetre nuvole grigie e nerastre. Lo speaker aveva allertato i passeggeri della presenza di una perturbazione e aveva raccomandato a loro di stare al proprio posto e cinturarsi. Urs se ne stava seduto affianco alla moglie, era nervoso, sbuffava, si strofinava con la mano sinistra il braccio ingessato; Silvia, molto tranquilla, stava gestendo tramite I-phone l’agenda degli appuntamenti del suo compagno di vita. L’aereo si infilò nella baraonda del temporale e iniziò a sobbalzare. Sui volti di molta gente si leggeva un certo spavento, ma Urs e Silvia non sembravano colti da eccessiva paura. Nonostante ciò, la donna concluse il suo lavoro e ripose il mini-elaboratore nella tasca della sua borsa. Urs, notando che Silvia non era più impegnata, si lasciò scappare delle parole, non voleva dirle, anzi avrebbe voluto tenersele dentro e dimenticarle alla fine del viaggio, ma non ci riuscì. Infatti i balzi del velivolo avevano delle ripercussioni sul suo diaframma, sul suo stomaco, e gli crebbe un tale malessere che per rimediare al quale gli sembrò necessario espellere quello che ci aveva dentro: « Dio mio, cos’è ‘sta roba! Ora ci mancava solo questa, non ci tornerò … »
« Calmati, Ursacchiotto mio, non preoccuparti, passerà la perturbazione » disse la moglie con aria premurosa cercando di tranquillizzare il marito.
« Mai più a Dubai, mai! Mai da quegli emiri saccenti, da quella grande prostituta urbana! » Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #9

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , , on 23 dicembre 2010 by gioverre

Prendendogli la mano: « Sì, qui c’è lei, grande sceicco, grazie ancora.»
« Noi sceicchi abbiamo donato molte risorse monetarie ai nostri sudditi affinché potessero realizzarsi in qualunque attività, e di conseguenza ciò ha portato lo splendore odierno di Dubai. » Continua a leggere