Archive for the Racconti di bagliori Category

Lo strano caso di Urs Artis #8

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , , on 21 dicembre 2010 by gioverre

V

Secondo il piano urbanistico di Dubai, l’ex zona industriale di Al Quoz doveva essere trasformata in polo culturale e artistico. Qui, in uno dei capannoni ristrutturati, erano state esposte le opere di Urs. La sala dalle pareti bianche era resa più vivace dai colori delle sue creature che erano confinate all’interno di solide cornici dorate. La luminosità dell’ambiente era buona e garantita per le ore diurne da lucernari e due enormi vetrate. Da una delle vaste vetrate si poteva osservare la stradina asfaltata che girava attorno alla ex-fabbrica, il muro di cemento dell’edificio attiguo e sopra di esso lo spuntare lussureggiante della cima del Burj Dubai, acceso come un faro nella sfumata oscurità della sera. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #7

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , on 19 dicembre 2010 by gioverre

Un giorno, invece, decise di farsi un giro per i rinomatissimi mall di Dubai. Varcando la soglia di porte girevoli o scorrevoli in vetro, ci si ritrovava in Occidente, nell’ormai solito e familiare ambiente che c’era a Milano, come a New York, come a Tokio, come a Shangai. Porca la miseria, questa è la creatura della globalizzazione! Dove le diversità vengono annullate! In questi spazi ricreati e avveniristici, c’erano le abituali vetrine dove in bella mostra, a risaltare su manichini o rialzi, si vedevano i prodotti delle maggiori griffe mondiali. Incredibile, questa è l’attuale macchina del tempo: dall’autenticità della località si balza all’interno di un altro mondo, cazzo, ci si sposta in brevissimo tempo da una contemporaneità reale a una dimensione artificiale e omologata. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #6

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , on 18 dicembre 2010 by gioverre

 

Burj Dubai

IV

Per Urs le mostre internazionali erano ormai una consuetudine e l’occasione di esporre a Dubai gli sembrò una buona opportunità. Infatti, dopo aver verificato il potenziale economico e promozionale di questa città molto nominata nelle agenzie turistiche, decise di compiere questo viaggio. Commissionò il trasferimento delle opere alla abituale ditta di trasporti speciali e, appena partite le sue creature, s’involò.
Giunti all’aeroporto, prese il taxi che lo condusse verso la città moderna. Lungo la Sheick Zayed Road, composta da ben sei corsie per senso di marcia, vedeva snocciolarsi dai finestrini i colossi del centro finanziario che avevano le forme più strane, come le Emirates Towers a sezione triangolare, o come i bizzarri cappelli degli altissimi grattacieli ultramoderni che in fila sovrastavano l’autostrada. Prima di arrivare Al Quoz, dov’era situata la mostra, s’innalzava, alla sua sinistra, solenne e spaventosa una mastodontica siringa. Era il grattacielo più alto del mondo, il Bury Dubai, ottocento e più metri di vertigine. A Urs venne subito in mente la torre di Babele e la sua leggenda. Girando e conoscendo gente, dagli organizzatori ai dipendenti e ai gestori dell’hotel, dalla manodopera dei quartieri ai commessi dei negozi, dai manager ai visitatori che passavano a osservare le sue opere, scoprì che una minoranza della popolazione era di origine emiratina, e che, invece, molti provenivano dall’India, dal Pakistan, dall’Sud-Est asiatico e dall’Occidente. Tutti parlavano inglese, magari in modo incerto e storpiato nei suoi fonemi, ma comunque comprensibile e sufficiente per intraprendere una conversazione. Passeggiando, osservava dalla piazza sottostante, la nuova torre di Babele. Cazzo, la torre di Babele è stata ricostruita! Con il suo forte homomagnetismo convogliava la gente che si era perduta e dispersa nella catastrofe divina, e che ora, riunita sotto un idioma globale come l’inglese, tentava di costruire altre nuove altezzosità. Pensava, senza dirlo, con gli occhi puntati in alto, che quella architettura ingegneristica era pura provocazione, quella siringa avveniristica eretta nel cielo pungeva il culo a Dio, sfidandolo ancora. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #5

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 16 dicembre 2010 by gioverre

III

Per parecchi anni il sistema funzionò perfettamente.
Una mattina d’inverno, come ogni mercoledì, arrivò in casa la donna delle pulizie. La moglie e i figli erano andati al lavoro o a scuola e l’abitazione sembrava sgombra. L’assistente domestica si chiamava Cecilia ed era stata assunta da poche settimane. Aveva capito le faccende da svolgere, ma nessuno le aveva detto di non provare ad aprire quella porta. Quella mattina aveva caricato la lavatrice, messo in ordine la cucina e pulito la tavola e il lavandino, poi aveva preso in mano l’aspirapolvere. Stava passando i pavimenti quando il cellulare le squillò e lei rispose. Era suo marito che doveva consegnarle dei documenti. Lei gli aprì e il suo uomo, vedendo la casa vuota, le chiese se c’era qualcuno. Lei, appena negò, venne cinta da un abbraccio vigoroso e le sue labbra vennero a contatto focosamente con quelle del coniuge. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #4

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 14 dicembre 2010 by gioverre

Leggi l’intenso articolo di Serena Visentin sul Maestro Ugo Mainetti, pubblicato sul giornale online Il Bernina.

II

Urs Artis era il terzo di tre fratelli; il suo aspetto non si addiceva proprio al suo nome di nascita. Era piccolo, un metro e sessanta d’altezza e magro, probabilmente aveva preso i geni della costituzione fisica da parte della madre, dato che il padre era un omone nerboruto, alto uno e novanta, con un vocione basso e rauco e proprio con quella voce aveva deciso da padre padrone i nomi dei suoi figli. Il nome del nonno fu preso dal primogenito Josef che da lui ereditò anche la passione per la caccia. Al secondogenito fu dato il nome di Lupus e anche costui era un accanito cacciatore che si trasferì dalle parti di Zurigo per fare il lavoro di manager nel settore edilizio. Il padre, vedendo i primi figli di stazza robusta, era convinto che pure il terzogenito sarebbe diventato tale e appena nato gli conferì il nome Urs, in modo che l’appellativo rispecchiasse in pieno la fisionomia. Ciò non si verificò e a Urs rimase attaccata quest’ironia che fin dai tempi delle scuole era utilizzata dai suoi compagni per prenderlo in giro. Il piccolo Urs con gli anni ci fece il callo e finì per lavorare come apprendista in macelleria: la gente lo vedeva all’opera mentre tirava dei colpi violenti per tranciare i nervi e le ossa, e rimaneva stupita di quanto quelle braccia così carenti di muscoli potessero fare tanto e con quale precisione! Quando il suo datore di lavoro morì per tumore, decise di rilevare l’attività e continuare, anche se in fondo avrebbe voluto essere consacrato come pittore. Molti avvenimenti cruciali, però, accaddero nella sua vita. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #3

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 10 dicembre 2010 by gioverre

Mentre i due compaesani discutevano, il turista si mise a osservare attentamente i quadri: da vicino, da lontano, disponendo indice e pollice di entrambi le mani ad angolo retto e unendole in modo da formare una limitata visuale rettangolare attraverso la quale fissare le opere, oppure curvando le dita sul palmo, e portandosi la mano in prossimità dell’occhio come se avesse avuto un piccolo cannocchiale. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #2

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 6 dicembre 2010 by gioverre

Dalla porta della macelleria arrivò il clang-clang della serratura che si stava aprendo. Dall’entrata sbucò un uomo magro, secco, si direbbe pieno di vitalità, capelli rasati, dal piccolo naso un po’ a uncino, che con voce squillante si mise a salutare i due clienti, e in modo garbato, con un cenno della mano, li invitò a oltrepassare la soglia e ad avvicinarsi al bancone.
Appena entrato, il villeggiante si sentì disorientato, come se non riconoscesse più gli elementi della classica macelleria. Si girava e guardava in giro, annusava l’aria. C’era un forte odore, acre; non capiva, stava intontito in mezzo al locale, stava cercando nella memoria quel profumo, e intanto, oltre le porte girevoli continuamente aperte dal macellaio che era intento a trasportare la carne dalla cella-frigo al banco-frigo, osservava le chiazze di sangue rosso sul tavolo bianco da lavoro. Balbettando disse: « Co … cos’è questo … o … o … odore? » Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #1

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 4 dicembre 2010 by gioverre

Questo lungo racconto è ispirato alla biografia e all’arte del Maestro Ugo Mainetti. Domenica 10 gennaio 2010 incontrai per la prima volta il Maestro durante una sua mostra personale a Tirano (prov. di Sondrio). Mi colpì subito la persona, piena di energia, vitalità, simpatia, e i quadri, carichi di spirito e spiriti. Già quella sera la sua storia mi affascinò parecchio, forse perché inusuale e divertente. Alcune vicende raccontate dal Maestro le tenni in tasca come se fossero dei semi. Passati dei mesi, una notte, mi accorsi della loro presenza e notai che avevano del potenziale per un racconto, quindi li sotterrai nel campo della mia testa e continuai a innaffiarli e a prendermi cura di loro. Pian piano germogliarono e crebbero. Il risultato è appunto questo testo narrativo fuori dagli schemi abitudinari. Per non creare fraintendimenti premetto che il testo non è una biografia del Maestro Mainetti, ma è una narrazione di fantasia liberamente ispirata. Per il protagonista non ho pensato minimamente all’artista Ugo Mainetti, anzi il personaggio è creato esclusivamente dal mio genio.
Il Maestro Ugo Mainetti è un’artista contemporaneo, nato il 5 maggio 1945 e vivente in Valtellina con la sua famiglia (Per sapere di più sulla sua biografia vi invito a leggere questa pagina). Richiestissimo in tutto il mondo, il Maestro Mainetti attualmente espone alcune delle sue opere in uno dei palazzi più antichi di Manhattan, a New York. Quest’autunno è stato invitato alla “Fiera d’Arte di San José” in Costarica dalla Crisolart Galleries di Barcellona, istituto artistico che punta sull’arte del Maestro e insiste per una sua mostra personale ad aprile 2011 nel capoluogo catalano. Da segnalare anche la presenza dei dipinti del Maestro a una delle più importanti e grandi fiere europee di antiquariato e d’arte contemporanea, ossia la mostra mercato “Antik und Kunst” (14 gennaio 2011 – 16 gennaio 2011) di Sindelfingen vicino a Stoccarda. Per conoscere meglio il Maestro Ugo Mainetti, visita il suo sito.
Il racconto sarà diviso in 10 puntate nelle quali troverete immagini e video sulle opere di Ugo Mainetti e altre informazioni.

 

I

Alla lieve luce diffusa dell’alba Venere resisteva ancora. La stella del mattino si lasciava osservare nella chiarità. Era l’unico spiraglio ancora visibile dell’universo, l’unico bagliore dell’immensità del cosmo che tentava di lasciare il segno in mezzo all’illusione di un nuovo giorno di vita sulla Terra. I paesini di montagna grigionesi, in maniera particolare, offrivano di notte una visione del cielo nitida con innumerevoli puntini di stelle, quasi sabbia sparsa su un velo nero. A favorire l’osservazione degli astri era ovviamente l’alta quota e lo scarso inquinamento luminoso. Qui, rispetto alle opere dell’uomo, la natura dominava, e la natura umana per vivere poteva soltanto fondersi tenuamente in quest’ambiente ostico che conservava paesaggi pressoché incontaminati. Milioni di barlumi, tra gli enormi parapetti montuosi che occludevano parte della visuale, si potevano osservare nella volta celeste; era tutto davanti agli occhi dell’uomo, la sua misera condizione d’impotenza in quest’abisso spaziale profondo e vertiginoso, ma l’idea romantica, che qui si sposava magnificamente nella visione panica tra natura e architettura, aveva messo una maschera al cielo, lo aveva plasmato secondo i dettami della bellezza e della quiete, e nel caso più illusorio e melenso, l’aveva associata con i molti vaghi pensieri dell’amoreggiamento. Il dì, con il cielo azzurro o le nuvole, era da sempre stato la nutrice dell’uomo e l’uomo così abituato alla luce si era sempre dedicato alla potenzialità delle illusioni. Continua a leggere

Specchiarsi #5

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 25 giugno 2010 by samsacirce

C’era una luce inumana, ultraterrena. Vedeva in mezzo a quel bagliore che si stava affievolendo il verdeggiare smeraldino della prateria assieme al tremulo suono di foglie leggiadre che infoltivano le simmetriche chiome di querce ariose. Dentro tra le frasche guizzi fulgidi di lucherini e cardellini e trilli dorati scintillavano galleggiando nell’etere. Dietro ai robusti piedi si distendevano le ametiste ombre riposanti sul manto erboso. I petali candidi e purpurei si chiudevano e si aprivano rilucendo e abbagliando, lasciando ad ogni soffio del vento un nembo di pollini profumati di spezie e d’incenso e di soavi fragranze floreali. Il cielo era un immenso arcobaleno a cerchi concentrici che palpitava e ad ogni leggero e sognante palpito si fondevano i cromi svelando sfumature di diversi colori. Gli astri brillavano in armonia con l’immenso palpito della volta celeste amplificando o riducendo il loro chiarore. Dalla sua destra si schiuse una luce, dalla quale fino all’ orizzonte si dilungò un ruscelletto con acqua scintillante e germogliante di lievi scrosci. A meravigliare il suo sguardo apparve un giaciglio color vermiglio posato in riva al torrentello e a coprirlo si innalzava una casettina senza pareti. Splendevano dorate le sue colonnine a reggere con delicatezza una trasparente piramide di vetro. Sventolavano beate le seriche e cangianti tende accarezzate dalla brezza che, alzandosi liberamente, mostravano le diafane figure di sedie e tavolini, di mensole e vetrine. All’interno si muoveva una parvenza di donna torbidamente trasparente, si librava sfuocando l’aria. In ogni cosa s’acquietava la bellezza e ogni cosa emanava tepore e freschezza.

Appena svegliata andò sull’altro lato del letto e accese la lampada del comodino. Con un salto si scostò andando a sbattere contro la parete. Con gli occhi sbarrati e spaventati lo fissava. Al posto del viso gli sfavillava una maschera che aveva uno sguardo acceso, fissamente ieratico. Appariva felice.

Forse percepiva l’infinita bellezza della morte.

Specchiarsi #4

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 23 giugno 2010 by samsacirce

Le loro due camere erano separate da una parete che adoperavano per chiamarsi. Di notte battevano le unghie seguendo un certo codice ritmico e origliavano attentamente per ricevere senza interferenze i ticchettii. Con una determinata sequenza di colpi più forti e più deboli, la vicina si alzava dal proprio letto e andava nell’appartamento di lui. Quella sera successe che invece di bere il latte caldo che le aveva preparato, si inginocchiò sotto il tavolo, (…) così come fanno le vipere quando abboccano le mammelle delle mucche. Poi genuflessa (…), lo  trainò fino al letto portando dal frigo il punzone di cioccolato; lo spezzò, lo diede al suo uomo, prima tenendolo in alto tra le dita, poi infilandolo nella sua bocca. L’uomo iniziò a tossire, a perdere sangue: gli si era conficcata in gola senza scivolare giù nello stomaco. Lo guardò nei suoi occhi terrorizzati, poi si attaccò alle sue labbra e scese con la lingua bifida lungo la sua umida parete orale tranciando il corpo ingombrante. Appena levò la lingua, lui si inginocchiò lavandole i piedi con le lacrime. Prendendolo poi per i capelli lo alzò e lo gettò di peso sul letto. (…). Poi lo circumstrinse con gli arti inferiori spingendolo verso di sé, sempre più in fondo. Ansimavano creando un vuoto pneumatico che scatenò (…) uno smottamento di aria e di luce. In quell’attimo tenendo chiuse le palpebre vide un piccolo barlume nel buio. Più volte durante i vari amplessi osservò quel punto che pareva una stella e più volte concentrò le sue forze mentali per cercare di espanderlo.

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Specchiarsi #3

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 21 giugno 2010 by samsacirce

“Come è possibile che la mia immagine, giovane e risanata, sia rifiutata! E che nel mondo dove si appagano tutti i desideri e tutte le volontà, l’ideale di bellezza, da me creata, ricevesse una tale bocciatura! Io, che ero determinato a scindermi dall’altro me corporeo, e che avevo trovato la soluzione in un’idonea raffigurazione grafica che fosse espressione di quello che sono, ho subito un’altra umiliazione. Avevo un sogno ma ho imparato che i sogni debbono fare i conti con la dura verità oggettiva che è la realtà… realtà dove interagiscono riflessi e opacità che sono insiti nelle cose ma anche nel pensare e nell’agire delle persone. Sebbene cercassi una dimensione dove la mia figura possa essere accettata dagli altri e dal mondo, sempre una parvenza di me rimarrebbe specchiata in questa realtà. Solo morendo non mi vedrei, ma così rinuncerei all’occhio e al corpo, alla finestra aperta e al muro intonacato, alla vista e allo specchio. La mia identità si è deformata a causa della malattia e ora il disegno del mio destino è affidato a lei. Resterò in attesa che finisca la sua matita e possa essere congedato nella forma ricordo di uno scarabocchio. Però non è giusto! è come se qualcuno, mentre scatta una foto, ti imponga una posa sgraziata per sbeffeggiarti. Non rimarrò inerme all’inesorabile processo di sfigurazione e non mi abbandonerò alla casualità delle forme senza memoria. Né dei colori senza identità. In fondo chi meglio di me sa ritrarmi?”

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Specchiarsi #2

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 18 giugno 2010 by samsacirce

“Mi vedo dentro quella pupilla e suppongo cosa posso diventare, poiché lì dentro è ancora tutto informe e perciò diventa il luogo ideale per fare un collage o per ridipingersi; così che possa aggiungere sopra la mia immagine presente altre pennellate di altri colori, magari più oleosi, più vividi. Attraverso di lei ritorno a piacermi nei tratti e nei colori. È per me una tela che si offre volontariamente alle mie nuove pennellate sopra la mia vecchia e smunta immagine. Anzi è di più, poiché mi cede la sua pelle in modo che io possa tatuare il ritratto di me. Quella cute che rispecchia la mia immagine interiore è il più grande sentimento che possa esserci. Ma aimè! Il tempo scioglie la bella cera e ne fu prova quando una sera a tavola la vidi inorridita nel guardarmi. Mi disse che era turbata perché perdevo sangue. Altre cose non mi ha mai detto per non farmi soffrire, anche se sono ben visibili, per esempio i lineamenti che mi si stanno conficcando sempre più nella pelle lasciando dei profondi solchi. Se prima era interessata, o almeno incuriosita dal mio aspetto, oggi mi accorgo delle sue impercettibili smorfie facciali, che attentamente cerca di nascondermi invano, perché uno specchio sincero non ha angoli opachi. Il tatuaggio ormai ha assunto un’espressione imbronciata e avvilita, da cui è stata tolta gran parte di virilità. Sconfitto me ne ritorno al solito specchio. Mi osservo. Sembro uscito fuori da un quadro espressionista, con la pelle sformata. Provo a strapparmi via con le unghie questa faccia orrenda affrontando il dolore. Ma il dolore rimane con il volto tinto di porpora. E se fosse la materia che si sta ribellando all’immagine spirituale? In effetti ciò che gli altri vedono è un’eruzione partita da uno squarcio che lo spirito non è più capace di suturare, e dal quale stanno uscendo incandescenti tutte le scorie di cui non mi sono mai curato. Ma cosa posso fare se sono debole e superficiale! Mi infervoro per vanità… Cosa farne allora di quell’immagine reale che non mi rappresenta, che è altra cosa. Giacché è così, mi sbarazzerò di quell’altra cosa. Prima devo dimenticarmi della mia immagine passata e poi di conseguenza bloccare ogni processo mentale che favorisca il desiderio di vedermi. Dopo di che devo disfarmi dello specchio. A questo punto, se tutto funzionasse per il meglio, annullerei ogni rapporto con quell’altro me e forse ritornerei a vivere.”

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Specchiarsi #1

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 14 giugno 2010 by samsacirce

Questo racconto è stato scritto un anno fa. La sua natura non è ben definibile. Rileggendolo dopo parecchi mesi direi che sembra di trovarsi in uno di quei film morbosi girati dai registi cinesi. Se vi può interessare, il testo ha un secondo titolo: Estasi. A dirla giusta, cronologicamente sarebbe il primo, e sarebbe il titolo del file che mi ha accompagnato lungo l’intero travaglio della sua stesura generandomi continue ispirazioni.
Assieme al comandante BiCefalo Giofab, che ringrazio per l’opportunità concessami, abbiamo deciso di pubblicarlo in 5 puntate e censurare alcune frasi troppo “hardite”. Buon proseguimento

Arrivò di corsa davanti alla porta d’entrata. Tentò d’inserire la chiave nella serratura, più e più volte, senza indovinarne la giusta posizione. Era rimasto cieco: tutta la smaltatura e la verniciatura che aveva messo in posa la mattina per correggere gli inestetismi del viso, gli si era sciolta sotto l’acquazzone. Colava lungo le fossette della sua faccia che pareva liquefarsi. La parte attorno agli occhi era stata restaurata con lo stucco e l’intero volto coperto dal fondotinta; ma la pioggia di quel giorno era stata così copiosa che aveva dapprima creato dei canali, e poi debordando aveva fatto franare gli argini di smalto che andarono a confluire nelle cavità oculari. Cercava ora di aprire la porta del proprio appartamento. Gocciolava e sul marmo si espandeva una macchia color terra. Riuscì a entrare e andò a tentoni verso il bagno. Si spogliò e si fece una doccia per disincrostarsi e spurgare le orbite degli occhi e i condotti lacrimali. Poi si appostò davanti alla superficie dello specchio e, premendo l’interruttore, iniziò a spegnere e ad accendere la luce per ore e ore.

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