Archive for the Saggi e spiragli Category

Almodòvar e la latinità dei colori

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , , on 18 giugno 2011 by gioverre

Alcuni giorni fa mi trovavo nella bellissima piazza medievale di Montagnana. Una mattina splendida. C’era il sole, l’aria fresca dopo la pioggia della notte. Un’atmosfera tranquilla e rilassata con gli anziani soddisfatti della loro vita, seduti ai tavolini dei bar disposti sotto i portici che circondano quasi per intero la piazza. Io mi trovavo lì e in quel momento arrivò una macchina. C’erano due persone a bordo. Una di queste teneva in mano un megafono. Lo usava per informare i presenti di una recita teatrale che si teneva in quei giorni. La macchina continuò a girare per la piazza fin quanto rimasi lì e l’uomo continuava a urlare incurante del rumore tremendo che stava martoriando l’udito dei presenti, e che brutalizzava la soave e quieta bellezza della piazza.

Si potrebbero fare molti discorsi sulla chiassosa gente di sangue latino, sulla loro forte e prorompente gestualità, sul loro modo di cercare il contatto con altre persone e sul modo di farsi sentire. Mi vengono in mente i classici cortei funebri nel meridione italiano dove le donne piangendo urlano disperatamente. Tutto sembra sopra le righe.
A questo proposito cito alcuni versi di una poesia di Whistan Auden. La poesia si intitola Goodbye to Mezzogiorno (Addio al Mezzogiorno). Questo poeta di buone maniere inglesi scrisse questa poesia sulla gente del Sud Italia.

This could be a reason
Why they take the sìlencers off their Vespas,
Turn their radios up to full volume,

And a minim saint can expect rockets — noise
As a counter-magic, a way of saying
Boo to the Three Sisters: ‘Mortal we may be,
But we are stili here!’

Traduzione  Continua a leggere

Annunci

Intrattenersi con Holden

Posted in Saggi e spiragli with tags , , on 3 agosto 2010 by gioverre

Per salutare Salinger, passato da poco a miglior vita, ho pensato di rileggere Il giovane Holden. L’avevo letto, per la prima volta, a sedici o diciassette anni; gran bel libro, pensavo. Mi era piaciuto soprattutto per le storie bislacche che raccontava il giovane protagonista. Tuttora, con altro piglio critico, lo ritengo degno della sua fama in quanto riesce a sollevare in me ancora molti quesiti. Uno in particolare si ripresenta continuamente: Holden Caufield, è buono o cattivo? Se fosse una persona per bene perché non si applica nelle materie scolastiche? Perché scappa dall’istituto? Perché tratta male la sua amata Sally pur volendole bene? Perché è menzognero? E se fosse un bullo perché aiuta le suore in stazione? Perché non vuole approfittare sessualmente della prostituta? Perché spera di rivedere sua sorella Phoebe per regalarle un disco? Certo, mi dico, se pensi in questo modo, devi proprio essere uno di quei lettori moralisti, di quelle cariatidi che il vecchio Holden proprio non poteva soffrire. Continua a leggere

La visione

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , on 10 luglio 2010 by gioverre

Complimenti a SamsaCirce per il racconto visionario Specchiarsi, dal quale ho ricavato una personale riflessione sul fenomeno della visione.

Ai nostri giorni due sono le principali vie per fare quell’arte che sfonda la superficie del visibile, della materia, delle convenzioni e degli stereotipi, e chiamo semplicemente “Grande Arte”.
Una, che in Italia conosciamo bene, specialmente in letteratura, è quella del realismo psico-sociologico, quando lo scrittore s’infiltra dentro l’oscura e complessa rete della struttura sociale prevalente e mostra gli individui che ne fanno parte, sviscerando i problemi tra uomo e Potere, svelando le contraddizioni sentimentali, affettive, ma anche collettive, economiche, culturali, entrando come un hacker nei sistemi operativi della società e delle sue istituzioni evidenziandone le devianti dinamiche.
L’altra via è quella della visione e riguarda la globalità dell’arte. Oggi il potere della visione è in grado di sublimare la vita rinnovando l’arte e illuminando la profondità dell’essere, e allo stesso tempo mostrando di cosa siamo fatti e cos’è quello che ci circonda.
Ormai, nella nostra società imagologa, molti confondono la visione con la visibilità. Quest’ultima non va oltre la superficie delle cose che si osserva ad occhi aperti, anzi utilizzando strumenti sofisticati capaci di offrirci immagini ad alta definizione e virtuosistici effetti speciali, e catturare la bellezza, ma senza affondare e aprire uno spiraglio. Continua a leggere

L’ultimo verso #2

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , , , , on 27 aprile 2010 by gioverre

Nelle lezioni su “La Ginestra” – sicuramente il poema leopardiano è uno dei punti di riferimento per la sua poesia astrale – Pascoli celebra tra le «espressioni più efficaci» a rappresentare l’universo «il poema cosmogonico in prosa»[1] di Edgar Allan Poe intitolato Eureka.[2] La visione scientifica, e allo stesso tempo divina, dell’universo è tipicamente ottocentesca. Poe scrive che Dio creò la Materia primaria dal nulla grazie alla sua Volontà e con la «Particella primordiale ha completato l’atto (…) della Creazione». Continua asserendo che l’Universo nasce dalla scissione di questa Unità in una Molteplicità di atomi «finché l’energia diffondente» emanata in questo Atto divino «smettendo di essere esercitata, lascerà questa tendenza libera di cercare il proprio compimento», in previsione di «una reazione subitanea (…) degli atomi divisi a tornare Uno». Lungo il suo poema in prosa Poe associa le leggi fisiche dell’Attrazione e della Repulsione rispettivamente ai concetti di materialità e spiritualità dimostrando attraverso alcuni fenomeni inerenti al cosmo che «il Corpo e l’Anima camminano mano nella mano». Infine scrive:

  Continua a leggere

L’ultimo verso #1

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , , , , on 24 aprile 2010 by gioverre

In questi giorni pubblico due articoli, e specificatamente uno studio, in seguito alla accensione, avvenuta a fine marzo, del LHC (Large Hadron Collider) al CERN di Ginevra. Questa macchina, tecnologicamente la più avanzata al mondo, è un acceleratore di particelle che permetterà agli scienziati di comprendere alcuni processi fisici, ancora oscuri, dell’universo, attraverso l’analisi minuziosa dello scontro di due fasce di protoni lanciati quasi alla velocità della luce. Mediante tale operazione si spera di riuscire ad individuare il bosone di Higgs, definito anche “la particella di Dio”, l’atomo da cui si è generato il nostro cosmo, o meglio il punto nel quale la concentrazione d’energia, esplodendo, ha creato la massa.

Nonostante il differente ambito d’indagine, propongo in questo blog un’analisi letteraria di un fenomeno affascinante come la creazione dell’universo, concentrandomi sull’ultimo verso di Alla cometa di Halley di Pascoli (postata due giorni fa), e presentando al lettore di oggi la particolare, seppur passata, visione scientifica del cosmo tra Ottocento e inizio Novecento, ancora legata in minima parte a una concezione teogenetica.

Nel componimento la cometa di Halley compare a Dante (a cavallo tra il 1301 e 1302), nel periodo della cacciata da Firenze, e simboleggia la minaccia della precarietà delle cose e il male che pervade il cosmo. Secondo la visione pascoliana l’universo ha la profondità e l’incomprensibilità della morte e l’unico che può affrontare la morte del Tutto è Dante, unico essere umano ad aver visitato e aver trasmesso all’umanità quello che c’è dopo la vita.

 Il titolo è stato scelto in riferimento all’ultimo verso del poemetto, ma è particolarmente adeguato per la sua sfumatura apocalittica in quanto “Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno” può essere ritenuto il verso esemplare del nostro estremo limite esistenziale, della nostra situazione quando ci sarà la fine dei tempi.

  Continua a leggere

Quel che resta da fare ai cantautori

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , on 8 aprile 2010 by lostkid84

Uno spettro si aggira per il mondo della critica musicale contemporanea: lo spettro dell’etichetta; sembra che da un po’ di tempo a questa parte i critici musicali siano stati colpiti da una malattia infettiva molto contagiosa e pericolosa: ovvero la tendenza a volere classificare, ordinare, ridurre il molteplice, il vario, il diverso, l’eterogeneo a costante, a categoria, a omogeneità indifferenziata. I sintomi che gli affetti da tale patologia presentano sono abbastanza riconoscibili: ogni volta che una voce cantautorale apparentemente forte e irriducibile a schemi preesistenti si affaccia sul panorama musicale, vengono colti da una smania inarrestabile di ritrovare in essa  degli echi di  cantautori del passato e di tendenze musicali e espressive ormai anacronistiche. Il nuovo cantautore si trasforma immediatamente nel Guccini dei nostri tempi, in un De Andrè dimesso e intimista, nel Rino Gaetano provocatorio e anarchico, e via in una profusione di etichette e derivazioni infinite. La diagnosi è ormai evidente: spesso al critico musicale odierno non importa molto evidenziare e sottolineare l’unicità, la singolarità della proposta musicale, quanto la sua appartenenza vera o presunta a questo o a quel filone musicale. Gli interessa maggiormente poterlo catalogare, per poi successivamente inserirlo in un ripiano ben preciso del proprio scaffale di cd e sentirsi così soddisfatto e appagato; diciamo che riuscire a ubicare, a trovare l’ubi consistam dell’artista, è diventato molto più importante che analizzare la reale portata del suo messaggio .
Questo atteggiamento, già di per sé molto riduttivo, mi appare ancora più miope se rapportato a un periodo come quello di questo inizio millennio, nel quale la precarietà, la provvisorietà, la mancanza di un baricentro stabile sono la vera essenza dell’esperienza umana; forse è proprio questo lo spirito del nostro tempo, ovvero l’impossibilità di comprendere in maniera netta quello che succede attorno a noi, se non in impressioni, in fugaci bagliori, che illuminano come fari intermittenti il mare del contemporaneo. Come è possibile infatti descrivere con certezza un’epoca che per sua costituzione intrinseca è portata a rompere con il concetto stesso di definizione? Che stabilità può avere l’uomo contemporaneo? Che certezze può trovare? Continua a leggere

Tre voci fuori dal Caos

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , on 13 marzo 2010 by gioverre

Dialogo socratico-teppistico intorno ai Canti del caos e ai nodi cardine della narrativa di Antonio Moresco.

Giacomo esce dal portone della Biblioteca comunale con un libro in mano. Ha uno sguardo assorto, fuori dal mondo, come se stesse captando qualcosa da decodificare. Uscendo dall’edificio del sapere e passando attraverso i fumi delle sigarette e le risate dei ragazzi viene frenato nel suo andare da una voce che grida il suo nome. In quel momento si distoglie dalla peregrinazione del suo pensiero e ritorna a essere cosciente degli altri. Lo stanno chiamando due amici. Si avvicina a loro e si salutano. Parlano, ridono, scherzano. Poi insieme s’incamminano verso l’università. Solo alcuni secondi di silenzio preparano la tensione di un dialogo infervorato. Bruno, il più curioso e forse il più insolente, chiede a Giacomo che cosa tiene in mano.

Giacomo: Sto leggendo i Canti del caos di Antonio Moresco. Lo conosci?

Bruno: No, non ho mai letto questo libro e non lo conosco. Sarà uno di quegli scrittori che ti leggi di solito e che pubblicano grazie al tipografo che hanno sotto casa.

Giacomo: Ti sbagli! È conosciuto. È uno scrittore importante nel panorama italiano; certo i media non sanno chi è e cosa scrive.

Roman, il più posato dei tre, prende la parola per confermare il discorso di Giacomo.

Roman: è vero! Ho letto i Canti del caos e so che Moresco ha avuto una vita molto sofferta, dato che per parecchio tempo non riusciva a far pubblicare le sue opere dagli editori.

Giacomo: Bravo! Non so come abbia fatto, ma si è incaponito a scrivere, anche se nessun editore accettava i suoi scritti, finchè  Bollati Boringhieri non gli ha pubblicato alcuni dei suoi racconti. Per parecchi anni ha scritto senza un contratto e solo lui era convinto di quello che scriveva, era convinto pur non avendo pubblicato niente di essere al centro della letteratura che conta.

Bruno: Secondo me, oggi, sono gli editori, i letterati, i recensori, che danno un valore a quello che scrivi e a cui bisogna credere. Era un illuso a pensare che scrivendo qualcosa facesse già parte della grande letteratura.

Giacomo: Tu non lo conosci! Moresco darebbe – anzi senza condizionale – dà e ha dato la vita per la letteratura. Se leggi alcuni dei suoi scritti o delle interviste vedrai che per lui la letteratura non è solo materia di studio o di svago, non è uno snack da mangiare, non è solo un settore del sapere. Per lui la letteratura è vita o morte.

Il saggio in versione integrale è pubblicato sul sito della rivista letteraria Aeolo. Per leggerlo interamente, cliccare qui.