Voltarsi indietro

Posted in Detriti in versi with tags , , , on 10 aprile 2014 by lostkid84

Non c’è più tempo per voltarsi indietro,
il tuo volto ritorna sfuocato, distante un poco,
nulla si è depositato, nulla ha messo radici,
dove prima c’era l’albero, l’unico che avessi mai piantato,
rimane un solco profondo, un sospiro nella terra umida.
Mentre fuori la vita scorre veloce, i ricordi sono alibi,
assassini che accettano immobili il proprio destino.
Il tempo lo puoi misurare solo dentro di te -dicono-
è questo che mi spaventa, i giorni diventano anni,
e adesso mi sento solo più vecchio e stanco.
Tutto è finito troppo presto, le parole, i sorrisi, gli sguardi,
tu che sussurravi non sarà per sempre, io che già lo sapevo
e piano ti dicevo addio. Questo è quello che ricordo di noi,
una panchina, un prato, le nuvole alte e poco altro.
Tu mi parlavi e io assorto guardavo le macchine passare,
la felicità bastava a se stessa e non faceva rumore.

Neve che profumi di silenzio

Posted in Scorie di pensieri with tags , on 13 dicembre 2012 by gioverre

Mi rimane attonita e mi affascina. Ha sepolto l’interezza di un candore sepolcrale, ha ghiacciato l’onda tortuosa del tempo, è entrata alla festa chiassosa del mondo senza chiamare, senza battere.

Chi sei?

Mi chiedo e forse è già troppo violento chiedere intimamente che tutto si sconquassa in me e tutto fuori di me.
Sei una visione che velando svela l’ignota eternità e mi piacerebbe che le mie lettere del tuo medesimo colore, che purtroppo gracchiano irrompendo con così tanto rumore, fossero innocue, immacolate e saggiamente mute come la tua natura che ammanta lievemente.
Tu copri ciò che manca, concludi quello che è stato fatto, come il punto alla fine di una frase. Il tuo è un inno alla fine: cali piamente in una cerchia di punti bianchi che adagiandosi coprono tutta questa materia e il pensiero che fa tutto bello e brutto e tutto ciò che è stato abbandonato dalla vita nel buio di queste notti lunghe .         .         .
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Quanto sarebbe bello riposare sepolti nella quiete della coltre di neve  che profuma di silenzio

Nel frattempo mi fissi incantandomi e forse turbi la mia debole e volubile facoltà d’arbitrio che deve strutturarmi nella società dove vivo, perché con serena voluttà, a volte lievemente vorticosa, tu scendi divisa e ti ricompatti a terra e ammirandoti mi confondi e mi dividi nella mia unità d’essere (c o s a f a r e ?)

                         muoversi                             guardare

      lasciar                  tracce                                restar              fermi

 agire           ispirato               dimenticare          di       lavorare

                             vivere                        morire

                          giocare                      contemplare

Rise

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , on 2 dicembre 2012 by gioverre

Questa mattina mi sono svegliato prima dell’alba e ho fatto ordine nelle stanze dei miei pensieri.

Mi sono accorto di aver considerato la mia vita come un fallimento (concetto che cammina sgherlo, mia ossessione, con le stampelle) all’interno della società, ma, senza l’influenza di alcun rumore, ho fatto fare un nuovo giro al mio punto di vista e l’ho tradotto in un’altra maniera: as a repulsion towards society.

Al buio di questa notte non finita adagio parole nel silenzio di questo spazio familiare. Finalmente mi accolgo dentro la mia casa, dentro il mio corpo, dentro di me. Attendo con una lieve gioia primigenia il sorgere del sole…

(noncurante della morsa del tempo)

Io scrivo aspettando l’aurora sulla cresta di un cratere. Sotto c’è tutto un mal-essere, un magma dell’essere, che ribolle, s’infuoca, cola, s’alza, s’allarga scuotendo. Non è il momento di spaventarsi. Ora posso quiescere con la percezione salda alle cose e libera di sentire fuori e dentro me, con la mente momentaneamente esautorata dai compiti del giorno. Ora posso rivolgere lo sguardo alla prima luce dell’intimità…

 

sunrise
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una laurea che non vale un cazzo. il servizio sanitario italiano che non funziona. rubinetto che spande. M13 odiato. bocconi avvelenati nei boschi. il giro quotidiano di Spugna. freddo. crampi nel scendere le scale. mancano biscotti e fette biscottate. promemoria per il resoconto meteorologico della Valle. articolo sul Vecchio Monastero. pranzo con i collaboratori de Il Bernina. preoccupazione: Spugna si gratta le orecchie in maniera selvaggia. entrano gli inquilini. manca il contratto d’affitto. firmare delega per assemblea condominio panorama. Imu costosissima. permesso di soggiorno non rilasciato. fame. denti cariati. acquisto tufi. sempre aggiornati sull’attualità. telefonare agli atleti SponsorPool. cellulare vecchio con auricolare malfunzionante. imparare il tedesco. spedire curriculum per supplenze. prepararsi per la serata: concerto a Brusio. cambiarsi. Spugna si lamenta. stipendi miseri. pensieri poco confortanti sul vivere questa vita

Il fantoccio come rimedio al successo

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , on 20 marzo 2012 by gioverre

Ringrazio Nic per il bell’articolo sulla serata della mia nomina. Ma, leggendolo, ho avuto un effetto di straniamento. All’inizio ho pensato che non sono abituato a leggere il mio nome in un testo. Poi, riflettendoci, ho considerato che non era possibile questa supposizione, poiché in altri articoli giornalistici o su carte burocratiche compare il mio nome e non ho mai avuto una reazione come questa. “Non si può ripetere ad alta voce il proprio nome per 3 volte!” diceva il Poeta, se non ricordo male. Mi sembrava una cavolata, invece forse non lo era. Se al punto di vista riflessivo sostituiamo la terza persona, le cose probabilmente non cambiano. Il mio nome in quell’articolo si trova più volte ed è lì che, a mio modo di vedere, si è verificata la frattura. Superata la soglia limite, il mio nome è diventato intollerabile a me stesso. Questo perché? Ragioniamo! Se io sono da solo non ci sono problemi; quiete, un po’ di disagio per la solitudine, ma niente più. Se io dialogo con l’Altro Me, ossia con un Lui in me, siamo in due ed è normale. Ed è chiaro che nello stesso istante non possono esserci dialoghi con più parti di Me. C’è dialogo solo in due e quindi la relazione a tre elementi risulterebbe complicata. Certamente il terzo può esserci nel caso in cui sono io che mi osservo. Ovvero io osservo me, ma siamo comunque in due e forse per questo motivo diventa insopportabile e impossibile sentire il proprio nome tre volte di fila. Ma, contorcendo ancor di più il ragionamento, l’Io che osserva potrebbe vedere due Me o almeno capire dai gesti o dall’aria meditabonda che io sono impegnato in un discorso con un Altro me. Fin qua, siamo al limite. Non si può andare oltre e uscire da questo circuito della mente se non si vuole perdere la propria identità. Non può esserci un quarto! Un altro osservatore, no! Ma, forse, non è proprio così; se c’è una quarta parete, possono esserci altri osservatori. Ma, tengo presente, si compromette la propria identità, perché a quel punto io divento personaggio all’interno del mondo. Di certo non sono più me stesso, sono una finzione da teatrino. Così si può reggere lo sguardo altrui solo se non sono me stesso. Così, all’interno di questa intricata e tortuosa riflessione, ho assaggiato per la prima volta il delirio del successo leggendo quell’articolo. Quello stesso nome ripetuto 4-5 volte è stranamente diventato insopportabile per Me. Non faceva parte di questo Me. Ho dovuto trovare una soluzione alternativa a questo delirio ed è stata quella di creare un personaggio da controllare, e che assolvesse il compito di mettersi davanti ai mille e più sguardi provenienti dal mondo, come un bersaglio che attende di essere perforato da mille e più frecce.  E in questa maniera  si tenta di non essere colti dal collasso, poiché quello che si chiama con il mio nome non sono realmente Io, ma un fantoccio che io ho intessuto e che io ho lasciato andare a ballare davanti agli archi tesi del successo.

Quando guido mi addormento

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , , on 27 febbraio 2012 by gioverre

Quando guido mi addormento. Di notte, percorrendo la Valcamonica, smarrisco il senso del controllo e chiudo gli occhi, non so per quanto, so che tutto va, la macchina per la sua strada, io per la mia. Vedo le luci delle stelle tutt’attorno, lucenti nella materia oscura, incrocio bagliori di comete che passano sfiorandomi, penetro galassie luminosissime che in un attimo svaniscono dietro il mio passaggio.
Chi è che guida? Non lo so. So che sono assopito sul sedile e mirando lande interstellari giungo comunque a destinazione, sano e salvo.
Ho pensato a tre opzioni plausibili per spiegare questo strano fenomeno:

1. continuo a fare incidenti mortali, però, invece di spegnermi sul colpo, passo in un’altra dimensione parallela ma affine, di modo che continuo a vivere come se niente fosse accaduto;

2. sopra la mia macchina si posa la mano dorata di Dio che mi muove secondo il suo piano e mi aiuta a stare in carreggiata;

3. sento sempre accanto a me la presenza di mia madre e, quando mi assopisco, è lei che prende il controllo dei miei arti e sterza, ingrana le marce, schiaccia i pedali. So che non mi ha mai abbandonato. Continua a leggere

Non mi resta che stare

Posted in Scorie di pensieri with tags , , on 14 febbraio 2012 by gioverre

Resto perché c’è l’amore ma non rimarrei perché non c’è vita. Non sono più tentato poiché non esistono più speranze e i desideri è giusto tenerli assopiti, altrimenti è una tribuna di lamenti. Sarà l’età? Quest’età che tutto sembra una perdita di tempo e manca il tempo per vivere con se stessi e con gli altri.

Si sta!

Incerta la vita di colui che brama ed è meglio farsi assistere dalla stabilità del letto, coricarsi presto e alzarsi mai, rigettarsi nelle acque tranquille del sogno quando si può. Possibilmente morire così. Affogando e sul fondo

stare

Caro Franco, io non sopporto più quest’occhio interiore spalancato che illumina e controlla. Ma cosa posso fare? Questa linea verticale mi ha annullato sulla linea orizzontale. Questo spirito è impotente nel mondo della materialità. È ridicolo resistere, comunque

sto

Nel mentire c’è il gusto della vita ma oggi vorrei che la professione sulla mia carta d’identità non fosse falsa. E domani riconoscermi per quel che sono, senza controfigure che fanno il lavoro sporco, senza ciarlatani che mi dicono “potresti essere…” Di questi tempi girano troppe mosche in queste stanze e non mi resta che

stare

              come

                                                                   le              parole

               appiccicato

           a                                  questa

                                                                                                pece

                        di

                                                                           pagina

Ferro 3 di Kim Ki Duk

Posted in ReACcensioni with tags , , , on 9 gennaio 2012 by gioverre

Ferro 3 è un film del 2004, del regista coreano Kim Ki Duk, che per questo film ha vinto il premio speciale come miglior regia al festival di Venezia (2004).

 

Il titolo Ferro 3 si riferisce alla mazza da golf che si vede all’interno del film. Questa mazza ha una particolarità. È la più insolita da utilizzare per i giocatori di golf. Si usa in situazioni eccezionali, uniche. E, non a caso, la storia d’amore fra i due giovani protagonisti è anch’essa unica, veramente eccezionale.

Bravo il regista che ci offre una visione sulla clandestinità in maniera originale e profonda. Il protagonista di questo film entra nelle case lasciate vuote per motivi di lavoro o di vacanze e lì prende dimora finché i proprietari non tornano. In queste case approfitta del tempo disponibile per aggiustare oggetti, fare il bucato e altre faccende domestiche. Già questo è di per sé un elemento straniante, mai visto nei film comuni.

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