Antonio Moresco – Gli esordi (un’escrescenza di recensione)

Posted in ReACcensioni with tags , , on 25 dicembre 2011 by gioverre

Notte di parti dolorosi, di muscoli sfiancati, di lacerazione dei tessuti vaginali, notte di vagiti e paglia, di caldo fiato animale sulla pelle di un bambino, e io, uomo del futuro, in questa notte ho ricevuto un regalo particolare, un libro di cui ho scritto una recensione che non è una recensione, è un’escrescenza di recensione. Se volete, prego, leggete e buon natale.

Finalmente è stato ripubblicato il romanzo Gli esordi, questo libro fantasma (come lo definisce il blogger Lorenzo) che non si trovava più in circolazione, quasi fosse stato sotterrato di nuovo, rigettato nell’increazione per diventare ancora più esplosivo. Un percorso editoriale travagliato quello di questo romanzo, di uno spessore qualitativo enorme che però è stato ostacolato dal veto di editori, e solo nel 1998 ha visto la pubblicazione per Feltrinelli. Ora, nel 2011, dopo ventisette anni dall’inizio della stesura ricompare nelle librerie nella versione revisionata e definitiva.
Negli Esordi Moresco ci ha messo dentro la sua vita, sia nel senso narrativo, dato che si tratta di una specie di autobiografia divisa in tre periodi storico-esistenziali, sia nella genesi, in quanto lo scrittore ha consumato molte energie in rifacimenti e correzioni. Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (9)

Posted in La grande invasione delle locuste on 1 novembre 2011 by lostkid84

Lui rimase immobile .Quella non era nient’altro che la verità nuda e cruda, gli risultava difficile ribattere, quasi impossibile… Dopo un lungo silenzio balbettò:
«Papà lo sai… L’ultima cosa che volevo, era deluderti; volevo tu fossi orgoglioso, volevo riuscire ad essere alla tua altezza… E allora… Allora…». S’interruppe, aveva la bocca completamente impastata…»
La cavalletta riprese:
«Figliolo lo so, non devi giustificarti… Ma io sarei stato comunque orgoglioso… L’unica cosa che non sono riuscito a farti comprendere è che vivere nella costante paura di deludere qualcuno, è il più grande sbaglio, perché, così facendo, l’unica persona che deludi è te stesso… Capisci?»
Il re delle cavallette si avvicinò al figlio e con le sue zampette dentate gli accarezzò il volto, poi continuò:
«Prima di distruggere e risucchiare tutto quello che c’è attorno voglio parlare ancora un po’ con te, va bene? Ci stai?»
Lui si asciugò gli occhi bagnati di lacrime e rispose:
«Si va bene, va bene Papà»
La cavalletta continuò:
«Sai figliolo non basta attendere con grande impegno e dedizione che un evento accada, non basta dedicarsi anima e corpo ad un obiettivo per riuscire ad ottenere ciò che ci si aspetta… Bisogna avere fortuna per trovarsi in mezzo alle cose, quando le cose succedono… Non so… E’ una questione di tempismo, di sinergia, o solamente una questione di culo… A volte la Storia ci emargina e ci respinge, quanto più noi vogliamo entrare a farne parte, quanto più noi vogliamo essere pienamente consapevoli e partecipi dei suoi cambiamenti, comprendere i suoi meccanismi….Non ci si può fare niente…»
«Cazzo Pa’,- interruppe lui- non parlare per enigmi… In poche parole vorresti dire che tutto il sacrificio che ho fatto non è servito a nulla? Ma se voi siete qui proprio davanti ai miei occhi, questa non è la conferma che io ho avuto ragione, che sono stato ripagato per il mio impegno, per la mia dedizione?»
«Vorrei tanto che fosse così figliolo, in realtà mentre tu stai sprecando fiato con me, qualcosa là fuori sta accadendo, e forse tu te la stai lasciando sfuggire…».
«Là fuori? Ma che stai dicendo? Io non ci sto capendo più niente…»
« Svegliati e capirai, posso dirti solo questo…»
«Svegliati? Allora tutto questo non era altro che un dannatissimo sogno…»

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La grande invasione delle locuste (8)

Posted in La grande invasione delle locuste on 31 ottobre 2011 by lostkid84

Il sole stava per tramontare… Gli ultimi raggi spandevano nell’aria riflessi di luce violenti che sembravano perforargli la retina; non riusciva a tenere gli occhi fissi all’orizzonte; quel luccichio così potente gli faceva serrare le palpebre e i suoi occhi si erano ridotti a due fessure dalle quali riusciva a percepire solo impressioni sbiadite… Si sforzava di non abbassare lo sguardo; mai desistere di fronte al proprio obiettivo! Lui stava aspettando le locuste e non poteva concedersi nemmeno un istante di requie; con il viso rigato di liquido lacrimale rimase immobile sulla sua sedia a dondolo, come una sentinella, come una statua di pietra… Si bevve una sorsata di birra fredda per dare ristoro alla gola secca, e poi all’improvviso si accorse che qualcosa si stava avvicinando… Colto da uno stato d’eccitazione incontrollabile, scattò in piedi. In lontananza sembrava muoversi un puntino nero che procedeva a ritmo regolare nella sua direzione. Man mano che si avvicinava sembrava espandersi sempre di più… Nel frattempo alle sue orecchie arrivava un rumore insistente, un ronzio che da bisbiglio si era trasformato in una sorta di assordante ed estenuante stridore… Erano loro, questa volta non era l’ennesima allucinazione… Erano arrivate… Rimase inebetito, completamente assorbito da una sensazione di gioia incontenibile e di trepidazione spasmodica; sul suo volto era comparso un sorriso ebete, quasi avesse subito una paresi facciale; intanto lo sciame si stava manifestando davanti ai suoi occhi in tutta la sua maestosità: un’orda nera, un ammasso indistinto d’insetti, migliaia e migliaia di ali ronzanti si muovevano all’unisono verso la sua casa. In pochi istanti il sole si oscurò, come eclissato, e un’ombra nera si proiettò sul paesaggio circostante sino ad assorbirlo completamente… Erano calate le tenebre, non si riusciva a vedere a un palmo di naso… Lui ancora immobile sul porticato, osservava la scena, incapace di muoversi, incapace di reagire; di fronte ad uno spettacolo di tali proporzioni, la sua mente non riusciva a comunicargli nessun input, finché lo sciame non si avvicinò a tal punto da essere a pochi metri da lui; all’improvviso l’avanzata s’interruppe e lui finalmente riuscì a distinguere la scena che gli si stava presentando davanti: le cavallette gli erano di fronte con le loro zampette zigrinate che sfregavano ritmicamente, con le loro mandibole in costante movimento, e quegli occhi che sembravano immobili, e che penetravano il suo organismo come lame. Sembrava che cogliessero a pieno quello che stava provando, che avessero capito l’importanza del momento… Se ne stavano lì sospese tra cielo e terra a mezz’aria e aspettavano di devastare tutto… A un certo punto vide che nell’immenso sciame qualcosa si stava muovendo…L’intera massa d’insetti in maniera repentina e ordinata si divise in due tronconi paralleli, in modo da creare un corridoio, una sorta di passaggio… Si accorse che nello spazio vuoto che si era creato, una cavalletta stava lentamente procedendo verso di lui, mentre le altre rimanevano immobili, quasi costituissero un corteo d’onore… Finalmente dopo qualche minuto la cavalletta gli fu di fronte… E lui si accorse che quel dannato insetto aveva dei lineamenti umani… Era in tutto e per tutto una di loro: con le sue antenne, le sue ali, il suo corpo affusolato, ma c’era in lei qualcosa di familiare, qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro di conoscere… All’improvviso l’insetto lo guardo dritto negli occhi e iniziò a parlare… Era la voce di suo padre… L’avrebbe riconosciuta tra mille, anche se il timbro era metallico e ovattato… Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (7)

Posted in La grande invasione delle locuste on 27 ottobre 2011 by lostkid84

I giorni passavano lenti e uguali, nel frattempo il paese era stato definitivamente abbandonato; anche le troupe televisive avevano lasciato quel luogo per spostarsi su un nuovo teatro di tragedia: c’era stato un terremoto devastante con centinaia di morti nel nord della nazione; migliaia e migliaia di sfollati, decine di città rase al suolo, e allora quello dell’invasione dalle locuste era diventato un argomento di poco conto, una notizia senza importanza, una tra le milioni che potevano essere rapidamente accantonate e gettate nel dimenticatoio… “-Come volevasi dimostrare”- si diceva lui, sorridendo, sarebbe stato l’unico testimone dell’invasione; ormai alla notizia non veniva dedicato nemmeno l’ultimo dei servizi del Tg della sera. In paese era rimasto solo, a parte qualche maiale e qualche cane randagio che si aggiravano tra le case come fantasmi; tutto era muto, tutto così irreale. L’aria odorava di attesa; era come se ogni refolo di vento che sentiva spirare portasse con sé un afrore inspiegabile, una scia inconfondibile; lui si diceva: “Sono loro, sì sono loro che stanno per arrivare”, ma poi nulla accadeva, e tornava ad accasciarsi sulla sedia a dondolo che aveva piazzato strategicamente al centro del porticato, per potere avere una visuale del paesaggio il più possibile ampia; si chiedeva se effettivamente non fosse tutta una montatura; a volte veniva colto di soprassalto da un senso d’abbattimento e sconforto e si sentiva così dannatamente patetico e assurdo… E se quegli insetti non fossero arrivati? E anche se fossero arrivati, cosa sarebbe cambiato nella sua vita? Cosa sperava di comprendere? Non lo sapeva, ma sentiva che il suo posto era lì. Per la prima volta era assolutamente sicuro che rimanere aveva un senso, restare lì per vedere la distruzione, guardare negli occhi lo scempio e l’abisso, o solamente attendere, non era un vano rimandare, non era rifiutare le proprie responsabilità, ma era un gesto coraggioso, un gesto maturo, un gesto d’amore… Ormai passava le giornate in uno stato costante di trance e tensione; qualsiasi rumore che sentiva arrivare dall’esterno, qualsiasi movimento sospetto nel cielo, fosse stato anche il battito d’ali di un uccello isolato, lo facevano trasalire e sobbalzare. Non era più la paura a sconvolgerlo, ma l’attesa; una sensazione che partiva dall’intestino e si propagava in tutto l’organismo e lo perforava, lo trapassava; aveva iniziato ad avere le allucinazioni: gli succedeva spesso, mentre si guardava allo specchio, oppure quando passava davanti a qualche vetro, di vedere dietro di sé il riflesso di qualcosa che non riusciva a definire, ma che era sicuro riguardasse quei maledetti insetti: una parvenza d’antenne dietro il comodino, uno strano stridio metallico sotto il letto, lo sfuggente bagliore di una zampetta dietro lo scaffale in soggiorno; lui era sicuro che fossero presagi dell’imminente invasione. O forse stava impazzendo del tutto! Ormai non si curava più del suo aspetto, della sua salute, di quello che c’era intorno: che andasse tutto in malora, a lui non importava! Voleva solo che si spegnesse quell’acuto senso di nausea misto a trepidazione, quella sensazione di bruciore e subbuglio che ormai avevano conquistato il suo corpo: l’attesa lo stava prosciugando e lentamente inaridendo. Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (6)

Posted in La grande invasione delle locuste on 24 ottobre 2011 by lostkid84

La tipa terminò il discorso e a forza di urlare era rimasta senza fiato… Lui la fissò tra il ghignante e l’esterrefatto, mentre ormai sembrava essersi tramutata in una sorta di ammasso di nervi e muscoli in tensione, e con fare distaccato rispose:
«Sono d’accordo, lei è proprio una professionista … Adesso si tranquillizzi, non ho nessuna intenzione di importunarla oltre…Però, non mi sembrava che qualche minuto fa lei disprezzasse molto l’idea di intrattenersi con il sottoscritto “topo di fogna”… Cosa non si farebbe per il proprio mestiere? Sono veramente commosso per la sua dedizione… La sua abnegazione è veramente encomiabile… Meriterebbe una promozione… O forse già se l’è guadagnata in un colloquio avvenuto sotto la scrivania del suo direttore, lei in ginocchio in religioso silenzio, e il suo direttore con i pantaloni calati… Mi dica se non ho indovinato…»
La giornalista ormai imbestialita, sfoggiando un braccio da lanciatrice del disco, interruppe improvvisamente il discorso, scagliandogli addosso con tutta la forza di cui era capace un vaso posizionato sulla credenza all’ingresso; lui riuscì a schivare l’oggetto all’ultimo secondo, e quello si andò a infrangere contro il muro. I cocci si sparsero ovunque e lui iniziò a ridere a crepapelle. Incapace di contenersi, si contorceva sul divano, colto da un raptus incontrollabile; sembrava fosse caduto preda di una crisi epilettica. La tipa lo fissò con gli occhi fuori dalle orbite, poi con un gesto repentino aprì la porta d’entrata e disse alla troupe ferma sul porticato:
«Andiamo ragazzi, questo qui è fuori, completamente andato… Impossibile ricavarci qualcosa. Proveremo a fare qualche altra intervista a qualche anziano rincoglionito della zona, sperando che si commuova davanti alle telecamere, mentre parla dei suoi ricordi, della famiglia o robe del genere…» Lui, ancora invischiato in quella crisi di riso irrefrenabile, riuscì a percepire la frase della giornalista e improvvisamente sentì l’esigenza di comunicare a tutti quello che avrebbe fatto, non per protagonismo o che altro, ma solo perché pensava che quello fosse il momento giusto per venire allo scoperto, per mettere in chiaro le ragioni del suo gesto… Lui non era pazzo, come tutti ormai andavano dicendo in paese… Anzi era l’unica persona sana di mente rimasta… Allora agì d’istinto, richiamò l’attenzione della donna che ormai stava girando i tacchi per andarsene:
«Signorina, senta… Insomma vorrei… Le chiedo scusa, ma vorrei dire due parole davanti alle telecamere… Le giuro che poi la lascerò andare e non sentirà più parlare del sottoscritto… Però la prego mi faccia parlare…»
Lei si fermò, nella sua testolina si dibattevano idee contrastanti: da una parte avrebbe voluto prendere a calci nel sedere quell’essere spregevole e arrogante, dal momento che nessuno mai nella sua vita l’aveva umiliata così sfacciatamente, dall’altra, però, il suo fiuto da cane da tartufi di notizie le faceva subodorare uno scoop da almeno 20 % di share per il suo telegiornale. Dopo un breve conciliabolo con se stessa, decise di mettere da parte l’orgoglio femminile così crudelmente vilipeso e di dare voce a quel pazzo furioso, sicura che ne sarebbe venuta fuori una bomba giornalistica e forse anche una promozione da caporedattrice. Lo guardò con aria di superiorità e, facendo un cenno ai cameraman,  si espresse con tagliente sarcasmo:
«Ok, fra un minuto si va in onda, vediamo che rivelazioni sconcertanti ci farà il qui presente Mr. Simpatia» Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (5)

Posted in La grande invasione delle locuste on 19 ottobre 2011 by lostkid84

Un giorno, mentre se ne stava chiuso in casa prima del desinare a bersi una birra fresca in santa pace davanti alla tv improvvisamente sentì bussare alla porta; “-Chi cazzo sarà?”- si disse- “Speriamo che nessuno mi rompa le palle, oggi proprio non è aria…”- Si trascinò stancamente fino all’entrata e non appena aprì la porta, con sua somma sorpresa si trovò davanti una biondona, fisico da pin-up, labbra sottili, avvolta in un tailleur falso castigato che gli scuciva un sorriso plastificato e più fasullo del suo seno rifatto. Rimase imbambolato per qualche secondo sulla porta … Non era abituato a visite del genere e lo sfoggio di tanto ben di Dio non lo lasciò del tutto indifferente; si dette una rassettata alla bene e meglio e con fare brusco ma non sgarbato, si presentò e chiese alla signorina ferma sul porticato chi diavolo fosse, e cosa stesse cercando da lui. Non appena la tipa ebbe fornito le sue generalità, lui la fece entrare e quella, con estrema disinvoltura, si andò a piazzare sul divano, come se conoscesse quella casa da sempre; la situazione non lo convinceva per niente. Che cazzo poteva farci una strafiga di quel calibro in casa sua?
Il suo intuito non aveva fatto cilecca: infatti, non appena la misteriosa maliarda iniziò a parlare, saltò fuori che era una stramaledetta giornalista di canale 25, venuta a conoscenza del fatto che lui sarebbe stato l’unico abitante del paese a non abbandonare la propria casa e ad aver rifiutato le proposte del governo; tutto questo ovviamente implicava il fatto che avrebbe voluto che le rilasciasse un’intervista esclusiva, in cui rivelare le ragioni profonde e intime del suo gesto, soffermandosi sui lati più drammatici e strappalacrime della sua storia; aveva persino trovato il titolo adatto al servizio: “L’uomo solo contro le locuste”. Da quando era entrata in casa la giornalista non aveva smesso un attimo di parlare. Se ne stava seduta sul divano, con quel sorrisetto ipocrita stampato in faccia, mentre, gesticolando animatamente, aveva iniziato ad ammiccare e flirtare con lui, accavallando le gambe in maniera che si potessero intravedere le sue mutande di pizzo… Non faceva altro che scucire elogi fasulli sulla bellezza dell’arredamento della sua casa, sul suo coraggio, sulla sua dedizione e altre cazzate del genere… Era evidente che sarebbe stata disposta a succhiarglielo lì su due piedi senza troppi complimenti, pur di avere quel suo stramaledetto servizio; “un bel ‘servizietto’ per un servizio” pensò lui, e gli venne da ridere; mentre la tipa, enumerando i vantaggi che lui avrebbe potuto trarre dall’esposizione mediatica (partecipazioni a programmi televisivi di qua, a talk show di là, magari qualche contratto pubblicitario) si stava lentamente ma inesorabilmente avvicinando a lui, facendo finta che tutto ciò fosse involontario e casuale, lui pensò che avrebbe potuto approfittare della situazione… Avrebbe potuto trombarsela di prepotenza sul divano per poi mandare sonoramente a cagare lei, i suoi contratti, e la sua intervista … Sarebbe stato un bluff bestiale, degno del miglior giocatore di poker… Ma poi decise che avrebbe messo subito le cose in chiaro e si sarebbe divertito a vedere le reazione della giornalista rampante di fronte alle sue provocazioni esplicite. Interruppe improvvisamente il monologo che stava andando avanti da mezz’ora buona ed esordì: Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (4)

Posted in La grande invasione delle locuste on 14 ottobre 2011 by lostkid84

Nel paese chi prima chi dopo, in una lenta e costante escalation di rassegnazione, aveva accettato le condizioni per l’esproprio dei terreni imposte dallo Stato che, qualora l’invasione si fosse rivelata una bufala colossale, avrebbe potuto usufruirne a suo piacimento… Perché in fondo  di certo c’era ben poco… Le notizie continuavano a fioccare e a bombardare di paura gli abitanti del paese, l’invasione ormai era data per imminente, ma di concreto non esisteva assolutamente nulla… E se la notizia l’avesse diffusa il governo stesso, per un calcolato interesse economico? Magari qualche geologo di quelli coi controcazzi, dopo analisi approfondite del territorio, si era accorto che quell’ area nascondeva nel sottosuolo qualche risorsa petrolifera o  che so io qualche importante giacimento aurifero o metallifero; in fondo quella era tra le zone geologiche più antiche dell’intera nazione! Chi lo diceva che quei quattro poveracci non fossero seduti su una cazzo di miniera d’oro, senza nemmeno saperlo… Non sarebbe stato difficile con un’operazione di terrorismo psicologico ben orchestrata, supportata dall’ utilizzo massiccio di notizie televisive manipolate e deformate ad hoc, far piombare quei ‘quattro trogloditi’ nelle grinfie di sua maestà la Paura, facendo leva su un’antica leggenda tramandata di generazione in generazione, e alimentata da un bagaglio millenario di superstizioni; la leggenda delle locuste poteva essere rapidamente rielaborata, e, se adeguatamente confermata da notizie verosimili, trasformarsi in evento reale. In fondo la gente non poteva che affidarsi alla televisione e ai giornali per sapere ciò che stava accadendo; tutti ormai erano convinti che l’invasione sarebbe arrivata a momenti, ma nessuno si accorgeva che, sfruttando la paura e alimentandola costantemente, era più facile per il potere controllare le persone; scucire quattro soldi ai proprietari dei terreni della zona, per poi magari entrare in possesso di un sito dal valore di mercato quadruplicato, piazzare pozzi petroliferi, vendere i diritti di sfruttamento a qualche società multinazionale, sarebbe stato uno scherzetto da poco per il governo. La credibilità non sarebbe stata così difficile da recuperare: metti uno studioso di migrazione d’insetti da una parte  che ti vende la cazzata della deviazione migratoria all’ ultimo secondo, una deviazione ovviamente impossibile da prevedere e metti dall’ altra qualche portavoce governativo, che col capo chino si scusa con i contadini raggirati, scucendo la solita stronzata sulla creazione di un polo economico che non avrebbe arricchito solo il piccolo paese, ma che avrebbe incentivato e corroborato l’economia della zona, e così la storia sarebbe stata rapidamente archiviata col benestare di tutti: il governo con la pancia piena, i contadini come al solito presi per il culo e sradicati dai loro terreni e i giornali a caccia di nuove tragedie su cui speculare.

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La grande invasione delle locuste (3)

Posted in La grande invasione delle locuste on 12 ottobre 2011 by lostkid84

Si era lasciato sommergere dai ricordi ed era rimasto imbambolato sul porticato per chissà quanto tempo; lì intorno ormai era tutto un via vai di camionette di traslochi, macchine e furgoncini di emittenti televisive. Il trambusto lo infastidiva e allo stesso tempo lo faceva sorridere: per tutto quel tempo a nessuno era mai fregato niente di quel posto immerso nel nulla, nessuno al di fuori di quelli che ci abitavano sapevano della sua esistenza, e adesso questa storia dell’invasione delle locuste era diventata un argomento su cui speculare per alzare gli indici d’ascolto… E allora via con una profusione di interviste strappalacrime ai poveri e miserabili contadini che sarebbero stati strappati dai loro ricordi, dai loro affetti, dalle loro radici… Solita retorica vecchia e stantia… Questi discorsi però facevano sempre presa sulla gente… Erano giorni che quelle dannate sanguisughe si erano accampate di fronte alla sua fattoria, lì appostate come rapaci… Per non parlare dei politici che, in previsione dell’imminente campagna elettorale, in lunga e costante processione si erano riversati in paese, affrettandosi a stringere mani e a fare promesse, scucendo sorrisi a trentadue denti di fronte alle telecamere…Quando i riflettori si spegnevano, si tornava però a ragionare con la consueta e cinica logica della convenienza… Ai contadini il governo aveva concesso indennizzi irrisori e promesso il reintegro come operai in fabbriche delle città limitrofe… La seconda parte del potenziale accordo risultava perlomeno fantasiosa, considerato il fatto che, in seguito alla recente crisi economica, la zona dal punto di vista industriale era bloccata e i licenziamenti fioccavano … Interi centri produttivi erano stati chiusi… Ma tant’è… Le piantagioni sarebbero state rase al suolo, devastate dalla piaga delle locuste, tanto valeva accettare di fare i bagagli e andare altrove visto e considerato che ormai la situazione era vicina alla catastrofe… Era un ricatto bell’e buono a cui però non sembrava potesse esserci soluzione… A quei maledetti interessava solamente fare una bella figura davanti agli elettori, e questa storia era l’opportunità incredibile di mostrare il lato magnanimo ed equo di un governo a cui interessava il destino di ogni cittadino, anche di quello che abitava nel più remoto e sperduto buco di culo della nazione… Comunque lui era convinto che, finita la questione, nessuno si sarebbe ricordato dell’esistenza di quel paese, nessuno si sarebbe più commosso nell’ascoltare le storie dei contadini sradicati dalle proprie terre… Sarebbe stata una tragedia tra le tante sepolte nel dimenticatoio… In fondo ci sarebbero stati sempre nuovi dolori su cui speculare… Così funzionava da sempre… Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (2)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 10 ottobre 2011 by lostkid84

Nei giorni successivi si comportarono come se la storia delle poesie che ormai lui le consegnava con regolarità una notte a settimana  dovesse rimanere un gioco segreto; aleggiava tra loro una sorta d’atmosfera rarefatta di contegno, quasi ci fosse il timore che, scoprendo il velo di mistero, l’incanto sarebbe svanito… Una notte però, mentre lui si apprestava a depositare la sua poesia settimanale, lei, cogliendolo di sorpresa, aprì la porta, e guardandolo intensamente, con voce sottile e decisa disse: «Non pensi che il nostro  piccolo segreto sia durato abbastanza… Ho capito che con le parole sei abile a lusingare le povere fanciulle indifese, ma con i fatti come te la cavi?». Lui rimase spiazzato e visibilmente scosso; con un gesto incontrollato aveva accartocciato la busta con la poesia ed era rimasto impalato, quasi marmorizzato… Come gli succedeva sempre in queste situazioni, l’imbarazzo e la tensione lo fecero balbettare e non riuscì a spiccicare nemmeno una frase di senso compiuto… Allora lei prese le redini della situazione, gli tese la mano e con una stretta sicura lo tirò a sé e gli sussurrò con dolcezza: «Ho sempre sperato che fossi tu… In fondo l’ ho sempre saputo… I miei non ci sono stanotte, non vorrai mica lasciare sola una ragazza indifesa in un posto pericoloso come questo?». I suoi occhi brillavano di una malizia seducente e lui era totalmente afono e incapace di opporsi… Lei lo accompagnò dentro casa e poi nella sua stanza da letto…Quella notte fecero l’amore, quella notte fu l’inizio di tutto, quella notte l’avrebbe benedetta e maledetta per un sacco di tempo, quella notte sapeva già di sconfitta; anche se era stato fantastico, lui ebbe subito la consapevolezza che non sarebbe durato.
Nei mesi seguenti accadde tutto quello che succede tra due che si dicono innamorati: le promesse, le discussioni fino a notte fonda, l’amore fatto nei fienili, i tramonti ad accarezzare progetti che si sanno irrealizzabili, e poi confidarsi le più intime lacerazioni, liberare nel pianto la propria sofferenza, prendere per il culo i paesani,  farsi il verso, litigare per le stronzate … L’idillio durò finché la merda non iniziò a scendere copiosa… E quando la merda viene giù a fiotti non puoi evitare di lasciarti invischiare… Lui l’aveva sempre saputo, ma per un po’ aveva preferito ingannarsi, perché pensava di meritarsi uno spicchio di felicità… Sapeva che lei non avrebbe mai accettato di rimanere incatenata a quel paese, che la sua era una presenza temporanea, che tutto ciò che la interessava era fuori di lì: l’università, gli amici, il suo lavoro. A trattenerla forse era rimasto solo il loro rapporto… Anche se lei non aveva mai accennato al fatto che prima o poi se ne sarebbe dovuta andare, ormai la questione era una nuvola nera che incombeva su di loro, lì ad annunciare il temporale incombente… E ovviamente il temporale non si fece attendere.
Una sera, mentre se ne stavano sdraiati nel fienile a fare niente, ognuno immerso nei propri pensieri, lei all’improvviso con tono secco e nervoso interruppe la quiete apparente dicendo:  «Senti, insomma  è un po’ di tempo che ci penso su… E’arrivato il momento di affrontare la questione… Devo tornare in città definitivamente, perché mi hanno proposto una borsa di dottorato come ricercatrice all’università… E’ un’ opportunità che non posso lasciarmi sfuggire, cioè sarebbe un punto in più per la mia carriera; inoltre inizio a non sopportare più  l’aria di questo paese; è come se qui non accadesse mai niente, come se qui si rimanesse tagliati fuori dalla Storia, come se questo posto risucchiasse tutte le tue forze, anestetizzando la tua capacità di reagire…. Perché non vieni con me? Perché non iniziamo una vita nuova lontano da qui?…». Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (1)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 7 ottobre 2011 by lostkid84

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi. Continua a leggere

Auguri Gio!

Posted in Scorie di pensieri with tags , , on 16 settembre 2011 by gioverre

Auguri Gio! Quanti anni compi?

Non te lo dico!

Allora dimmi a quale età, più o meno, ti senti d’appartenere?

Sono un adolescente.

Ma se sei adolescente come mai vivi in un corpo di trent’anni?

Sei proprio uno stronzo. Visto che lo sai! Sei un conformista e insulso è il tuo giudizio.

Sarà insulso, ma comune e inevitabile.

Per favore, lasciami in pace.

Sei tu che mi vuoi qui, vivo e scritto. Se non mi vuoi, bendati e ucciditi!

Bene! Se mi uccido, morirai assieme a me. Continua a leggere

Witold Gombrowicz – Incipit di Ferdydurke #2

Posted in Quasar interstellari with tags , , on 13 settembre 2011 by giofab8184

– 3 giorni

E come no! Ci avevo provato e riprovato e al solo pensiero dei risultati mi scappava da ridere. Proprio per pettinarmi e chiarirmi il meglio possibile mi ero messo a scrivere un libro: chissà perché ero convinto che il mio ingresso nel mondo non potesse avvenire senza un chiarimento, per quanto ho ancora da vedere un chiarimento che non sia al tempo stesso una complicazione. Tanto per cominciare, avevo deciso di conquistarmi una certa benevolenza con un libro, in modo da trovarmi il terreno già preparato al momento del contatto personale: se, dicevo tra me e me, fossi riuscito a inculcare alla gente un’immagine positiva di me stesso, quell’immagine mi avrebbe a sua volta formato e, volente o nolente, fatto diventare adulto. Come andò invece che la penna mi tradì? Come mai un sacrosanto pudore mi impedì di scodellare un banale romanzo di quattro soldi? E come mai, invece di tirar fuori trame sublimi dal cuore e dall’anima, andai a scovarle negli arti inferiori, infarcii il mio testo di ranocchi, di gambe, di robaccia fermentata e immatura, isolandola sulla carta solo per mezzo dello stile, della voce, del tono freddo e distaccato, per far vedere che intendevo prendere una certa distanza dal fermento? Come mai, a dispetto delle mie stesse intenzioni, intitolai il libro Ricordi del periodo della maturazione? Invano gli amici mi consigliarono di non dargli quel titolo e di evitare ogni minima allusione all’immaturità. “Non farlo,” mi dicevano, “l’immaturità è un concetto troppo drastico. Se tu stesso ti definisci immaturo, come diavolo vuoi che gli altri ti riconoscano maturo? Non lo capisci che la condizione sine qua non della maturità sta nel proclamarsi maturo?” Ma io invece trovavo ingiusto sbarazzarsi così alla leggera del marmocchio che avevo dentro, come niente fosse: gli Adulti erano troppo acuti, troppo perspicaci per non accorgersene, e se uno era tampinato senza sosta dal proprio marmocchio non poteva decentemente presentarsi in pubblico senza di lui. Forse prendevo troppo sul serio la serietà, sopravvalutavo troppo l’adultaggine degli adulti. Continua a leggere

Witold Gombrowicz – Incipit di Ferdydurke #1

Posted in Quasar interstellari with tags , , on 10 settembre 2011 by giofab8184

– 6 giorni

Che Gombrowicz ci benedica e ci porti fortuna! Per questo motivo riportiamo l’inizio di Ferdydurke, uno dei più bei romanzi modernisti, che narra la vicenda di una regressione verso l’infanzia di un uomo di trent’anni. Una prosa nervosa e folgorante per una riflessione sul concetto di maturità/immaturità dell’uomo adulto.  Per chi non lo conoscesse, Gombrowicz è uno scrittore polacco, nato nel 1904 e morto nel 1969. Laureatosi in legge, nel 1930 decide di dedicarsi alla letteratura. Altre opere consigliate sono Cosmo e Pornografia.

Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo quando la notte vera e propria è ormai finita e l’alba non riesce ancora a farsi strada. Destato di soprassalto, stavo già per precipitarmi in taxi alla stazione pensando di dover partire. Mi ci volle un minuto buono per rendermi conto che nessun treno, ahimè, mi aspettava alla stazione, e che non era quella la mia ora. Giacevo in una luce lattiginosa, il corpo pervaso da una paura insopportabile che mi opprimeva angosciamente l’anima, l’anima opprimeva il corpo e ogni intima fibra si torceva nel presentimento che niente sarebbe successo, niente cambiato, niente sopraggiunto e qualunque cosa avessi intrapreso il risultato sarebbe sempre stato zero via zero. Era il terrore del non esistere, la paura del non essere, l’ansia del non vivere, il timore della non realtà, l’urlo biologico di tutte le mie cellule davanti alla lacerazione, alla dispersione, allo sparpagliamento interiore. Terrore dell’indecorosa inezia piccinereria, orrore della dissoluzione, panico del frazionamento, paura della violenza che mi stava dentro e che mi minacciava dall’esterno; ma più importante di tutto, qualcos’altro incombeva dappresso senza un attimo di respiro, qualcosa che avrei potuto definire un intermolecolare senso di beffa, di scherno interiore, l’intimo dileggio delle varie parti scatenate del mio corpo e delle analoghe parti dell’anima mia. Continua a leggere

Ancora sulla strada

Posted in Detriti in versi with tags , , on 25 agosto 2011 by lostkid84

Ancora sulla strada mi aggiro smarrito,
con il volto rivolto al plenilunio e le braccia conserte,
con la solita vecchia smania di comprendere,
con la solida e nuova consapevolezza di cedere.
Vulnerabile come carne tenera al macero,
nell’ostentazione della mia apatia cristallizzo
la paura di osare, mi rinchiudo nel torpore,
e abuso dell’autoindulgenza. Ancora sulla strada
i nuovi segnali sbiadiscono, non posso penetrare le cose;
ci sono corazze dure come cortecce di querce millenarie,
ci sono verità scivolose come anguille e arrivare alla foce
del Senso Ultimo è come negare la nascita. Ripercorro
al contrario me stesso, muoio alla sorgente,
mi devo sporcare per rinascere,
devo risalire la corrente per temprarmi.
Ancora sulla strada, senza illuminazioni e rivelazioni, al buio,
al freddo percepisco il mondo nella sua concreta evanescenza.
E’ tutto attorno a me e non esiste, resiste e poi sfuma,
profuma d’apocalisse il mio viaggio d’Ulisse.
Non vedo lampioni, ma fioche luci, riflessi di voci, echi.
Ma sono ancora qui sulla strada,
e l’asfalto è cicatrice aperta, che avvince il mio corpo,
e il profumo di tubi di scappamento è poesia del riciclo.
Ancora da solo, qui sulla strada a sperare
che una qualche fottuta divinità mi venga a salvare.

Rumoremoto

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , on 15 luglio 2011 by giofab8184

Dopo aver pranzato a volte mi si chiudono gli occhi e vado a letto a fare un sonnellino. Appoggio la testa sul cuscino e chiudo gli occhi. Se fisso il buio della stanza resta il dramma dell’esistenza che si insinua nelle insenature dell’esistenza e cosa posso fare se non altro che chiudere gli occhi. Tutto diventa una sorta di raccoglimento, le ante chiudono gli occhi della casa e mi chiudono nel sogno. Con gli occhi chiusi posso ancora udire, quando passano irriverenti, le moto che passano sotto casa e come passatempo sfrecciano curva dopo curva sul Passo del Bernina. Passa poco tempo e una fila di rombi tuonanti tornano … e passano … mi sorpassano sulla strada squarciando la strada … come un coltello la carne apre l’asfalto … la strada diventa ferita … guai a caderci dentro … però devo andare avanti … costi quel che costi … su queste labbra slabbrate di strada asfaltata … violate. Ne passano altre … le curve a mozzafiato … le rette a perdifiato … corro con il fiato alla gola… per non venire … investito … dal fragoroso sfacelo … franante … cado senza fiato … grido … aiuto … già perso … rumoremoto … e intanto passano ancora le moto sulla strada davanti alla mia stanza con gli occhi chiusi davanti alla strada ripassano gli occhi chiusi della mia stanza davanti alle moto sulla strada … esci dallo sguardo di questo sguardo chiuso di occhi … scansati dalla strada … salta … Continua a leggere