La grande invasione delle locuste (4)

Posted in La grande invasione delle locuste on 14 ottobre 2011 by lostkid84

Nel paese chi prima chi dopo, in una lenta e costante escalation di rassegnazione, aveva accettato le condizioni per l’esproprio dei terreni imposte dallo Stato che, qualora l’invasione si fosse rivelata una bufala colossale, avrebbe potuto usufruirne a suo piacimento… Perché in fondo  di certo c’era ben poco… Le notizie continuavano a fioccare e a bombardare di paura gli abitanti del paese, l’invasione ormai era data per imminente, ma di concreto non esisteva assolutamente nulla… E se la notizia l’avesse diffusa il governo stesso, per un calcolato interesse economico? Magari qualche geologo di quelli coi controcazzi, dopo analisi approfondite del territorio, si era accorto che quell’ area nascondeva nel sottosuolo qualche risorsa petrolifera o  che so io qualche importante giacimento aurifero o metallifero; in fondo quella era tra le zone geologiche più antiche dell’intera nazione! Chi lo diceva che quei quattro poveracci non fossero seduti su una cazzo di miniera d’oro, senza nemmeno saperlo… Non sarebbe stato difficile con un’operazione di terrorismo psicologico ben orchestrata, supportata dall’ utilizzo massiccio di notizie televisive manipolate e deformate ad hoc, far piombare quei ‘quattro trogloditi’ nelle grinfie di sua maestà la Paura, facendo leva su un’antica leggenda tramandata di generazione in generazione, e alimentata da un bagaglio millenario di superstizioni; la leggenda delle locuste poteva essere rapidamente rielaborata, e, se adeguatamente confermata da notizie verosimili, trasformarsi in evento reale. In fondo la gente non poteva che affidarsi alla televisione e ai giornali per sapere ciò che stava accadendo; tutti ormai erano convinti che l’invasione sarebbe arrivata a momenti, ma nessuno si accorgeva che, sfruttando la paura e alimentandola costantemente, era più facile per il potere controllare le persone; scucire quattro soldi ai proprietari dei terreni della zona, per poi magari entrare in possesso di un sito dal valore di mercato quadruplicato, piazzare pozzi petroliferi, vendere i diritti di sfruttamento a qualche società multinazionale, sarebbe stato uno scherzetto da poco per il governo. La credibilità non sarebbe stata così difficile da recuperare: metti uno studioso di migrazione d’insetti da una parte  che ti vende la cazzata della deviazione migratoria all’ ultimo secondo, una deviazione ovviamente impossibile da prevedere e metti dall’ altra qualche portavoce governativo, che col capo chino si scusa con i contadini raggirati, scucendo la solita stronzata sulla creazione di un polo economico che non avrebbe arricchito solo il piccolo paese, ma che avrebbe incentivato e corroborato l’economia della zona, e così la storia sarebbe stata rapidamente archiviata col benestare di tutti: il governo con la pancia piena, i contadini come al solito presi per il culo e sradicati dai loro terreni e i giornali a caccia di nuove tragedie su cui speculare.

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La grande invasione delle locuste (3)

Posted in La grande invasione delle locuste on 12 ottobre 2011 by lostkid84

Si era lasciato sommergere dai ricordi ed era rimasto imbambolato sul porticato per chissà quanto tempo; lì intorno ormai era tutto un via vai di camionette di traslochi, macchine e furgoncini di emittenti televisive. Il trambusto lo infastidiva e allo stesso tempo lo faceva sorridere: per tutto quel tempo a nessuno era mai fregato niente di quel posto immerso nel nulla, nessuno al di fuori di quelli che ci abitavano sapevano della sua esistenza, e adesso questa storia dell’invasione delle locuste era diventata un argomento su cui speculare per alzare gli indici d’ascolto… E allora via con una profusione di interviste strappalacrime ai poveri e miserabili contadini che sarebbero stati strappati dai loro ricordi, dai loro affetti, dalle loro radici… Solita retorica vecchia e stantia… Questi discorsi però facevano sempre presa sulla gente… Erano giorni che quelle dannate sanguisughe si erano accampate di fronte alla sua fattoria, lì appostate come rapaci… Per non parlare dei politici che, in previsione dell’imminente campagna elettorale, in lunga e costante processione si erano riversati in paese, affrettandosi a stringere mani e a fare promesse, scucendo sorrisi a trentadue denti di fronte alle telecamere…Quando i riflettori si spegnevano, si tornava però a ragionare con la consueta e cinica logica della convenienza… Ai contadini il governo aveva concesso indennizzi irrisori e promesso il reintegro come operai in fabbriche delle città limitrofe… La seconda parte del potenziale accordo risultava perlomeno fantasiosa, considerato il fatto che, in seguito alla recente crisi economica, la zona dal punto di vista industriale era bloccata e i licenziamenti fioccavano … Interi centri produttivi erano stati chiusi… Ma tant’è… Le piantagioni sarebbero state rase al suolo, devastate dalla piaga delle locuste, tanto valeva accettare di fare i bagagli e andare altrove visto e considerato che ormai la situazione era vicina alla catastrofe… Era un ricatto bell’e buono a cui però non sembrava potesse esserci soluzione… A quei maledetti interessava solamente fare una bella figura davanti agli elettori, e questa storia era l’opportunità incredibile di mostrare il lato magnanimo ed equo di un governo a cui interessava il destino di ogni cittadino, anche di quello che abitava nel più remoto e sperduto buco di culo della nazione… Comunque lui era convinto che, finita la questione, nessuno si sarebbe ricordato dell’esistenza di quel paese, nessuno si sarebbe più commosso nell’ascoltare le storie dei contadini sradicati dalle proprie terre… Sarebbe stata una tragedia tra le tante sepolte nel dimenticatoio… In fondo ci sarebbero stati sempre nuovi dolori su cui speculare… Così funzionava da sempre… Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (2)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 10 ottobre 2011 by lostkid84

Nei giorni successivi si comportarono come se la storia delle poesie che ormai lui le consegnava con regolarità una notte a settimana  dovesse rimanere un gioco segreto; aleggiava tra loro una sorta d’atmosfera rarefatta di contegno, quasi ci fosse il timore che, scoprendo il velo di mistero, l’incanto sarebbe svanito… Una notte però, mentre lui si apprestava a depositare la sua poesia settimanale, lei, cogliendolo di sorpresa, aprì la porta, e guardandolo intensamente, con voce sottile e decisa disse: «Non pensi che il nostro  piccolo segreto sia durato abbastanza… Ho capito che con le parole sei abile a lusingare le povere fanciulle indifese, ma con i fatti come te la cavi?». Lui rimase spiazzato e visibilmente scosso; con un gesto incontrollato aveva accartocciato la busta con la poesia ed era rimasto impalato, quasi marmorizzato… Come gli succedeva sempre in queste situazioni, l’imbarazzo e la tensione lo fecero balbettare e non riuscì a spiccicare nemmeno una frase di senso compiuto… Allora lei prese le redini della situazione, gli tese la mano e con una stretta sicura lo tirò a sé e gli sussurrò con dolcezza: «Ho sempre sperato che fossi tu… In fondo l’ ho sempre saputo… I miei non ci sono stanotte, non vorrai mica lasciare sola una ragazza indifesa in un posto pericoloso come questo?». I suoi occhi brillavano di una malizia seducente e lui era totalmente afono e incapace di opporsi… Lei lo accompagnò dentro casa e poi nella sua stanza da letto…Quella notte fecero l’amore, quella notte fu l’inizio di tutto, quella notte l’avrebbe benedetta e maledetta per un sacco di tempo, quella notte sapeva già di sconfitta; anche se era stato fantastico, lui ebbe subito la consapevolezza che non sarebbe durato.
Nei mesi seguenti accadde tutto quello che succede tra due che si dicono innamorati: le promesse, le discussioni fino a notte fonda, l’amore fatto nei fienili, i tramonti ad accarezzare progetti che si sanno irrealizzabili, e poi confidarsi le più intime lacerazioni, liberare nel pianto la propria sofferenza, prendere per il culo i paesani,  farsi il verso, litigare per le stronzate … L’idillio durò finché la merda non iniziò a scendere copiosa… E quando la merda viene giù a fiotti non puoi evitare di lasciarti invischiare… Lui l’aveva sempre saputo, ma per un po’ aveva preferito ingannarsi, perché pensava di meritarsi uno spicchio di felicità… Sapeva che lei non avrebbe mai accettato di rimanere incatenata a quel paese, che la sua era una presenza temporanea, che tutto ciò che la interessava era fuori di lì: l’università, gli amici, il suo lavoro. A trattenerla forse era rimasto solo il loro rapporto… Anche se lei non aveva mai accennato al fatto che prima o poi se ne sarebbe dovuta andare, ormai la questione era una nuvola nera che incombeva su di loro, lì ad annunciare il temporale incombente… E ovviamente il temporale non si fece attendere.
Una sera, mentre se ne stavano sdraiati nel fienile a fare niente, ognuno immerso nei propri pensieri, lei all’improvviso con tono secco e nervoso interruppe la quiete apparente dicendo:  «Senti, insomma  è un po’ di tempo che ci penso su… E’arrivato il momento di affrontare la questione… Devo tornare in città definitivamente, perché mi hanno proposto una borsa di dottorato come ricercatrice all’università… E’ un’ opportunità che non posso lasciarmi sfuggire, cioè sarebbe un punto in più per la mia carriera; inoltre inizio a non sopportare più  l’aria di questo paese; è come se qui non accadesse mai niente, come se qui si rimanesse tagliati fuori dalla Storia, come se questo posto risucchiasse tutte le tue forze, anestetizzando la tua capacità di reagire…. Perché non vieni con me? Perché non iniziamo una vita nuova lontano da qui?…». Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (1)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 7 ottobre 2011 by lostkid84

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi. Continua a leggere

Auguri Gio!

Posted in Scorie di pensieri with tags , , on 16 settembre 2011 by gioverre

Auguri Gio! Quanti anni compi?

Non te lo dico!

Allora dimmi a quale età, più o meno, ti senti d’appartenere?

Sono un adolescente.

Ma se sei adolescente come mai vivi in un corpo di trent’anni?

Sei proprio uno stronzo. Visto che lo sai! Sei un conformista e insulso è il tuo giudizio.

Sarà insulso, ma comune e inevitabile.

Per favore, lasciami in pace.

Sei tu che mi vuoi qui, vivo e scritto. Se non mi vuoi, bendati e ucciditi!

Bene! Se mi uccido, morirai assieme a me. Continua a leggere

Witold Gombrowicz – Incipit di Ferdydurke #2

Posted in Quasar interstellari with tags , , on 13 settembre 2011 by giofab8184

– 3 giorni

E come no! Ci avevo provato e riprovato e al solo pensiero dei risultati mi scappava da ridere. Proprio per pettinarmi e chiarirmi il meglio possibile mi ero messo a scrivere un libro: chissà perché ero convinto che il mio ingresso nel mondo non potesse avvenire senza un chiarimento, per quanto ho ancora da vedere un chiarimento che non sia al tempo stesso una complicazione. Tanto per cominciare, avevo deciso di conquistarmi una certa benevolenza con un libro, in modo da trovarmi il terreno già preparato al momento del contatto personale: se, dicevo tra me e me, fossi riuscito a inculcare alla gente un’immagine positiva di me stesso, quell’immagine mi avrebbe a sua volta formato e, volente o nolente, fatto diventare adulto. Come andò invece che la penna mi tradì? Come mai un sacrosanto pudore mi impedì di scodellare un banale romanzo di quattro soldi? E come mai, invece di tirar fuori trame sublimi dal cuore e dall’anima, andai a scovarle negli arti inferiori, infarcii il mio testo di ranocchi, di gambe, di robaccia fermentata e immatura, isolandola sulla carta solo per mezzo dello stile, della voce, del tono freddo e distaccato, per far vedere che intendevo prendere una certa distanza dal fermento? Come mai, a dispetto delle mie stesse intenzioni, intitolai il libro Ricordi del periodo della maturazione? Invano gli amici mi consigliarono di non dargli quel titolo e di evitare ogni minima allusione all’immaturità. “Non farlo,” mi dicevano, “l’immaturità è un concetto troppo drastico. Se tu stesso ti definisci immaturo, come diavolo vuoi che gli altri ti riconoscano maturo? Non lo capisci che la condizione sine qua non della maturità sta nel proclamarsi maturo?” Ma io invece trovavo ingiusto sbarazzarsi così alla leggera del marmocchio che avevo dentro, come niente fosse: gli Adulti erano troppo acuti, troppo perspicaci per non accorgersene, e se uno era tampinato senza sosta dal proprio marmocchio non poteva decentemente presentarsi in pubblico senza di lui. Forse prendevo troppo sul serio la serietà, sopravvalutavo troppo l’adultaggine degli adulti. Continua a leggere

Witold Gombrowicz – Incipit di Ferdydurke #1

Posted in Quasar interstellari with tags , , on 10 settembre 2011 by giofab8184

– 6 giorni

Che Gombrowicz ci benedica e ci porti fortuna! Per questo motivo riportiamo l’inizio di Ferdydurke, uno dei più bei romanzi modernisti, che narra la vicenda di una regressione verso l’infanzia di un uomo di trent’anni. Una prosa nervosa e folgorante per una riflessione sul concetto di maturità/immaturità dell’uomo adulto.  Per chi non lo conoscesse, Gombrowicz è uno scrittore polacco, nato nel 1904 e morto nel 1969. Laureatosi in legge, nel 1930 decide di dedicarsi alla letteratura. Altre opere consigliate sono Cosmo e Pornografia.

Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo quando la notte vera e propria è ormai finita e l’alba non riesce ancora a farsi strada. Destato di soprassalto, stavo già per precipitarmi in taxi alla stazione pensando di dover partire. Mi ci volle un minuto buono per rendermi conto che nessun treno, ahimè, mi aspettava alla stazione, e che non era quella la mia ora. Giacevo in una luce lattiginosa, il corpo pervaso da una paura insopportabile che mi opprimeva angosciamente l’anima, l’anima opprimeva il corpo e ogni intima fibra si torceva nel presentimento che niente sarebbe successo, niente cambiato, niente sopraggiunto e qualunque cosa avessi intrapreso il risultato sarebbe sempre stato zero via zero. Era il terrore del non esistere, la paura del non essere, l’ansia del non vivere, il timore della non realtà, l’urlo biologico di tutte le mie cellule davanti alla lacerazione, alla dispersione, allo sparpagliamento interiore. Terrore dell’indecorosa inezia piccinereria, orrore della dissoluzione, panico del frazionamento, paura della violenza che mi stava dentro e che mi minacciava dall’esterno; ma più importante di tutto, qualcos’altro incombeva dappresso senza un attimo di respiro, qualcosa che avrei potuto definire un intermolecolare senso di beffa, di scherno interiore, l’intimo dileggio delle varie parti scatenate del mio corpo e delle analoghe parti dell’anima mia. Continua a leggere