Archivio per Bagliori e detriti

Neve che profumi di silenzio

Posted in Scorie di pensieri with tags , on 13 dicembre 2012 by gioverre

Mi rimane attonita e mi affascina. Ha sepolto l’interezza di un candore sepolcrale, ha ghiacciato l’onda tortuosa del tempo, è entrata alla festa chiassosa del mondo senza chiamare, senza battere.

Chi sei?

Mi chiedo e forse è già troppo violento chiedere intimamente che tutto si sconquassa in me e tutto fuori di me.
Sei una visione che velando svela l’ignota eternità e mi piacerebbe che le mie lettere del tuo medesimo colore, che purtroppo gracchiano irrompendo con così tanto rumore, fossero innocue, immacolate e saggiamente mute come la tua natura che ammanta lievemente.
Tu copri ciò che manca, concludi quello che è stato fatto, come il punto alla fine di una frase. Il tuo è un inno alla fine: cali piamente in una cerchia di punti bianchi che adagiandosi coprono tutta questa materia e il pensiero che fa tutto bello e brutto e tutto ciò che è stato abbandonato dalla vita nel buio di queste notti lunghe .         .         .
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Quanto sarebbe bello riposare sepolti nella quiete della coltre di neve  che profuma di silenzio

Nel frattempo mi fissi incantandomi e forse turbi la mia debole e volubile facoltà d’arbitrio che deve strutturarmi nella società dove vivo, perché con serena voluttà, a volte lievemente vorticosa, tu scendi divisa e ti ricompatti a terra e ammirandoti mi confondi e mi dividi nella mia unità d’essere (c o s a f a r e ?)

                         muoversi                             guardare

      lasciar                  tracce                                restar              fermi

 agire           ispirato               dimenticare          di       lavorare

                             vivere                        morire

                          giocare                      contemplare

Rise

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , on 2 dicembre 2012 by gioverre

Questa mattina mi sono svegliato prima dell’alba e ho fatto ordine nelle stanze dei miei pensieri.

Mi sono accorto di aver considerato la mia vita come un fallimento (concetto che cammina sgherlo, mia ossessione, con le stampelle) all’interno della società, ma, senza l’influenza di alcun rumore, ho fatto fare un nuovo giro al mio punto di vista e l’ho tradotto in un’altra maniera: as a repulsion towards society.

Al buio di questa notte non finita adagio parole nel silenzio di questo spazio familiare. Finalmente mi accolgo dentro la mia casa, dentro il mio corpo, dentro di me. Attendo con una lieve gioia primigenia il sorgere del sole…

(noncurante della morsa del tempo)

Io scrivo aspettando l’aurora sulla cresta di un cratere. Sotto c’è tutto un mal-essere, un magma dell’essere, che ribolle, s’infuoca, cola, s’alza, s’allarga scuotendo. Non è il momento di spaventarsi. Ora posso quiescere con la percezione salda alle cose e libera di sentire fuori e dentro me, con la mente momentaneamente esautorata dai compiti del giorno. Ora posso rivolgere lo sguardo alla prima luce dell’intimità…

 

sunrise
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una laurea che non vale un cazzo. il servizio sanitario italiano che non funziona. rubinetto che spande. M13 odiato. bocconi avvelenati nei boschi. il giro quotidiano di Spugna. freddo. crampi nel scendere le scale. mancano biscotti e fette biscottate. promemoria per il resoconto meteorologico della Valle. articolo sul Vecchio Monastero. pranzo con i collaboratori de Il Bernina. preoccupazione: Spugna si gratta le orecchie in maniera selvaggia. entrano gli inquilini. manca il contratto d’affitto. firmare delega per assemblea condominio panorama. Imu costosissima. permesso di soggiorno non rilasciato. fame. denti cariati. acquisto tufi. sempre aggiornati sull’attualità. telefonare agli atleti SponsorPool. cellulare vecchio con auricolare malfunzionante. imparare il tedesco. spedire curriculum per supplenze. prepararsi per la serata: concerto a Brusio. cambiarsi. Spugna si lamenta. stipendi miseri. pensieri poco confortanti sul vivere questa vita

Il fantoccio come rimedio al successo

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , on 20 marzo 2012 by gioverre

Ringrazio Nic per il bell’articolo sulla serata della mia nomina. Ma, leggendolo, ho avuto un effetto di straniamento. All’inizio ho pensato che non sono abituato a leggere il mio nome in un testo. Poi, riflettendoci, ho considerato che non era possibile questa supposizione, poiché in altri articoli giornalistici o su carte burocratiche compare il mio nome e non ho mai avuto una reazione come questa. “Non si può ripetere ad alta voce il proprio nome per 3 volte!” diceva il Poeta, se non ricordo male. Mi sembrava una cavolata, invece forse non lo era. Se al punto di vista riflessivo sostituiamo la terza persona, le cose probabilmente non cambiano. Il mio nome in quell’articolo si trova più volte ed è lì che, a mio modo di vedere, si è verificata la frattura. Superata la soglia limite, il mio nome è diventato intollerabile a me stesso. Questo perché? Ragioniamo! Se io sono da solo non ci sono problemi; quiete, un po’ di disagio per la solitudine, ma niente più. Se io dialogo con l’Altro Me, ossia con un Lui in me, siamo in due ed è normale. Ed è chiaro che nello stesso istante non possono esserci dialoghi con più parti di Me. C’è dialogo solo in due e quindi la relazione a tre elementi risulterebbe complicata. Certamente il terzo può esserci nel caso in cui sono io che mi osservo. Ovvero io osservo me, ma siamo comunque in due e forse per questo motivo diventa insopportabile e impossibile sentire il proprio nome tre volte di fila. Ma, contorcendo ancor di più il ragionamento, l’Io che osserva potrebbe vedere due Me o almeno capire dai gesti o dall’aria meditabonda che io sono impegnato in un discorso con un Altro me. Fin qua, siamo al limite. Non si può andare oltre e uscire da questo circuito della mente se non si vuole perdere la propria identità. Non può esserci un quarto! Un altro osservatore, no! Ma, forse, non è proprio così; se c’è una quarta parete, possono esserci altri osservatori. Ma, tengo presente, si compromette la propria identità, perché a quel punto io divento personaggio all’interno del mondo. Di certo non sono più me stesso, sono una finzione da teatrino. Così si può reggere lo sguardo altrui solo se non sono me stesso. Così, all’interno di questa intricata e tortuosa riflessione, ho assaggiato per la prima volta il delirio del successo leggendo quell’articolo. Quello stesso nome ripetuto 4-5 volte è stranamente diventato insopportabile per Me. Non faceva parte di questo Me. Ho dovuto trovare una soluzione alternativa a questo delirio ed è stata quella di creare un personaggio da controllare, e che assolvesse il compito di mettersi davanti ai mille e più sguardi provenienti dal mondo, come un bersaglio che attende di essere perforato da mille e più frecce.  E in questa maniera  si tenta di non essere colti dal collasso, poiché quello che si chiama con il mio nome non sono realmente Io, ma un fantoccio che io ho intessuto e che io ho lasciato andare a ballare davanti agli archi tesi del successo.

Quando guido mi addormento

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , , on 27 febbraio 2012 by gioverre

Quando guido mi addormento. Di notte, percorrendo la Valcamonica, smarrisco il senso del controllo e chiudo gli occhi, non so per quanto, so che tutto va, la macchina per la sua strada, io per la mia. Vedo le luci delle stelle tutt’attorno, lucenti nella materia oscura, incrocio bagliori di comete che passano sfiorandomi, penetro galassie luminosissime che in un attimo svaniscono dietro il mio passaggio.
Chi è che guida? Non lo so. So che sono assopito sul sedile e mirando lande interstellari giungo comunque a destinazione, sano e salvo.
Ho pensato a tre opzioni plausibili per spiegare questo strano fenomeno:

1. continuo a fare incidenti mortali, però, invece di spegnermi sul colpo, passo in un’altra dimensione parallela ma affine, di modo che continuo a vivere come se niente fosse accaduto;

2. sopra la mia macchina si posa la mano dorata di Dio che mi muove secondo il suo piano e mi aiuta a stare in carreggiata;

3. sento sempre accanto a me la presenza di mia madre e, quando mi assopisco, è lei che prende il controllo dei miei arti e sterza, ingrana le marce, schiaccia i pedali. So che non mi ha mai abbandonato. Continua a leggere

Non mi resta che stare

Posted in Scorie di pensieri with tags , , on 14 febbraio 2012 by gioverre

Resto perché c’è l’amore ma non rimarrei perché non c’è vita. Non sono più tentato poiché non esistono più speranze e i desideri è giusto tenerli assopiti, altrimenti è una tribuna di lamenti. Sarà l’età? Quest’età che tutto sembra una perdita di tempo e manca il tempo per vivere con se stessi e con gli altri.

Si sta!

Incerta la vita di colui che brama ed è meglio farsi assistere dalla stabilità del letto, coricarsi presto e alzarsi mai, rigettarsi nelle acque tranquille del sogno quando si può. Possibilmente morire così. Affogando e sul fondo

stare

Caro Franco, io non sopporto più quest’occhio interiore spalancato che illumina e controlla. Ma cosa posso fare? Questa linea verticale mi ha annullato sulla linea orizzontale. Questo spirito è impotente nel mondo della materialità. È ridicolo resistere, comunque

sto

Nel mentire c’è il gusto della vita ma oggi vorrei che la professione sulla mia carta d’identità non fosse falsa. E domani riconoscermi per quel che sono, senza controfigure che fanno il lavoro sporco, senza ciarlatani che mi dicono “potresti essere…” Di questi tempi girano troppe mosche in queste stanze e non mi resta che

stare

              come

                                                                   le              parole

               appiccicato

           a                                  questa

                                                                                                pece

                        di

                                                                           pagina

Ferro 3 di Kim Ki Duk

Posted in ReACcensioni with tags , , , on 9 gennaio 2012 by gioverre

Ferro 3 è un film del 2004, del regista coreano Kim Ki Duk, che per questo film ha vinto il premio speciale come miglior regia al festival di Venezia (2004).

 

Il titolo Ferro 3 si riferisce alla mazza da golf che si vede all’interno del film. Questa mazza ha una particolarità. È la più insolita da utilizzare per i giocatori di golf. Si usa in situazioni eccezionali, uniche. E, non a caso, la storia d’amore fra i due giovani protagonisti è anch’essa unica, veramente eccezionale.

Bravo il regista che ci offre una visione sulla clandestinità in maniera originale e profonda. Il protagonista di questo film entra nelle case lasciate vuote per motivi di lavoro o di vacanze e lì prende dimora finché i proprietari non tornano. In queste case approfitta del tempo disponibile per aggiustare oggetti, fare il bucato e altre faccende domestiche. Già questo è di per sé un elemento straniante, mai visto nei film comuni.

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Il sistema 2012

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , , on 6 gennaio 2012 by gioverre

Io m’aggrappo a tutto in mancanza di forma di quest’era mutile e scontornata, proiezione spregiudicata d’infingardi speculatori che ci tolgono le nostre speranze di geometria esistenziale.

Così nel sorriso della Vergine Maria mi sono commosso, nel bue e nell’asinello appacificati dagli sforzi quotidiani, nel fuoco vitreo di tungsteno che monda le impurità delle tenebre e nella vita di un bambino che si ripete una volta, e una volta ancora nelle nostre vite. Scruto quella scena familiare in quella capanna, senza pareti, senza protezioni di cemento, quest’amore vasto e virtuoso, trasparente come l’acqua purificatrice, allegro come la fiamma che li riscalda, sincero come l’aria fresca che respirano, eterno come la terra su cui sono inginocchiati. Io non resisto alla penetrante verità e mentre mi aggiro per le strade m’attornia il mistero di questi muri alti, possenti, disciplinati a stare muti, e quando cammino faccio passi per capire, ma c’è un abisso che non riesco a osservare. Tutto mi è nascosto. Strano come la notte tetra si confida più delle anime sguainate nelle loro tane sporche. E allora perché una finestra illuminata di calore non mi riscalda, ma raggela!

Mi sembra di essere un mostro reietto che non fa altro che camminare, che scrivere quello che incute incanto e che dona orrore. Continua a leggere

Antonio Moresco – Gli esordi (un’escrescenza di recensione)

Posted in ReACcensioni with tags , , on 25 dicembre 2011 by gioverre

Notte di parti dolorosi, di muscoli sfiancati, di lacerazione dei tessuti vaginali, notte di vagiti e paglia, di caldo fiato animale sulla pelle di un bambino, e io, uomo del futuro, in questa notte ho ricevuto un regalo particolare, un libro di cui ho scritto una recensione che non è una recensione, è un’escrescenza di recensione. Se volete, prego, leggete e buon natale.

Finalmente è stato ripubblicato il romanzo Gli esordi, questo libro fantasma (come lo definisce il blogger Lorenzo) che non si trovava più in circolazione, quasi fosse stato sotterrato di nuovo, rigettato nell’increazione per diventare ancora più esplosivo. Un percorso editoriale travagliato quello di questo romanzo, di uno spessore qualitativo enorme che però è stato ostacolato dal veto di editori, e solo nel 1998 ha visto la pubblicazione per Feltrinelli. Ora, nel 2011, dopo ventisette anni dall’inizio della stesura ricompare nelle librerie nella versione revisionata e definitiva.
Negli Esordi Moresco ci ha messo dentro la sua vita, sia nel senso narrativo, dato che si tratta di una specie di autobiografia divisa in tre periodi storico-esistenziali, sia nella genesi, in quanto lo scrittore ha consumato molte energie in rifacimenti e correzioni. Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (2)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 10 ottobre 2011 by lostkid84

Nei giorni successivi si comportarono come se la storia delle poesie che ormai lui le consegnava con regolarità una notte a settimana  dovesse rimanere un gioco segreto; aleggiava tra loro una sorta d’atmosfera rarefatta di contegno, quasi ci fosse il timore che, scoprendo il velo di mistero, l’incanto sarebbe svanito… Una notte però, mentre lui si apprestava a depositare la sua poesia settimanale, lei, cogliendolo di sorpresa, aprì la porta, e guardandolo intensamente, con voce sottile e decisa disse: «Non pensi che il nostro  piccolo segreto sia durato abbastanza… Ho capito che con le parole sei abile a lusingare le povere fanciulle indifese, ma con i fatti come te la cavi?». Lui rimase spiazzato e visibilmente scosso; con un gesto incontrollato aveva accartocciato la busta con la poesia ed era rimasto impalato, quasi marmorizzato… Come gli succedeva sempre in queste situazioni, l’imbarazzo e la tensione lo fecero balbettare e non riuscì a spiccicare nemmeno una frase di senso compiuto… Allora lei prese le redini della situazione, gli tese la mano e con una stretta sicura lo tirò a sé e gli sussurrò con dolcezza: «Ho sempre sperato che fossi tu… In fondo l’ ho sempre saputo… I miei non ci sono stanotte, non vorrai mica lasciare sola una ragazza indifesa in un posto pericoloso come questo?». I suoi occhi brillavano di una malizia seducente e lui era totalmente afono e incapace di opporsi… Lei lo accompagnò dentro casa e poi nella sua stanza da letto…Quella notte fecero l’amore, quella notte fu l’inizio di tutto, quella notte l’avrebbe benedetta e maledetta per un sacco di tempo, quella notte sapeva già di sconfitta; anche se era stato fantastico, lui ebbe subito la consapevolezza che non sarebbe durato.
Nei mesi seguenti accadde tutto quello che succede tra due che si dicono innamorati: le promesse, le discussioni fino a notte fonda, l’amore fatto nei fienili, i tramonti ad accarezzare progetti che si sanno irrealizzabili, e poi confidarsi le più intime lacerazioni, liberare nel pianto la propria sofferenza, prendere per il culo i paesani,  farsi il verso, litigare per le stronzate … L’idillio durò finché la merda non iniziò a scendere copiosa… E quando la merda viene giù a fiotti non puoi evitare di lasciarti invischiare… Lui l’aveva sempre saputo, ma per un po’ aveva preferito ingannarsi, perché pensava di meritarsi uno spicchio di felicità… Sapeva che lei non avrebbe mai accettato di rimanere incatenata a quel paese, che la sua era una presenza temporanea, che tutto ciò che la interessava era fuori di lì: l’università, gli amici, il suo lavoro. A trattenerla forse era rimasto solo il loro rapporto… Anche se lei non aveva mai accennato al fatto che prima o poi se ne sarebbe dovuta andare, ormai la questione era una nuvola nera che incombeva su di loro, lì ad annunciare il temporale incombente… E ovviamente il temporale non si fece attendere.
Una sera, mentre se ne stavano sdraiati nel fienile a fare niente, ognuno immerso nei propri pensieri, lei all’improvviso con tono secco e nervoso interruppe la quiete apparente dicendo:  «Senti, insomma  è un po’ di tempo che ci penso su… E’arrivato il momento di affrontare la questione… Devo tornare in città definitivamente, perché mi hanno proposto una borsa di dottorato come ricercatrice all’università… E’ un’ opportunità che non posso lasciarmi sfuggire, cioè sarebbe un punto in più per la mia carriera; inoltre inizio a non sopportare più  l’aria di questo paese; è come se qui non accadesse mai niente, come se qui si rimanesse tagliati fuori dalla Storia, come se questo posto risucchiasse tutte le tue forze, anestetizzando la tua capacità di reagire…. Perché non vieni con me? Perché non iniziamo una vita nuova lontano da qui?…». Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (1)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 7 ottobre 2011 by lostkid84

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi. Continua a leggere

Auguri Gio!

Posted in Scorie di pensieri with tags , , on 16 settembre 2011 by gioverre

Auguri Gio! Quanti anni compi?

Non te lo dico!

Allora dimmi a quale età, più o meno, ti senti d’appartenere?

Sono un adolescente.

Ma se sei adolescente come mai vivi in un corpo di trent’anni?

Sei proprio uno stronzo. Visto che lo sai! Sei un conformista e insulso è il tuo giudizio.

Sarà insulso, ma comune e inevitabile.

Per favore, lasciami in pace.

Sei tu che mi vuoi qui, vivo e scritto. Se non mi vuoi, bendati e ucciditi!

Bene! Se mi uccido, morirai assieme a me. Continua a leggere

Witold Gombrowicz – Incipit di Ferdydurke #2

Posted in Quasar interstellari with tags , , on 13 settembre 2011 by giofab8184

– 3 giorni

E come no! Ci avevo provato e riprovato e al solo pensiero dei risultati mi scappava da ridere. Proprio per pettinarmi e chiarirmi il meglio possibile mi ero messo a scrivere un libro: chissà perché ero convinto che il mio ingresso nel mondo non potesse avvenire senza un chiarimento, per quanto ho ancora da vedere un chiarimento che non sia al tempo stesso una complicazione. Tanto per cominciare, avevo deciso di conquistarmi una certa benevolenza con un libro, in modo da trovarmi il terreno già preparato al momento del contatto personale: se, dicevo tra me e me, fossi riuscito a inculcare alla gente un’immagine positiva di me stesso, quell’immagine mi avrebbe a sua volta formato e, volente o nolente, fatto diventare adulto. Come andò invece che la penna mi tradì? Come mai un sacrosanto pudore mi impedì di scodellare un banale romanzo di quattro soldi? E come mai, invece di tirar fuori trame sublimi dal cuore e dall’anima, andai a scovarle negli arti inferiori, infarcii il mio testo di ranocchi, di gambe, di robaccia fermentata e immatura, isolandola sulla carta solo per mezzo dello stile, della voce, del tono freddo e distaccato, per far vedere che intendevo prendere una certa distanza dal fermento? Come mai, a dispetto delle mie stesse intenzioni, intitolai il libro Ricordi del periodo della maturazione? Invano gli amici mi consigliarono di non dargli quel titolo e di evitare ogni minima allusione all’immaturità. “Non farlo,” mi dicevano, “l’immaturità è un concetto troppo drastico. Se tu stesso ti definisci immaturo, come diavolo vuoi che gli altri ti riconoscano maturo? Non lo capisci che la condizione sine qua non della maturità sta nel proclamarsi maturo?” Ma io invece trovavo ingiusto sbarazzarsi così alla leggera del marmocchio che avevo dentro, come niente fosse: gli Adulti erano troppo acuti, troppo perspicaci per non accorgersene, e se uno era tampinato senza sosta dal proprio marmocchio non poteva decentemente presentarsi in pubblico senza di lui. Forse prendevo troppo sul serio la serietà, sopravvalutavo troppo l’adultaggine degli adulti. Continua a leggere

Witold Gombrowicz – Incipit di Ferdydurke #1

Posted in Quasar interstellari with tags , , on 10 settembre 2011 by giofab8184

– 6 giorni

Che Gombrowicz ci benedica e ci porti fortuna! Per questo motivo riportiamo l’inizio di Ferdydurke, uno dei più bei romanzi modernisti, che narra la vicenda di una regressione verso l’infanzia di un uomo di trent’anni. Una prosa nervosa e folgorante per una riflessione sul concetto di maturità/immaturità dell’uomo adulto.  Per chi non lo conoscesse, Gombrowicz è uno scrittore polacco, nato nel 1904 e morto nel 1969. Laureatosi in legge, nel 1930 decide di dedicarsi alla letteratura. Altre opere consigliate sono Cosmo e Pornografia.

Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo quando la notte vera e propria è ormai finita e l’alba non riesce ancora a farsi strada. Destato di soprassalto, stavo già per precipitarmi in taxi alla stazione pensando di dover partire. Mi ci volle un minuto buono per rendermi conto che nessun treno, ahimè, mi aspettava alla stazione, e che non era quella la mia ora. Giacevo in una luce lattiginosa, il corpo pervaso da una paura insopportabile che mi opprimeva angosciamente l’anima, l’anima opprimeva il corpo e ogni intima fibra si torceva nel presentimento che niente sarebbe successo, niente cambiato, niente sopraggiunto e qualunque cosa avessi intrapreso il risultato sarebbe sempre stato zero via zero. Era il terrore del non esistere, la paura del non essere, l’ansia del non vivere, il timore della non realtà, l’urlo biologico di tutte le mie cellule davanti alla lacerazione, alla dispersione, allo sparpagliamento interiore. Terrore dell’indecorosa inezia piccinereria, orrore della dissoluzione, panico del frazionamento, paura della violenza che mi stava dentro e che mi minacciava dall’esterno; ma più importante di tutto, qualcos’altro incombeva dappresso senza un attimo di respiro, qualcosa che avrei potuto definire un intermolecolare senso di beffa, di scherno interiore, l’intimo dileggio delle varie parti scatenate del mio corpo e delle analoghe parti dell’anima mia. Continua a leggere

Ancora sulla strada

Posted in Detriti in versi with tags , , on 25 agosto 2011 by lostkid84

Ancora sulla strada mi aggiro smarrito,
con il volto rivolto al plenilunio e le braccia conserte,
con la solita vecchia smania di comprendere,
con la solida e nuova consapevolezza di cedere.
Vulnerabile come carne tenera al macero,
nell’ostentazione della mia apatia cristallizzo
la paura di osare, mi rinchiudo nel torpore,
e abuso dell’autoindulgenza. Ancora sulla strada
i nuovi segnali sbiadiscono, non posso penetrare le cose;
ci sono corazze dure come cortecce di querce millenarie,
ci sono verità scivolose come anguille e arrivare alla foce
del Senso Ultimo è come negare la nascita. Ripercorro
al contrario me stesso, muoio alla sorgente,
mi devo sporcare per rinascere,
devo risalire la corrente per temprarmi.
Ancora sulla strada, senza illuminazioni e rivelazioni, al buio,
al freddo percepisco il mondo nella sua concreta evanescenza.
E’ tutto attorno a me e non esiste, resiste e poi sfuma,
profuma d’apocalisse il mio viaggio d’Ulisse.
Non vedo lampioni, ma fioche luci, riflessi di voci, echi.
Ma sono ancora qui sulla strada,
e l’asfalto è cicatrice aperta, che avvince il mio corpo,
e il profumo di tubi di scappamento è poesia del riciclo.
Ancora da solo, qui sulla strada a sperare
che una qualche fottuta divinità mi venga a salvare.

Rumoremoto

Posted in Scorie di pensieri with tags , , , , on 15 luglio 2011 by giofab8184

Dopo aver pranzato a volte mi si chiudono gli occhi e vado a letto a fare un sonnellino. Appoggio la testa sul cuscino e chiudo gli occhi. Se fisso il buio della stanza resta il dramma dell’esistenza che si insinua nelle insenature dell’esistenza e cosa posso fare se non altro che chiudere gli occhi. Tutto diventa una sorta di raccoglimento, le ante chiudono gli occhi della casa e mi chiudono nel sogno. Con gli occhi chiusi posso ancora udire, quando passano irriverenti, le moto che passano sotto casa e come passatempo sfrecciano curva dopo curva sul Passo del Bernina. Passa poco tempo e una fila di rombi tuonanti tornano … e passano … mi sorpassano sulla strada squarciando la strada … come un coltello la carne apre l’asfalto … la strada diventa ferita … guai a caderci dentro … però devo andare avanti … costi quel che costi … su queste labbra slabbrate di strada asfaltata … violate. Ne passano altre … le curve a mozzafiato … le rette a perdifiato … corro con il fiato alla gola… per non venire … investito … dal fragoroso sfacelo … franante … cado senza fiato … grido … aiuto … già perso … rumoremoto … e intanto passano ancora le moto sulla strada davanti alla mia stanza con gli occhi chiusi davanti alla strada ripassano gli occhi chiusi della mia stanza davanti alle moto sulla strada … esci dallo sguardo di questo sguardo chiuso di occhi … scansati dalla strada … salta … Continua a leggere