Archivio per Giovanni Pascoli

L’ultimo verso #2

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , , , , on 27 aprile 2010 by gioverre

Nelle lezioni su “La Ginestra” – sicuramente il poema leopardiano è uno dei punti di riferimento per la sua poesia astrale – Pascoli celebra tra le «espressioni più efficaci» a rappresentare l’universo «il poema cosmogonico in prosa»[1] di Edgar Allan Poe intitolato Eureka.[2] La visione scientifica, e allo stesso tempo divina, dell’universo è tipicamente ottocentesca. Poe scrive che Dio creò la Materia primaria dal nulla grazie alla sua Volontà e con la «Particella primordiale ha completato l’atto (…) della Creazione». Continua asserendo che l’Universo nasce dalla scissione di questa Unità in una Molteplicità di atomi «finché l’energia diffondente» emanata in questo Atto divino «smettendo di essere esercitata, lascerà questa tendenza libera di cercare il proprio compimento», in previsione di «una reazione subitanea (…) degli atomi divisi a tornare Uno». Lungo il suo poema in prosa Poe associa le leggi fisiche dell’Attrazione e della Repulsione rispettivamente ai concetti di materialità e spiritualità dimostrando attraverso alcuni fenomeni inerenti al cosmo che «il Corpo e l’Anima camminano mano nella mano». Infine scrive:

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L’ultimo verso #1

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , , , , on 24 aprile 2010 by gioverre

In questi giorni pubblico due articoli, e specificatamente uno studio, in seguito alla accensione, avvenuta a fine marzo, del LHC (Large Hadron Collider) al CERN di Ginevra. Questa macchina, tecnologicamente la più avanzata al mondo, è un acceleratore di particelle che permetterà agli scienziati di comprendere alcuni processi fisici, ancora oscuri, dell’universo, attraverso l’analisi minuziosa dello scontro di due fasce di protoni lanciati quasi alla velocità della luce. Mediante tale operazione si spera di riuscire ad individuare il bosone di Higgs, definito anche “la particella di Dio”, l’atomo da cui si è generato il nostro cosmo, o meglio il punto nel quale la concentrazione d’energia, esplodendo, ha creato la massa.

Nonostante il differente ambito d’indagine, propongo in questo blog un’analisi letteraria di un fenomeno affascinante come la creazione dell’universo, concentrandomi sull’ultimo verso di Alla cometa di Halley di Pascoli (postata due giorni fa), e presentando al lettore di oggi la particolare, seppur passata, visione scientifica del cosmo tra Ottocento e inizio Novecento, ancora legata in minima parte a una concezione teogenetica.

Nel componimento la cometa di Halley compare a Dante (a cavallo tra il 1301 e 1302), nel periodo della cacciata da Firenze, e simboleggia la minaccia della precarietà delle cose e il male che pervade il cosmo. Secondo la visione pascoliana l’universo ha la profondità e l’incomprensibilità della morte e l’unico che può affrontare la morte del Tutto è Dante, unico essere umano ad aver visitato e aver trasmesso all’umanità quello che c’è dopo la vita.

 Il titolo è stato scelto in riferimento all’ultimo verso del poemetto, ma è particolarmente adeguato per la sua sfumatura apocalittica in quanto “Il Niente o il Tutto: un raggio, un punto, l’Uno” può essere ritenuto il verso esemplare del nostro estremo limite esistenziale, della nostra situazione quando ci sarà la fine dei tempi.

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Giovanni Pascoli – Alla cometa di Halley

Posted in Quasar interstellari with tags , , , , on 22 aprile 2010 by giofab8184

O tu, stella randagia, astro disperso,
che forse cerchi, nel tuo folle andare,
la porta onde fuggir dall’universo!

Le stelle, quando la tua face appare,
impallidiscono; ansa nei pianeti
l’intimo fuoco, alto s’impenna il mare.

Escono le sibille dai segreti
antri d’Uràno. In riva dei canali
di Marte, in pianto, passano i profeti.

Pieno di pianto è il cielo de’ mortali
figli del Sole; e sangue rosso piove
nella penombra, a man a man che sali,

degli astri attorno al semispento Giove.

II

O tu, ricordi questa terra nera?
Volgono appena otto anni tuoi, da quando
tu lo vedesti, in una cupa sera,

un della Terra. Andava solo, errando,
senza speranza, col bordone in mano,
ma senza meta, dalla patria in bando

e da sé stesso: e nel cammin suo vano
ei s’arrestava, mentre l’ombra queta
calava, udendo un mesto suon lontano.

E dagli abissi uscita allor, Cometa,
tu fiammeggiavi lunga all’orizzonte.
Udiva il suon lontano di compieta,

che par che pianga. E lo toccasti in fronte. Continua a leggere