Archivio per le locuste

La grande invasione delle locuste (1)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 7 ottobre 2011 by lostkid84

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi. Continua a leggere