Archivio per Racconto

La grande invasione delle locuste (2)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 10 ottobre 2011 by lostkid84

Nei giorni successivi si comportarono come se la storia delle poesie che ormai lui le consegnava con regolarità una notte a settimana  dovesse rimanere un gioco segreto; aleggiava tra loro una sorta d’atmosfera rarefatta di contegno, quasi ci fosse il timore che, scoprendo il velo di mistero, l’incanto sarebbe svanito… Una notte però, mentre lui si apprestava a depositare la sua poesia settimanale, lei, cogliendolo di sorpresa, aprì la porta, e guardandolo intensamente, con voce sottile e decisa disse: «Non pensi che il nostro  piccolo segreto sia durato abbastanza… Ho capito che con le parole sei abile a lusingare le povere fanciulle indifese, ma con i fatti come te la cavi?». Lui rimase spiazzato e visibilmente scosso; con un gesto incontrollato aveva accartocciato la busta con la poesia ed era rimasto impalato, quasi marmorizzato… Come gli succedeva sempre in queste situazioni, l’imbarazzo e la tensione lo fecero balbettare e non riuscì a spiccicare nemmeno una frase di senso compiuto… Allora lei prese le redini della situazione, gli tese la mano e con una stretta sicura lo tirò a sé e gli sussurrò con dolcezza: «Ho sempre sperato che fossi tu… In fondo l’ ho sempre saputo… I miei non ci sono stanotte, non vorrai mica lasciare sola una ragazza indifesa in un posto pericoloso come questo?». I suoi occhi brillavano di una malizia seducente e lui era totalmente afono e incapace di opporsi… Lei lo accompagnò dentro casa e poi nella sua stanza da letto…Quella notte fecero l’amore, quella notte fu l’inizio di tutto, quella notte l’avrebbe benedetta e maledetta per un sacco di tempo, quella notte sapeva già di sconfitta; anche se era stato fantastico, lui ebbe subito la consapevolezza che non sarebbe durato.
Nei mesi seguenti accadde tutto quello che succede tra due che si dicono innamorati: le promesse, le discussioni fino a notte fonda, l’amore fatto nei fienili, i tramonti ad accarezzare progetti che si sanno irrealizzabili, e poi confidarsi le più intime lacerazioni, liberare nel pianto la propria sofferenza, prendere per il culo i paesani,  farsi il verso, litigare per le stronzate … L’idillio durò finché la merda non iniziò a scendere copiosa… E quando la merda viene giù a fiotti non puoi evitare di lasciarti invischiare… Lui l’aveva sempre saputo, ma per un po’ aveva preferito ingannarsi, perché pensava di meritarsi uno spicchio di felicità… Sapeva che lei non avrebbe mai accettato di rimanere incatenata a quel paese, che la sua era una presenza temporanea, che tutto ciò che la interessava era fuori di lì: l’università, gli amici, il suo lavoro. A trattenerla forse era rimasto solo il loro rapporto… Anche se lei non aveva mai accennato al fatto che prima o poi se ne sarebbe dovuta andare, ormai la questione era una nuvola nera che incombeva su di loro, lì ad annunciare il temporale incombente… E ovviamente il temporale non si fece attendere.
Una sera, mentre se ne stavano sdraiati nel fienile a fare niente, ognuno immerso nei propri pensieri, lei all’improvviso con tono secco e nervoso interruppe la quiete apparente dicendo:  «Senti, insomma  è un po’ di tempo che ci penso su… E’arrivato il momento di affrontare la questione… Devo tornare in città definitivamente, perché mi hanno proposto una borsa di dottorato come ricercatrice all’università… E’ un’ opportunità che non posso lasciarmi sfuggire, cioè sarebbe un punto in più per la mia carriera; inoltre inizio a non sopportare più  l’aria di questo paese; è come se qui non accadesse mai niente, come se qui si rimanesse tagliati fuori dalla Storia, come se questo posto risucchiasse tutte le tue forze, anestetizzando la tua capacità di reagire…. Perché non vieni con me? Perché non iniziamo una vita nuova lontano da qui?…». Continua a leggere

La grande invasione delle locuste (1)

Posted in La grande invasione delle locuste with tags , , on 7 ottobre 2011 by lostkid84

Questo lungo racconto verrà diviso in 9  “puntate” per ragioni d’impaginazione. Per non rovinare il piacere o il dis-piacere della lettura eviterò di anticipare con un riassuntino i temi centrali della narrazione, i caratteri dei personaggi, i luoghi dove si svolge l’azione, chè fondamentalmente non sono mai stato granchè abile a riassumere e preferisco che sia il racconto, di volta in volta, a rivelarsi a voi, senza bisogno d’intermediazioni.
Per ultima cosa vorrei ringraziare sentitamente il mio compagno di naufragio gioverre per i suoi utilissimi consigli, per le correzioni, gli spunti e le interminabili discussioni su skype, fonte costante e inesauribile d’ispirazione e di vecchia e sana ilarità.

Il racconto è dedicato alla mia famiglia e ai miei più cari amici, per il sostegno e l’affetto che mi hanno sempre dimostrato.

Erano anni che se ne parlava in paese, forse secoli addirittura. Lì in quel posto sperduto, lì dove non succedeva mai nulla, dove la Storia non sembrava arrivare, forse qualcosa sarebbe accaduto… La notizia l’avevano diffusa tutti i notiziari ed erano arrivati fin sotto casa sua una miriade di giornalisti ad intervistare gli abitanti di quello sconosciuto angolo di mondo. Come avrebbero fatto fronte a quell’ invasione? Avrebbero abbandonato i loro appezzamenti di terreno? Come si sentivano? Erano terrorizzati o solo rassegnati? “Solite domande da giornalisti del cazzo” pensava lui… Come avrebbero dovuto sentirsi all’idea che ciò per cui avevano lavorato tutta la vita sarebbe stato spazzato via nel giro di pochi istanti? Comunque a lui non interessava granché di perdere tutto quello che possedeva. Ne aveva le palle piene di cavare fuori qualcosa da quel terreno arido e inospitale.
Erano stati anni tosti gli ultimi due: il suo vecchio aveva tirato le cuoia il maggio dell’anno prima. Si era accasciato in mezzo alla loro piccola piantagione, e, accartocciatosi su se stesso come una foglia rinsecchita, in uno spasmo se ne era andato… Una vita spesa dietro quelle quattro pannocchie, mai una soddisfazione vera, mai un sorriso, sempre lì a darsi da fare, a lottare con la siccità, le intemperie, quei fottuti parassiti, e all’improvviso in punta di piedi se n’era andato… Senza strepiti, senza nessun clamore la sua terra se l’era ripreso… E questo lui non riusciva ad accettarlo… Cioè, è tutta qui la vita? È proprio così che va a finire? Tutti quei sogni, quella voglia di sbranare il mondo, fare l’amore nei fienili, ascoltare di soppiatto il vento che carezza le foglie, si conclude tutto così? Mentre le cose succedono, rimani sempre immobile ad aspettarle, e poi le vedi sfuggire, e cazzo non le hai vissute! E lui si sentiva esattamente così… Aveva sempre rifiutato di andare a cercare fortuna altrove, era rimasto lì, e non l’aveva fatto per una questione romantica del tipo “sono legato alle mie radici, questo è il mio mondo e non voglio abbandonarlo”. No, la sua era stata solo paura! Ogni volta che decideva di andarsene da quel buco di merda, che metteva i suoi quattro stracci nella valigia, una forza inarrestabile sembrava inchiodarlo alle assi di legno della sua stanza: era la paura dell’ignoto che glielo stava mettendo nel culo! E se fuori la situazione fosse stata la stessa? Se anche altrove si fosse sentito sempre così alienato, così fuori luogo, così dannatamente tagliato fuori? Era meglio continuare ad alimentare quel sogno di evasione, che tutto rimanesse nel tepore rassicurante del possibile; non voleva che la realtà gli presentasse il conto. Per questo motivo aveva continuato a coltivare l’appezzamento di terreno; ed ogni goccia di sudore che colava nell’arsura dell’estate, ogni volta che si feriva, che il raccolto veniva distrutto da una grandinata, sentiva una voce urlargli dentro: “Scappa, fuggi, cosa aspetti?” . Ma la paura era più forte di tutto questo, la paura lo aveva reso schiavo. Anche il suo vecchio sembrava essersi accorto della sua infelicità; quando lo guardava di sottecchi e notava l’abbattimento nei suoi occhi, spesso gli diceva: «Ma perché se non stai bene, non te ne vai di qui? In fondo sei giovane, hai una vita davanti… Io qua posso cavarmela da solo, per quello che c’è da fare… Ho messo da parte qualcosa, sai… Da quando la mamma non c’è più, ho sempre pensato che i soldi che ho guadagnato coltivando questa terra infame, li dovessi dare a te per offrirti la libertà di scegliere cosa diventare, quella libertà che io non ho mai avuto…». Quando pronunciava queste parole, al vecchio la voce tremava dall’emozione e a stento riusciva a trattenere le lacrime… Guardava l’orizzonte come a cercare qualcosa in fondo a quella distesa immensa di raccolti e rimaneva assorto con lo sguardo fisso ed assente per istanti che sembravano interminabili… All’improvviso però si ridestava da quella sorta di catalessi e il volto tornava ad assumere i lineamenti severi di sempre; si asciugava il sudore con la manica della camicia e continuava a zappare, ma con maggiore foga, quasi tra lui e quella terra ci fosse una battaglia ancestrale in corso. Lui rispondeva sempre di essere felice, di stare bene, di voler restare. Era solo stanco e silenzioso, ma quello era il suo carattere, non poteva certo cambiarlo. Mentre stava parlando, però, evitava di guardare il vecchio negli occhi, perché sapeva che il suo sguardo non avrebbe mentito, che il suo sguardo avrebbe potuto cancellare tutte le stronzate che continuava a raccontare e a raccontarsi. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #10

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , on 25 dicembre 2010 by gioverre

VI

La permanenza a Dubai durò una decina di giorni. Poi presero l’aereo per il ritorno in Svizzera. La situazione atmosferica non era delle migliori, si stava volando in tetre nuvole grigie e nerastre. Lo speaker aveva allertato i passeggeri della presenza di una perturbazione e aveva raccomandato a loro di stare al proprio posto e cinturarsi. Urs se ne stava seduto affianco alla moglie, era nervoso, sbuffava, si strofinava con la mano sinistra il braccio ingessato; Silvia, molto tranquilla, stava gestendo tramite I-phone l’agenda degli appuntamenti del suo compagno di vita. L’aereo si infilò nella baraonda del temporale e iniziò a sobbalzare. Sui volti di molta gente si leggeva un certo spavento, ma Urs e Silvia non sembravano colti da eccessiva paura. Nonostante ciò, la donna concluse il suo lavoro e ripose il mini-elaboratore nella tasca della sua borsa. Urs, notando che Silvia non era più impegnata, si lasciò scappare delle parole, non voleva dirle, anzi avrebbe voluto tenersele dentro e dimenticarle alla fine del viaggio, ma non ci riuscì. Infatti i balzi del velivolo avevano delle ripercussioni sul suo diaframma, sul suo stomaco, e gli crebbe un tale malessere che per rimediare al quale gli sembrò necessario espellere quello che ci aveva dentro: « Dio mio, cos’è ‘sta roba! Ora ci mancava solo questa, non ci tornerò … »
« Calmati, Ursacchiotto mio, non preoccuparti, passerà la perturbazione » disse la moglie con aria premurosa cercando di tranquillizzare il marito.
« Mai più a Dubai, mai! Mai da quegli emiri saccenti, da quella grande prostituta urbana! » Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #9

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , , on 23 dicembre 2010 by gioverre

Prendendogli la mano: « Sì, qui c’è lei, grande sceicco, grazie ancora.»
« Noi sceicchi abbiamo donato molte risorse monetarie ai nostri sudditi affinché potessero realizzarsi in qualunque attività, e di conseguenza ciò ha portato lo splendore odierno di Dubai. » Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #8

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , , on 21 dicembre 2010 by gioverre

V

Secondo il piano urbanistico di Dubai, l’ex zona industriale di Al Quoz doveva essere trasformata in polo culturale e artistico. Qui, in uno dei capannoni ristrutturati, erano state esposte le opere di Urs. La sala dalle pareti bianche era resa più vivace dai colori delle sue creature che erano confinate all’interno di solide cornici dorate. La luminosità dell’ambiente era buona e garantita per le ore diurne da lucernari e due enormi vetrate. Da una delle vaste vetrate si poteva osservare la stradina asfaltata che girava attorno alla ex-fabbrica, il muro di cemento dell’edificio attiguo e sopra di esso lo spuntare lussureggiante della cima del Burj Dubai, acceso come un faro nella sfumata oscurità della sera. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #7

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , on 19 dicembre 2010 by gioverre

Un giorno, invece, decise di farsi un giro per i rinomatissimi mall di Dubai. Varcando la soglia di porte girevoli o scorrevoli in vetro, ci si ritrovava in Occidente, nell’ormai solito e familiare ambiente che c’era a Milano, come a New York, come a Tokio, come a Shangai. Porca la miseria, questa è la creatura della globalizzazione! Dove le diversità vengono annullate! In questi spazi ricreati e avveniristici, c’erano le abituali vetrine dove in bella mostra, a risaltare su manichini o rialzi, si vedevano i prodotti delle maggiori griffe mondiali. Incredibile, questa è l’attuale macchina del tempo: dall’autenticità della località si balza all’interno di un altro mondo, cazzo, ci si sposta in brevissimo tempo da una contemporaneità reale a una dimensione artificiale e omologata. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #6

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , , on 18 dicembre 2010 by gioverre

 

Burj Dubai

IV

Per Urs le mostre internazionali erano ormai una consuetudine e l’occasione di esporre a Dubai gli sembrò una buona opportunità. Infatti, dopo aver verificato il potenziale economico e promozionale di questa città molto nominata nelle agenzie turistiche, decise di compiere questo viaggio. Commissionò il trasferimento delle opere alla abituale ditta di trasporti speciali e, appena partite le sue creature, s’involò.
Giunti all’aeroporto, prese il taxi che lo condusse verso la città moderna. Lungo la Sheick Zayed Road, composta da ben sei corsie per senso di marcia, vedeva snocciolarsi dai finestrini i colossi del centro finanziario che avevano le forme più strane, come le Emirates Towers a sezione triangolare, o come i bizzarri cappelli degli altissimi grattacieli ultramoderni che in fila sovrastavano l’autostrada. Prima di arrivare Al Quoz, dov’era situata la mostra, s’innalzava, alla sua sinistra, solenne e spaventosa una mastodontica siringa. Era il grattacielo più alto del mondo, il Bury Dubai, ottocento e più metri di vertigine. A Urs venne subito in mente la torre di Babele e la sua leggenda. Girando e conoscendo gente, dagli organizzatori ai dipendenti e ai gestori dell’hotel, dalla manodopera dei quartieri ai commessi dei negozi, dai manager ai visitatori che passavano a osservare le sue opere, scoprì che una minoranza della popolazione era di origine emiratina, e che, invece, molti provenivano dall’India, dal Pakistan, dall’Sud-Est asiatico e dall’Occidente. Tutti parlavano inglese, magari in modo incerto e storpiato nei suoi fonemi, ma comunque comprensibile e sufficiente per intraprendere una conversazione. Passeggiando, osservava dalla piazza sottostante, la nuova torre di Babele. Cazzo, la torre di Babele è stata ricostruita! Con il suo forte homomagnetismo convogliava la gente che si era perduta e dispersa nella catastrofe divina, e che ora, riunita sotto un idioma globale come l’inglese, tentava di costruire altre nuove altezzosità. Pensava, senza dirlo, con gli occhi puntati in alto, che quella architettura ingegneristica era pura provocazione, quella siringa avveniristica eretta nel cielo pungeva il culo a Dio, sfidandolo ancora. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #5

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 16 dicembre 2010 by gioverre

III

Per parecchi anni il sistema funzionò perfettamente.
Una mattina d’inverno, come ogni mercoledì, arrivò in casa la donna delle pulizie. La moglie e i figli erano andati al lavoro o a scuola e l’abitazione sembrava sgombra. L’assistente domestica si chiamava Cecilia ed era stata assunta da poche settimane. Aveva capito le faccende da svolgere, ma nessuno le aveva detto di non provare ad aprire quella porta. Quella mattina aveva caricato la lavatrice, messo in ordine la cucina e pulito la tavola e il lavandino, poi aveva preso in mano l’aspirapolvere. Stava passando i pavimenti quando il cellulare le squillò e lei rispose. Era suo marito che doveva consegnarle dei documenti. Lei gli aprì e il suo uomo, vedendo la casa vuota, le chiese se c’era qualcuno. Lei, appena negò, venne cinta da un abbraccio vigoroso e le sue labbra vennero a contatto focosamente con quelle del coniuge. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #4

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 14 dicembre 2010 by gioverre

Leggi l’intenso articolo di Serena Visentin sul Maestro Ugo Mainetti, pubblicato sul giornale online Il Bernina.

II

Urs Artis era il terzo di tre fratelli; il suo aspetto non si addiceva proprio al suo nome di nascita. Era piccolo, un metro e sessanta d’altezza e magro, probabilmente aveva preso i geni della costituzione fisica da parte della madre, dato che il padre era un omone nerboruto, alto uno e novanta, con un vocione basso e rauco e proprio con quella voce aveva deciso da padre padrone i nomi dei suoi figli. Il nome del nonno fu preso dal primogenito Josef che da lui ereditò anche la passione per la caccia. Al secondogenito fu dato il nome di Lupus e anche costui era un accanito cacciatore che si trasferì dalle parti di Zurigo per fare il lavoro di manager nel settore edilizio. Il padre, vedendo i primi figli di stazza robusta, era convinto che pure il terzogenito sarebbe diventato tale e appena nato gli conferì il nome Urs, in modo che l’appellativo rispecchiasse in pieno la fisionomia. Ciò non si verificò e a Urs rimase attaccata quest’ironia che fin dai tempi delle scuole era utilizzata dai suoi compagni per prenderlo in giro. Il piccolo Urs con gli anni ci fece il callo e finì per lavorare come apprendista in macelleria: la gente lo vedeva all’opera mentre tirava dei colpi violenti per tranciare i nervi e le ossa, e rimaneva stupita di quanto quelle braccia così carenti di muscoli potessero fare tanto e con quale precisione! Quando il suo datore di lavoro morì per tumore, decise di rilevare l’attività e continuare, anche se in fondo avrebbe voluto essere consacrato come pittore. Molti avvenimenti cruciali, però, accaddero nella sua vita. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #3

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 10 dicembre 2010 by gioverre

Mentre i due compaesani discutevano, il turista si mise a osservare attentamente i quadri: da vicino, da lontano, disponendo indice e pollice di entrambi le mani ad angolo retto e unendole in modo da formare una limitata visuale rettangolare attraverso la quale fissare le opere, oppure curvando le dita sul palmo, e portandosi la mano in prossimità dell’occhio come se avesse avuto un piccolo cannocchiale. Continua a leggere

Lo strano caso di Urs Artis #2

Posted in Lo strano caso di Urs Artis, Racconti di bagliori with tags , , on 6 dicembre 2010 by gioverre

Dalla porta della macelleria arrivò il clang-clang della serratura che si stava aprendo. Dall’entrata sbucò un uomo magro, secco, si direbbe pieno di vitalità, capelli rasati, dal piccolo naso un po’ a uncino, che con voce squillante si mise a salutare i due clienti, e in modo garbato, con un cenno della mano, li invitò a oltrepassare la soglia e ad avvicinarsi al bancone.
Appena entrato, il villeggiante si sentì disorientato, come se non riconoscesse più gli elementi della classica macelleria. Si girava e guardava in giro, annusava l’aria. C’era un forte odore, acre; non capiva, stava intontito in mezzo al locale, stava cercando nella memoria quel profumo, e intanto, oltre le porte girevoli continuamente aperte dal macellaio che era intento a trasportare la carne dalla cella-frigo al banco-frigo, osservava le chiazze di sangue rosso sul tavolo bianco da lavoro. Balbettando disse: « Co … cos’è questo … o … o … odore? » Continua a leggere

Specchiarsi #5

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 25 giugno 2010 by samsacirce

C’era una luce inumana, ultraterrena. Vedeva in mezzo a quel bagliore che si stava affievolendo il verdeggiare smeraldino della prateria assieme al tremulo suono di foglie leggiadre che infoltivano le simmetriche chiome di querce ariose. Dentro tra le frasche guizzi fulgidi di lucherini e cardellini e trilli dorati scintillavano galleggiando nell’etere. Dietro ai robusti piedi si distendevano le ametiste ombre riposanti sul manto erboso. I petali candidi e purpurei si chiudevano e si aprivano rilucendo e abbagliando, lasciando ad ogni soffio del vento un nembo di pollini profumati di spezie e d’incenso e di soavi fragranze floreali. Il cielo era un immenso arcobaleno a cerchi concentrici che palpitava e ad ogni leggero e sognante palpito si fondevano i cromi svelando sfumature di diversi colori. Gli astri brillavano in armonia con l’immenso palpito della volta celeste amplificando o riducendo il loro chiarore. Dalla sua destra si schiuse una luce, dalla quale fino all’ orizzonte si dilungò un ruscelletto con acqua scintillante e germogliante di lievi scrosci. A meravigliare il suo sguardo apparve un giaciglio color vermiglio posato in riva al torrentello e a coprirlo si innalzava una casettina senza pareti. Splendevano dorate le sue colonnine a reggere con delicatezza una trasparente piramide di vetro. Sventolavano beate le seriche e cangianti tende accarezzate dalla brezza che, alzandosi liberamente, mostravano le diafane figure di sedie e tavolini, di mensole e vetrine. All’interno si muoveva una parvenza di donna torbidamente trasparente, si librava sfuocando l’aria. In ogni cosa s’acquietava la bellezza e ogni cosa emanava tepore e freschezza.

Appena svegliata andò sull’altro lato del letto e accese la lampada del comodino. Con un salto si scostò andando a sbattere contro la parete. Con gli occhi sbarrati e spaventati lo fissava. Al posto del viso gli sfavillava una maschera che aveva uno sguardo acceso, fissamente ieratico. Appariva felice.

Forse percepiva l’infinita bellezza della morte.

Specchiarsi #4

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 23 giugno 2010 by samsacirce

Le loro due camere erano separate da una parete che adoperavano per chiamarsi. Di notte battevano le unghie seguendo un certo codice ritmico e origliavano attentamente per ricevere senza interferenze i ticchettii. Con una determinata sequenza di colpi più forti e più deboli, la vicina si alzava dal proprio letto e andava nell’appartamento di lui. Quella sera successe che invece di bere il latte caldo che le aveva preparato, si inginocchiò sotto il tavolo, (…) così come fanno le vipere quando abboccano le mammelle delle mucche. Poi genuflessa (…), lo  trainò fino al letto portando dal frigo il punzone di cioccolato; lo spezzò, lo diede al suo uomo, prima tenendolo in alto tra le dita, poi infilandolo nella sua bocca. L’uomo iniziò a tossire, a perdere sangue: gli si era conficcata in gola senza scivolare giù nello stomaco. Lo guardò nei suoi occhi terrorizzati, poi si attaccò alle sue labbra e scese con la lingua bifida lungo la sua umida parete orale tranciando il corpo ingombrante. Appena levò la lingua, lui si inginocchiò lavandole i piedi con le lacrime. Prendendolo poi per i capelli lo alzò e lo gettò di peso sul letto. (…). Poi lo circumstrinse con gli arti inferiori spingendolo verso di sé, sempre più in fondo. Ansimavano creando un vuoto pneumatico che scatenò (…) uno smottamento di aria e di luce. In quell’attimo tenendo chiuse le palpebre vide un piccolo barlume nel buio. Più volte durante i vari amplessi osservò quel punto che pareva una stella e più volte concentrò le sue forze mentali per cercare di espanderlo.

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Specchiarsi #3

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 21 giugno 2010 by samsacirce

“Come è possibile che la mia immagine, giovane e risanata, sia rifiutata! E che nel mondo dove si appagano tutti i desideri e tutte le volontà, l’ideale di bellezza, da me creata, ricevesse una tale bocciatura! Io, che ero determinato a scindermi dall’altro me corporeo, e che avevo trovato la soluzione in un’idonea raffigurazione grafica che fosse espressione di quello che sono, ho subito un’altra umiliazione. Avevo un sogno ma ho imparato che i sogni debbono fare i conti con la dura verità oggettiva che è la realtà… realtà dove interagiscono riflessi e opacità che sono insiti nelle cose ma anche nel pensare e nell’agire delle persone. Sebbene cercassi una dimensione dove la mia figura possa essere accettata dagli altri e dal mondo, sempre una parvenza di me rimarrebbe specchiata in questa realtà. Solo morendo non mi vedrei, ma così rinuncerei all’occhio e al corpo, alla finestra aperta e al muro intonacato, alla vista e allo specchio. La mia identità si è deformata a causa della malattia e ora il disegno del mio destino è affidato a lei. Resterò in attesa che finisca la sua matita e possa essere congedato nella forma ricordo di uno scarabocchio. Però non è giusto! è come se qualcuno, mentre scatta una foto, ti imponga una posa sgraziata per sbeffeggiarti. Non rimarrò inerme all’inesorabile processo di sfigurazione e non mi abbandonerò alla casualità delle forme senza memoria. Né dei colori senza identità. In fondo chi meglio di me sa ritrarmi?”

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Specchiarsi #2

Posted in Racconti di bagliori, Specchiarsi with tags , on 18 giugno 2010 by samsacirce

“Mi vedo dentro quella pupilla e suppongo cosa posso diventare, poiché lì dentro è ancora tutto informe e perciò diventa il luogo ideale per fare un collage o per ridipingersi; così che possa aggiungere sopra la mia immagine presente altre pennellate di altri colori, magari più oleosi, più vividi. Attraverso di lei ritorno a piacermi nei tratti e nei colori. È per me una tela che si offre volontariamente alle mie nuove pennellate sopra la mia vecchia e smunta immagine. Anzi è di più, poiché mi cede la sua pelle in modo che io possa tatuare il ritratto di me. Quella cute che rispecchia la mia immagine interiore è il più grande sentimento che possa esserci. Ma aimè! Il tempo scioglie la bella cera e ne fu prova quando una sera a tavola la vidi inorridita nel guardarmi. Mi disse che era turbata perché perdevo sangue. Altre cose non mi ha mai detto per non farmi soffrire, anche se sono ben visibili, per esempio i lineamenti che mi si stanno conficcando sempre più nella pelle lasciando dei profondi solchi. Se prima era interessata, o almeno incuriosita dal mio aspetto, oggi mi accorgo delle sue impercettibili smorfie facciali, che attentamente cerca di nascondermi invano, perché uno specchio sincero non ha angoli opachi. Il tatuaggio ormai ha assunto un’espressione imbronciata e avvilita, da cui è stata tolta gran parte di virilità. Sconfitto me ne ritorno al solito specchio. Mi osservo. Sembro uscito fuori da un quadro espressionista, con la pelle sformata. Provo a strapparmi via con le unghie questa faccia orrenda affrontando il dolore. Ma il dolore rimane con il volto tinto di porpora. E se fosse la materia che si sta ribellando all’immagine spirituale? In effetti ciò che gli altri vedono è un’eruzione partita da uno squarcio che lo spirito non è più capace di suturare, e dal quale stanno uscendo incandescenti tutte le scorie di cui non mi sono mai curato. Ma cosa posso fare se sono debole e superficiale! Mi infervoro per vanità… Cosa farne allora di quell’immagine reale che non mi rappresenta, che è altra cosa. Giacché è così, mi sbarazzerò di quell’altra cosa. Prima devo dimenticarmi della mia immagine passata e poi di conseguenza bloccare ogni processo mentale che favorisca il desiderio di vedermi. Dopo di che devo disfarmi dello specchio. A questo punto, se tutto funzionasse per il meglio, annullerei ogni rapporto con quell’altro me e forse ritornerei a vivere.”

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