Archivio per Vittorio Sereni

Voltarsi indietro

Posted in Detriti in versi with tags , , , on 10 aprile 2014 by lostkid84

Non c’è più tempo per voltarsi indietro,
il tuo volto ritorna sfuocato, distante un poco,
nulla si è depositato, nulla ha messo radici,
dove prima c’era l’albero, l’unico che avessi mai piantato,
rimane un solco profondo, un sospiro nella terra umida.
Mentre fuori la vita scorre veloce, i ricordi sono alibi,
assassini che accettano immobili il proprio destino.
Il tempo lo puoi misurare solo dentro di te -dicono-
è questo che mi spaventa, i giorni diventano anni,
e adesso mi sento solo più vecchio e stanco.
Tutto è finito troppo presto, le parole, i sorrisi, gli sguardi,
tu che sussurravi non sarà per sempre, io che già lo sapevo
e piano ti dicevo addio. Questo è quello che ricordo di noi,
una panchina, un prato, le nuvole alte e poco altro.
Tu mi parlavi e io assorto guardavo le macchine passare,
la felicità bastava a se stessa e non faceva rumore.

Il presente

Posted in Detriti in versi with tags , , , , on 12 ottobre 2010 by lostkid84

La poesia non cambia niente, lo ha detto qualcuno, non per questo
dobbiamo continuare nell’esercizio ormai diventato massacro
di autoincensare, glorificare, ritenerci depositari di Verità eterne,
che qui non si dura in Eterno, non ci sono soglie da varcare,
non angeli salvifici, ma solo il fango in cui il presente
sguazza e si rotola , grufola, e ci sono volte in cui niente
ci appartiene, le voci son latrati, Cerberi a tre teste
diventano camion della spazzatura, e il contemporaneo diventa epico,
il grottesco mistico. Tutto si mescola e s’ intorbida,
Satura lanx, dove si resta ma per poco, poi si sfuma
e ci si nasconde, in nuove forme suscitati.
La poesia non cambia niente e cambia sempre, perché sguscia
e non ci basta essere anguille, benchè lo dica il poeta, perché
c’è sempre qualche rivo di troppo, qualche estuario
che sbuca improvviso e allora risalire è discendere
procedere è arretrare, scrivere è cancellare…
La poesia non cambia niente, fosse fatta di mattoni
ne costruirei di parole solide, e basi e fondamenta
e ogni cosa sarebbe per l’Utile, ogni cosa sarebbe a favore
e non contro. Ma sono qui abbagliato da luci sfuggenti
che bloccano l’iride, scorgo spiragli che sembrano varchi
e invece tutto divora sua maestà il Buio.
Allora maledico e bestemmio i miei versi
che son lì lì per lasciarci la pelle,
che tanto la poesia non cambia nulla
ma bisogna lottare comunque,
qui e adesso, domani e sempre, bisogna!

Quel che resta da fare ai cantautori

Posted in Saggi e spiragli with tags , , , on 8 aprile 2010 by lostkid84

Uno spettro si aggira per il mondo della critica musicale contemporanea: lo spettro dell’etichetta; sembra che da un po’ di tempo a questa parte i critici musicali siano stati colpiti da una malattia infettiva molto contagiosa e pericolosa: ovvero la tendenza a volere classificare, ordinare, ridurre il molteplice, il vario, il diverso, l’eterogeneo a costante, a categoria, a omogeneità indifferenziata. I sintomi che gli affetti da tale patologia presentano sono abbastanza riconoscibili: ogni volta che una voce cantautorale apparentemente forte e irriducibile a schemi preesistenti si affaccia sul panorama musicale, vengono colti da una smania inarrestabile di ritrovare in essa  degli echi di  cantautori del passato e di tendenze musicali e espressive ormai anacronistiche. Il nuovo cantautore si trasforma immediatamente nel Guccini dei nostri tempi, in un De Andrè dimesso e intimista, nel Rino Gaetano provocatorio e anarchico, e via in una profusione di etichette e derivazioni infinite. La diagnosi è ormai evidente: spesso al critico musicale odierno non importa molto evidenziare e sottolineare l’unicità, la singolarità della proposta musicale, quanto la sua appartenenza vera o presunta a questo o a quel filone musicale. Gli interessa maggiormente poterlo catalogare, per poi successivamente inserirlo in un ripiano ben preciso del proprio scaffale di cd e sentirsi così soddisfatto e appagato; diciamo che riuscire a ubicare, a trovare l’ubi consistam dell’artista, è diventato molto più importante che analizzare la reale portata del suo messaggio .
Questo atteggiamento, già di per sé molto riduttivo, mi appare ancora più miope se rapportato a un periodo come quello di questo inizio millennio, nel quale la precarietà, la provvisorietà, la mancanza di un baricentro stabile sono la vera essenza dell’esperienza umana; forse è proprio questo lo spirito del nostro tempo, ovvero l’impossibilità di comprendere in maniera netta quello che succede attorno a noi, se non in impressioni, in fugaci bagliori, che illuminano come fari intermittenti il mare del contemporaneo. Come è possibile infatti descrivere con certezza un’epoca che per sua costituzione intrinseca è portata a rompere con il concetto stesso di definizione? Che stabilità può avere l’uomo contemporaneo? Che certezze può trovare? Continua a leggere